14/10/09

Tafanus

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23/08/09

L'Avvocato e il Cavaliere - di Giuseppe D'Avanzo

Il Portaborse

Feltri_vittorio Pubblichiamo i passi salienti dell'articolo odierno di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, dedicato alla grande... indipendenza del giornalista (?) Littorio Feltri, ed alle sue prime leccate al Cav. attraverso le pagine del "Geniale", del quale è diventato Direttore, dopo il giornalista (?) coccodé Mario Giordano...

Si è insediato ieri alla direzione del Giornale della famiglia Berlusconi Vittorio Feltri, un tipo che - a quanto dice di se stesso - "non ha la stoffa del cortigiano". Lo dimostra subito. Feltri scatena, fin dal primo editoriale, un violentissimo, sbalorditivo assalto a Silvio Berlusconi, suo editore e capo del governo. Per dimostrare che, nel lavoro che lo attende, non sarà né ugola obbediente né sgherro libellista, il neo-direttore sceglie un astuto espediente. Le canta a nuora perché suocera intenda. O, fuor di metafora, ad Agnelli (morto) perché Berlusconi (vivo) capisca e si prepari.

Feltri si dice stupefatto per "quanto sta avvenendo sul fronte fiscale". Trasecola per quel che si dice abbia combinato in vita Gianni Agnelli che "avrebbe esportato o costituito capitali all'estero sui quali non sarebbero state pagate le tasse". Decide di liberarsi una buona volta di quell'inutile fardello che è il garantismo, favola buona soltanto per il Capo e gli amici del Capo, e picchia duro, durissimo.

Questo "furfante" di un Agnelli, scrive Feltri, "ha sottratto soldi al fisco", e quindi "ha procurato un danno allo Stato", "ai cittadini che le tasse le pagano"; ha saccheggiato "per montagne di quattrini neri" le casse di società quotate in Borsa, "derubando gli azionisti". E allora, si chiede, è più grave "rubare al popolo o toccare il sedere a una ragazza cui va a genio di farselo toccare"? Conclude quel diavolo di un Feltri: "Ne riparleremo".

Berlusconi_mills E' l'impegno che Feltri assume dinanzi ai suoi lettori e la minaccia che il neo-direttore del Giornale riserva, nel primo giorno, al suo povero editore. Feltri non è ingenuo e non è uno sprovveduto. E' un professionista tostissimo e soprattutto ha memoria lunga. E statene certi - questo annuncia il suo editoriale - parlerà presto di quel "furfante" del suo editore.

Gli getterà in faccia, senza sconti, le 64 società off-shore "All Iberian" che Berlusconi si è creato all'estero, governandole direttamente e con mano ferma. Gli ricorderà, e lo ricorderà ai suoi lettori, come lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" siano transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri, sottratti al fisco con danno di chi paga le tasse; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come "i politici costano molto... ed è in discussione la legge Mammì").

E ancora, la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle" ); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma che hanno messo nelle mani del capo del governo la Mondadori; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato e in spregio dei risparmiatori, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente.

Previti-berlusconi In attesa di sapere se Agnelli sia stato o meno un "furfante", Feltri, che non è un maramaldo, ricorderà quanto sia furfantissimo il suo editore, come al fondo della fortuna di Berlusconi ci siano evasione fiscale e falso in bilancio, corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; manipolazione, a danno degli azionisti, delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

E, giurateci, quel diavolo di Feltri non si fermerà qui. Ricorderà le diciassette leggi ad personam che hanno salvato il suo editore da condanne penali, protetto i suoi affari, alimentato i profitti delle sue imprese. Ricorderà, con il suo linguaggio concreto e asciutto, quanto quell'uomo che ci governa sia, oltre che "un furfante", un gran bugiardo.

Rammenterà ai lettori del Giornale quando Berlusconi disse: "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l'esistenza" (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17). O quando giurò sulla testa dei figli: "All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità".

La trama dell'offensiva di Feltri contro il suo editore già fa capolino. Presto leggeremo un altro editoriale, altri editoriali all'acido muriatico. Nel solco delle menzogne diffuse dal premier che evade le tasse, Feltri ricorderà che è stato Berlusconi a mentire agli italiani negando di frequentare o di aver frequentato minorenni, giurando sulla testa dei figli di condurre una vita morigerata da buon padre di famiglia, prossima alla "santità", per intero dedicata alla fatica di governare il Paese.

Feltri concluderà che un uomo, un "furfante" che trucca bilanci, deruba i contribuenti e le casse dello Stato, si cucina legge immunitarie perché governa il Paese e per di più mente senza vergogna sull'origine della sua fortuna e sulla sua vita privata, diventata pubblica, non può essere affidabile quando parla del destino dell'Italia, qualsiasi cosa dica o prometta.


[L'articolo di D'Avanzo]

21/08/09

Le dimore del Premier: un'accozzaglia kitsch di simboli massonici

Tempio Villa Certosa
(di Cristina Cucciniello - l'Espresso)

Simboli e geometrie massoniche sparsi in tutto il parco. Scrutati e spiegati da un esperto. Una visita indiscreta per una volta senza escort e veline

Burino con Vulcano e Musico
BurinoChissà se davvero, alla fine, Silvio Berlusconi venderà La Certosa a uno dei magnati russi sbarcati in Sardegna nei giorni scorsi. Certo è che, se tra rumors e smentite si arrivasse alla cessione, l'oligarca che se l'aggiudicherà si troverà tra le mani qualcosa di più di una dimora miliardaria. Qualcosa che ha a che vedere con una passione che il premier non tiene molto a far sapere in giro: quella verso la massoneria, le logge, il paganesimo e tutta la paccottiglia esoterico-occultista che questa cultura talvolta si porta dietro.

Ma andiamo per ordine. Quando nel 1981 si scoprì che era iscritto alla loggia P2, Silvio Berlusconi minimizzò: "L'ho fatto solo perché me l'aveva chiesto un amico, Roberto Gervaso". Insomma, l'adesione alla massoneria - e in particolare a una loggia coperta - sarebbe stata poco più di una casualità e un evento insignificante.Sono passati quasi trent'anni e dell'attrazione del Cavaliere verso compassi e cappucci non si parla più.

Ma davvero per Berlusconi l'adesione alla massoneria è stata solo un'imprudenza giovanile? O al contrario il premier continua a coltivare una serie di vaghi credo iniziatici collegati con l'affiliazione massonica e con le ritualità pagane? L'interrogativo non ha niente di dietrologico o di cospirazionista: è una domanda sorta spontanea tra gli esperti di simbologia massonica e di occultismo dopo le molte pubblicazioni nelle scorse settimane di scatti - autorizzati e no - di Villa La Certosa, in Sardegna. Ultimo, il settimanale 'Oggi', che ha pubblicato molte immagini del buen retiro del premier, fornendo agli studiosi la conferma di quello che già avevano intuito quando erano uscite le foto delle feste. Loro, gli esperti, vedono in Villa La Certosa un grande percorso massonico e iniziatico - pieno di simboli astrologici, esoterici e anche religiosi, ma non cattolici - convinzione che si rafforza se alle immagini scattate dai fotografi si aggiungono quelle riprese dal satellite di Google Earth.
La tessera P2 di Berlusconi
P2-tessera-berlusconi Del resto, la villa e il parco, "con i disegni geometrici di cerchi nel verde, sembrano concepiti proprio per una visione dal cielo, dal punto di vista che nell'antichità poteva appartenere solo al Grande Architetto dell'Universo", come spiega a 'L'espresso' il professor Marcello Fagiolo, professore di Storia dell'Architettura all'Università La Sapienza di Roma, esperto italiano di simbologia dei giardini e autore del volume 'Architettura e massoneria: l'esoterismo della costruzione' (Gangemi editore) [...]

Del resto le simbologie esoteriche nella proprietà sarda (che Berlusconi ha acquistato negli anni Ottanta e ha fatto completamente ridisegnare su sue precise indicazioni dall'architetto Gianni Gamondi) si rivelano fin dalle scelte più generali: "Labirinti e teatri di verzura, anfiteatri e orti botanici, obelischi e piramidi, Campi Elisi e mausolei, rovine reali o artificiali, romitori e cerchi di pietre: sono tutte tipiche espressioni del giardino massonico", spiega il professor Fagiolo. "Soprattutto", aggiunge, "quando il giardino è rappresentato come visione scenica, somma di paesaggi diversificati con sorprendenti colpi di scena, ambientati in boschi o vallette, montagnole e laghetti artificiali, fino all'abbinata lago-vulcano, che evoca il tema del battesimo col fuoco".

Ma a suscitare l'interesse verso la Certosa degli studiosi di simbologia occulta e astro-religiosa, ovviamente, sono molti altri elementi. Prendiamo ad esempio l'Agorà, come viene chiamato il polo architettonico presente nel cuore del giardino. Attorno al pozzo di pietra, a raggiera, si slanciano dodici dolmen: il riferimento esoterico, in questo caso, è ai 12 apostoli e ai 12 segni zodiacali. Un concetto che viene ribadito in un altro punto del parco dalla presenza - sempre a raggiera - dei 12 ulivi secolari attorno alla piscina dell'Agorà: chi vi si immerge è nel contempo il dio-sole al centro dell'universo e il profeta tra gli apostoli [...]

Mausoleo dell'Imperatore
Mausoleo1 A volere poi estendere questa chiave di lettura a tutti gli elementi, si può inquadrare tra le metafore anche la passerella a pelo dell'acqua sul lago dei Cigni. Che, applicando canoni esoterici, non richiama solo il passaggio di Gesù a Tiberiade ma rappresenta anche il cammino dell'Illuminazione. Per non parlare del labirinto - magnificato dallo stesso premier durante le sue conversazioni con Patrizia D'Addario - ispirato all'omologo con torretta della celebre Villa Pisani a Stra. E per dare sfogo a ogni frenesia esoterica, non si può dimenticare la piscina con i cactus, che - con i suoi gradoni concentrici - rimanda al mito di Atlantide, da sempre caro alla massoneria come mitica terra scomparsa in cui vivevano uomini più sapienti. Il tema dei cerchi concentrici si ritrova attorno alla statua della centaura di Alba Gonzales, contornata di siepi e massi grezzi: le siepi formano cinque giri a rappresentare il pentacolo, simbolo esoterico pagano amato dai cultori di Afrodite. L'origine grafica del Pentacolo è infatti associata al pianeta Venere e deriva dal fatto che ogni otto anni traccia un Pentacolo perfetto. I cerchi concentrici, tornano anche in altri punti del parco e - curiosamente - nei ciondoli che il premier ha regalato a Noemi Letizia e ad altre ragazze.

Un discorso a parte merita la presenza degli otto pezzi di meteorite scolpiti e levigati, di cui pure c'è traccia nelle conversazioni tra Berlusconi e D'Addario. La storia è in parte raccontata dall'architetto Gianni Gamondi nell'intervista a 'Oggi': Berlusconi li acquistò qualche anno fa, traendoli da un meteorite a caduto in India, nello stato dell'Orissa, nel 2003 e che tra l'altro aveva fatto un morto. Ora, nella loro nuova forma, costituiscono il fulcro di quella che Berlusconi chiama la Piazza dell'altro mondo, dove i megaliti venuti dallo spazio svettano al centro di uno spiazzo circolare uno accanto all'altro, con forme che possono sembrare falliche ma in realtà richiamano le 'uova cosmiche': un nuovo riferimento al culto pagano del dio Sole arricchito con la citazione astrologica delle sculture d'origine spaziale [...]

Mausoleo: dettaglio con palle
Mausoleo2 Tutto questo non deve far pensare che Berlusconi abbia compiuto studi esoterici approfonditi: al contrario, tutti i riferimenti a Villa Certosa sembrano il frutto di una recezione molto semplificata e divulgata in cui si mescolano alla rinfusa e al limite del kitsch elementi massonici, occultisti e paganeggianti.

Se dalla Sardegna passiamo alla Brianza, alla proprietà che Berlusconi ha acquistato nel 1974, troviamo elementi di sorprendente similitudine. Non nelle ville ma nel mausoleo che ha fatto costruire dallo scultore Pietro Cascella nel giardino. "Farsi una tomba in casa propria è tipico della massoneria", spiega il professor Fagiolo: "Nel giardino massone c'è sempre la sepoltura". Il mausoleo di Cascella è composto da 12 colonne (il consueto numero cosmologico) che, in quadrato, si innalzano verso il cielo. Segue un tripudio di cubi, sfere, mezze sfere, piramidi, più la "volta celeste" e la classica squadretta massonica. All'interno, nei sepolcri, c'è un vestibolo e poi un grande salone di marmo, al centro del quale si trova il futuro sarcofago del Cavaliere: anch'esso di marmo, ornato di rose a cinque petali, di travertino rosso, simbolo esoterico legato a femminilità e culti dionisiaci (lo si ritrova in uno dei gioielli che Berlusconi ha regalato alle sue ospiti). (...speriamo che il Cavaliere, dopo tanto lavorare per il bene di noi italiani, possa al più presto godersi questo meritato luogo di riposo... NdR)

Poco più in là c'è il "dormitorium" per l'estremo riposo degli amici più cari: trentasei posti, dove il 12 viene moltiplicato per tre, il numero perfetto. Notevole anche il fatto che Berlusconi non abbia pensato a una sepoltura accanto ai familiari ma vicino agli amici-collaboratori come fossero discepoli di una setta.
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Di notevole interesse l'articolo dell'Espresso, al quale devo però fare un appunto di fondo: parla del nanerottolo come se costui fosse si ossessionato dall'esoterismo, ma fosse anche un colto conoscitore e cultore dei suoi "segni". No, cara Cristina, lei dimentica che stiamo parlando dello storico che cita Romolo e Remolo, e che avrebbe voluto rendere visita a papà Cervi (sempre che la manutenzione delle tombe fenicie trovate a Villa Certosa gliene avesse lasciato il tempo). Insomma, stiamo parlando di un ignorante col le scarpe col rialzo). Una sorta di "mobilée de la Briansa" in stile primo Massimo Boldi. Troppa grazia,

Sul "Dormitorium", si potrebbe aprire un "toto-caro estinto", si chi avrà l'alto onore di poter vivere anche da morto col puzzone. Confalonieri ha già detto "no, grazie". Dell'Utri? Previti? Roberto Mangano? don Brancher? Micciché? l'avvocato Mills? alcuni fenici esumati dalle tombe di Villa Certosa? Mara Carfagna? La caccia all'estinto privilegiato è aperta... Tafanus

21/05/09

Noemi e quella cena a Villa Madama con il Cavaliere e gli imprenditori


Le testimonianze degli invitati ad una serata ufficiale organizzata dalla presidenza del Consiglio lo scorso novembre - Al tavolo di Berlusconi, insieme a Santo Versace e Ferragamo, era ospitata una bella ragazza che lui ha presentato così: "Si chiama Noemi Letizia e sta facendo uno stage"
(di Massimo Giannini - Repubblica)
.
Il presidente del Consiglio continua a non fornire risposte alle dieci domande che Giuseppe D'Avanzo gli ha rivolto su "Repubblica", una settimana fa. Berlusconi continua a opporre l'invettiva, o il silenzio. Negando, o fingendo di non vedere, i palesi risvolti pubblici (e quindi politici) di una vicenda solo all'apparenza privata.

Così, nell'indifferenza costante dei media italiani, ma nell'attenzione crescente di quelli stranieri, continuano a risultare inevase le cruciali questioni sollevate dalla moglie del presidente Veronica Lario nel colloquio con Dario Cresto-Dina, le numerose contraddizioni nelle quali è incappato con la vicenda delle candidature alle europee e con il caso della giovane Noemi e della sua partecipazione alla festa di Casoria, raccontata su questo giornale da Conchita Sannino.

Noemi_letizia1 La storia si condisce ora di un nuovo capitolo, che ripropone e rafforza le ricostruzioni dissonanti fornite da Berlusconi fino ad oggi. Dopo approfondite verifiche condotte da "Repubblica" presso diverse fonti dirette, risulta quanto segue. La sera del 19 novembre 2008 il presidente del Consiglio, nella splendida cornice romana di Villa Madama, ha ricevuto i più bei nomi dell'imprenditoria del Paese, per una cena ufficiale tra il governo e le grandi firme del Made in Italy. Almeno una sessantina gli invitati, che il premier ha intrattenuto insieme a diversi ministri, da Letta a Tremonti, da Bondi a Fitto. Al suo tavolo da otto, al centro del salone, insieme a stilisti di spicco come Santo Versace e la moglie, Leonardo Ferragamo e la sorella Giovanna, Paolo Zegna e Laudomia Pucci, il Cavaliere ospitava "una splendida ragazza", secondo il racconto di chi c'era. Capelli castano chiari, vestito in lamè. Molto giovane, molto avvenente, sconosciuta a tutti. Berlusconi, secondo la testimonianza di un industriale che ha partecipato all'evento, l'ha presentata ai commensali come "Noemi Letizia, figlia di carissimi amici di Napoli. Sta facendo uno stage - ha aggiunto il premier - ed è qui per conoscere i grandi protagonisti del mondo della moda".

La ragazza ha parlato poco, e ascoltato molto. A un certo punto, secondo la ricostruzione di almeno tre fonti diverse invitate alla cena, ha fatto un rapido giro del salone, mentre l'orchestra suonava musiche americane e francesi. E non è passata inosservata. Uno dei commensali, seduto ad un altro tavolo a fianco all'allora segretario generale della presidenza del Consiglio Mauro Masi, ha chiesto lumi. "Chi è quella ragazza?". La risposta è stata la seguente: "È una cara amica napoletana del presidente. Non era previsto che venisse, ma lui l'ha voluta a tutti i costi, e per questo è stato addirittura necessario rivedere il "placement" del tavolo uno...". Cioè la distribuzione dei posti al tavolo nel quale era seduto il premier. A fine cena, secondo il ricordo dei presenti, sarebbe stata vista allontanarsi su un'auto blu, al seguito dell'Audi A8 nera del premier.

Berlusconi, come ha affermato in diverse interviste, ha dichiarato di non aver mai conosciuto personalmente la ragazza di Casoria, e di averla incontrata un paio di volte, sempre al seguito dei suoi familiari. "Ho avuto occasione di conoscerla tramite i suoi genitori. Questo è tutto", ha detto ai microfoni di "France 2" il 6 maggio. "Sono amico del padre. Punto e basta", ha aggiunto nell'intervista a "La Stampa" il 4 maggio. Con tutta evidenza, la ricostruzione di quanto accaduto quella sera di novembre sembra quindi aprire un'altra faglia nella linea difensiva costruita dal Cavaliere intorno all'intera vicenda. Come Repubblica ha accertato, il premier ha incontrato Noemi - sua ospite a tavola senza genitori - almeno in una circostanza.

Alla luce di tutto questo, ci permettiamo di rilanciare al presidente del Consiglio due delle dieci domande che D'Avanzo gli ha già rivolto. E cioè: "Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia?". E "quante volte ha avuto modo di incontrare Noemi Letizia e dove?". E dopo la scoperta che Noemi l'ha accompagnato da sola quel 19 novembre a Villa Madama, mentre a "France 2" il Cavaliere aveva detto di non averla mai vista da sola, potremmo aggiungere anche un altro interrogativo: perché ha mentito agli italiani (e stavolta persino ai francesi)?
m. gianninirepubblica. it

15/05/09

Una risposta al premier - di Ezio Mauro

Una risposta al premier

È MOLTO facile rispondere alle parole di Silvio Berlusconi pronunciate ieri contro "Repubblica", che nell'inchiesta-documento di Giuseppe D'Avanzo gli aveva rivolto dieci domande per chiarire gli aspetti più controversi del caso politico nato attorno alle candidature delle veline nelle liste Pdl, alla denuncia di "ciarpame politico" di Veronica Lario, alla festa di compleanno della giovane Noemi alla presenza del Premier, nel ruolo indiscusso di "Papi". Molto più difficile, per il Cavaliere, rispondere alle domande del nostro giornale. Anzi, impossibile. Berlusconi non sa rispondere, davanti alla pubblica opinione, perché con ogni evidenza non può. Ciò che ha detto su questa storia, nei lunghi monologhi mai interrotti da una vera richiesta di chiarimento, cozza fragorosamente con ciò che hanno raccontato gli altri protagonisti, e soprattutto con quel che la moglie sa e ha denunciato. Meglio dunque tacere, rifiutare la verità, la trasparenza e il confronto, il che per un uomo pubblico equivale alla fuga. Una fuga accompagnata ovviamente da insulti per il nostro giornale, perché il rumore (domani amplificato dai manganelli di carta al suo servizio) copra il vuoto, la mancanza di coraggio e la scelta necessitata dell'ambiguità.

Ma l'uomo in fuga è il Presidente del Consiglio. Dunque questa incapacità o impossibilità di fare chiarezza, cercando la verità, è immediatamente un fatto politico, un handicap della leadership, una macchia istituzionale qualsiasi cosa nasconda, fosse anche soltanto l'incapacità di accettare un contraddittorio sui lati che restano poco chiari di una vicenda che ha fatto il giro dei giornali e dei siti di tutto il mondo. Una storia nella quale l'unica cosa che non c'entra proprio nulla è la privacy.

Berlusconi è infatti l'uomo che ha unito pubblico e privato fino a confonderli, con la sua biografia trasformata in programma elettorale per gli italiani e spedita nelle case di 50 milioni di elettori all'inizio della sua avventura politica: mentre oggi, quindici anni dopo, continua a vendere sul rotocalco di famiglia gli ex voto elettorali della sua infanzia aureolati nella patina reale del fotoromanzo, con l'immagine adolescente della Prima Comunione poche pagine prima del brindisi anziano di Casoria.

Le domande di "Repubblica" volevano appunto bucare questa nuvola nazional-popolare dove si sta cercando di trasportare nottetempo il caso Berlusconi, lontano dalla responsabilità istituzionale e politica di dire il vero agli italiani. Nascevano semplicemente, come abbiamo detto a Palazzo Chigi proponendo un confronto diretto col Premier, dalla constatazione che a due settimane dall'inizio della vicenda troppe cose rimanevano da spiegare, anche perché nessuna vera richiesta di chiarimento era stata rivolta al Cavaliere, e la sede televisiva del "rendiconto" - quella del suo personale notaio a "Porta a Porta" - si era in realtà rivelata la sede di un lungo monologo: per accusare la moglie ed esigerne le scuse, invece di rispondere alla sua denuncia (la politica che seleziona veline diventa "ciarpame senza pudore", "mio marito frequenta minorenni", "mio marito non sta bene, ho implorato coloro che gli stanno accanto di aiutarlo") rovesciando la realtà davanti agli italiani.

Questa mancanza di chiarezza e di confronto, con domande precise e risposte nette, ha ingarbugliato le cose. Tra il racconto del Premier e i racconti degli altri protagonisti di questa vicenda si sono allargate incongruenze evidenti, pubbliche, inseguite da spiegazioni postume che aprivano nuovi fronti controversi e dunque suscitavano altre domande. In tutto il mondo civile, dove esiste una pubblica opinione e la funzione autonoma della stampa, le contraddizioni del potere e la mancanza di chiarezza sono lo spazio naturale del giornalismo, del suo lavoro d'inchiesta, del suo sforzo documentale e infine delle sue domande.

Questo abbiamo provato a fare, senza dare giudizi e senza una tesi finale da dimostrare. Ci interessa il percorso tra le contraddizioni di un uomo pubblico in una vicenda pubblica, mettendo a confronto versioni e racconti che vanno tra loro in dissonanza, per domandare infine al protagonista di spiegare perché, proponendo la sua verità dei fatti.

Oggi dobbiamo prendere atto che il Presidente del Consiglio, invece di rispondere alle domande, scappa dalle vere questioni aperte che chiamano in causa la sua credibilità, e lo fa insultando, cioè cercando di parlar d'altro. "Invidia e odio", a suo parere, sono i motivi della "campagna denigratoria che "Repubblica" e il suo editore stanno conducendo da giorni" contro il Presidente. Che c'entra l'editore con l'inchiesta di un giornale? Non esistono scelte autonome da parte di un quotidiano nella cultura proprietaria del Premier? Cosa bisogna dunque pensare delle domande che proprio ieri il "Giornale" berlusconiano rivolgeva in prima pagina a Di Pietro? E soprattutto, cosa c'entrano con un'inchiesta giornalistica i sentimenti dell'odio e dell'invidia? Può il Cavaliere concepire, per una volta, che si possa indagare sui suoi atti e persino criticarli senza odiarlo, ma semplicemente giudicandolo? Può rassegnarsi a pensare che esiste ancora qualcuno, persino in questo Paese, che non lo invidia affatto, né a Roma né ad Arcore né a Casoria? Può infine ammettere che dieci domande non costituiscono una denigrazione, soprattutto se le si può spazzare via dal tavolo con la semplice forza della verità?

Il Cavaliere denuncia infine che "attacchi di così basso livello" giungano in prossimità del voto europeo: ma i tempi e soprattutto il livello di questa vicenda non li abbiamo scelti noi, nemmeno la location di Casoria, le luci delle fotografie festose e i comprimari, i monili, la favola bella dei genitori che si baciano in esclusiva per "Chi", la ragazza incolpevole di tutto ma soprattutto sicura che approderà negli show televisivi o in Parlamento, l'uno o l'altro intercambiabili, l'importante è sapere che "deciderà Papi". Non abbiamo deciso noi che tutto questo valesse prima la critica della Fondazione "Farefuturo" di Fini e poi lo strappo di un divorzio pubblico come l'offesa ricevuta, dunque politico come tutto ciò che accade al Cavaliere: da parte di una moglie che il grande rotocalco con cui si impagina oggi l'Italia dipinge come incapace di autonomia, fragile e sola, dunque preda di suggeritori mediatici e politici, unica spiegazione che ripristini la sacralità mistica del carisma intaccato dall'interno, quando una donna ha deciso (prima e unica, in un quindicennio) di rompere il cerchio magico dell'intangibilità sciamanica del Capo.

Per il Cavaliere, chi lo critica non può avere autonomia. Per lui, l'adesione è amore e fede, dunque la critica è tradimento e follia, le domande - non essendo contemplate e per la verità neppure molto praticate, nel conformismo del 2009 - diventano "odio e follia", in un discorso pubblico fatto di vibrazioni, dove tutto è emotivo.

Che cosa concludere? La storia che ha fatto il giro del mondo resta tutta da chiarire, perché il Presidente del Consiglio sa solo minacciare, ma non può spiegare. Dunque continueremo a fare domande, come fossimo in un Paese normale, per quei cittadini che chiedono di sapere perché vogliono capire, rifiutando di entrare nel grande fotoromanzo italiano che sta ingoiando quel che resta della politica.

(15 maggio 2009)

09/05/09

G8: l'addio alla "Maddalena d'oro" - Le "bertolazzate" non finiscono mai.


Maddalena
Costi dei lavori lievitati. appalti nel mirino dei pm. Il vertice traslocato.

(da un articolo di Fabrizio Gatti - l'Espresso)

Espresso Doveva essere l'hotel delle notti di Obama e Sarkozy, il cinque stelle superiore dei capi di Stato del mondo. È già una cattedrale nel deserto, con la sua facciata bianca stretta tra un capannone della Marina militare, una strada trafficata e il mare senza spiaggia che qui, e solo qui su tutta l'isola, a volte puzza di fogna. Nessuno vuole gestire il più grande dei due alberghi costruiti alla Maddalena per il G8 che non si farà. La gara indetta dalla Protezione civile è andata deserta. Perché, almeno per pareggiare il capitale già speso, lo Stato o la Regione Sardegna dovrebbero affittare l'albergo a un imprenditore che a sua volta dovrebbe far pagare mille euro a notte per queste stanze con vista da motel. Tutte queste opere sono sotto inchiesta. I carabinieri del Ros stanno indagando sulla catena di appalti.

Anche il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, commissario delegato per il G8 e responsabile dell'applicazione delle procedure d'urgenza, ha avviato un'indagine interna. (...e qui siamo al vaudeville, perchè bertolazzo indaga su se stesso... riuscirà a scoprire il colpevole? NdR) Un provvedimento seguito pochi giorni fa dalla decisione del Consiglio dei ministri di chiedere per decreto il taglio retroattivo dal primo marzo delle maggiorazioni alle imprese per le lavorazioni su più turni, dei premi di produzione e la riduzione del 50 per cento dei compensi per le prestazioni professionali destinati a progettisti, esecutori e collaudatori. Maggiorazioni, premi e compensi confermati da almeno 16 tra ordinanze e decreti voluti, firmati o proposti dal governo e dalla Protezione civile. Un dietrofront che limita (di poco) i danni per le casse statali, ma anche le possibili responsabilità giudiziarie di funzionari e controllori, tuttora da identificare, che prima avrebbero avallato le spese e ora stanno lavorando per contenerle. Letta così la decisione di Silvio Berlusconi di trasferire il vertice a L'Aquila, non è solo un atto d'affetto e un doveroso impulso al risparmio. È anche una via d'uscita necessaria. Forse bastava una formulazione più moderata dei preventivi e dei contratti. E i soldi per l'evento sarebbe bastati.

La domanda da cui parte l'inchiesta dei carabinieri del Ros è una: nella formulazione delle offerte, c'è stata o meno concorrenza tra imprese? Un dubbio che hanno avuto anche i vertici della Protezione civile. Nel giugno 2008 Bertolaso chiede al professor Gian Michele Calvi come poter verificare se alla Maddalena si stia spendendo più del necessario. Calvi, oltre che amico del capo della Protezione Civile, è tra i massimi esperti di ingegneria antisismica e membro della Commissione grandi rischi. Pochi giorni dopo il professore, che insegna a Pavia, viene accompagnato a visitare i cantieri. Sempre in quei giorni un'ordinanza di Berlusconi sostituisce il soggetto attuatore degli appalti Angelo Balducci con il suo collaboratore Fabio De Santis e istituisce una commissione di tre esperti: "Al fine di assicurare un'adeguata attività di verifica degli interventi infrastrutturali posti in essere dai soggetti attuatori in termini di congruità dei relativi atti negoziali", è scritto nell'ordinanza. Insomma, un'indagine su interventi e contratti. In autunno viene sostituito anche De Santis e a capo degli appalti è nominato il professor Calvi.

La questione dei costi continua a preoccupare. Calvi avvia le verifiche delle spese, voce per voce. E a fine febbraio spedisce tutti i progetti al Consiglio superiore dei lavori pubblici perché esprima un parere. Presidente di questo consiglio è proprio Angelo Balducci, nel frattempo promosso dal ministro Altero Matteoli al vertice del massimo organismo di controllo del ministero. "È vero che il Consiglio si trova a dover valutare provvedimenti di spesa approvati quando Balducci era soggetto attuatore", spiega una fonte vicina alla struttura di missione della Protezione civile alla Maddalena, "ma Balducci conosce i cantieri e gli imprenditori che hanno vinto gli appalti. E forse è l'unico funzionario di Stato in grado di far accettare a quegli imprenditori tagli ai loro incassi. Il rischio è sempre quello dei ricorsi".

Tutti nei cantieri della Maddalena sanno che i carabinieri stanno indagando. L'indagine del Ros parte dall'intercettazione il 9 agosto 2008 di una telefonata dell'architetto Marco Casamonti, 43 anni, fondatore dello studio Archea, uno dei progettisti dell'hotel. Casamonti, arrestato e rilasciato dopo l'interrogatorio, è sotto inchiesta in Toscana dall'autunno per i presunti accordi sottobanco tra la Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti (...quando si dice la combinazione/1...NdR) e alcuni politici della giunta di Firenze. "Ci hanno chiamato per dare una mano per i progetti del G8 all'isola della Maddalena", dice Casamonti nella telefonata intercettata, "perché stanno facendo i lavori e sono nella cacca più nera. Perché hanno dato incarico agli architetti di Berlusconi che non sono in grado...".

Adesso il decreto voluto dal governo per tagliare i premi alle imprese potrebbe addirittura aggravare i conti. La retroattività al primo marzo, quando ancora si parlava di G8 alla Maddalena, e la decisione di dimezzare i compensi ai professionisti rischia di esporre lo Stato ai ricorsi. Alcune ditte appaltatrici, una minoranza, stanno già studiando la questione con i propri legali. La maggior parte degli imprenditori ha per ora deciso di concludere comunque i lavori. In palio c'è l'Abruzzo e la possibilità di partecipare agli appalti per la ricostruzione.

Il caos di questi giorni, la manifestazione degli abitanti, le proteste del sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, hanno nascosto il risultato positivo dei lavori sull'isola. Per la prima volta in Italia un'opera pubblica viene progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno. Al posto di un arsenale militare, contaminato da amianto e idrocarburi, ora c'è uno yachting club con porto turistico per 700 barche, aree per conferenze, scuole di vela e un albergo di lusso progettati dall'architetto Stefano Boeri.

Un polo di attività che avrà forse più successo dell'hotel-cattedrale ricavato nell'ex ospedale militare, quello che nessuno vuole. Per la sua gestione, il cuore del progetto che avrebbe dovuto ospitare il meeting, ha vinto la Mita Resort, società della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. (...quando si dice la combinazione/2... NdR) E il fatto che altre due società sarde abbiano presentato ricorso al Tar per far annullare la gara, significa che questo complesso richiama interesse. Con il suo indotto di posti di lavoro e ricadute economiche. Facendo qui il G8, Berlusconi rischiava cioè di dar lustro a un'idea uscita dal programma dell'ex governatore sardo di centrosinistra, Renato Soru. Un'eventualità che il premier ha sempre tentato di evitare, fin da quando appena eletto aveva proposto di trasferirlo a Napoli.

L'altra incognita sull'avvenire della Maddalena è la mancanza di infrastrutture. Dirottate alle imprese costruttrici le principali risorse, non sono rimasti più soldi per l'allargamento dell'aeroporto di Olbia, la realizzazione della superstrada Olbia-Sassari e la costruzione della passeggiata a mare che avrebbe dovuto collegare il paese della Maddalena al nuovo porto turistico. I tre progetti, più volte confermati dal governo, sono stati via via sfilati perché i costi già alti e le varianti in corso d'opera stavano svuotando la cassa. "A più di due settimane dal trasferimento del G8", racconta il sindaco, Angelo Comiti, "non ho ricevuto una sola telefonata di Bertolaso. Di nessuno, né del governo, né della Protezione civile. Ci hanno spinti in una situazione antipatica. Perché sembra che vogliamo fare concorrenza agli amici dell'Aquila che vivono settimane tragiche. Non è così, andrò a L'Aquila a spiegarlo. Però il lavoro enorme che abbiamo fatto qui non può essere ridotto a una sceneggiata di 'Scherzi a parte'. Ti svegli una mattina e ti dicono che era tutto una finzione".

Pochi giorni fa Comiti ha potuto visitare i cantieri, ancora coperti dal segreto di Stato e presidiati dal battaglione San Marco come se il G8 si dovesse svolgere ancora qui. La riservatezza sui cantieri dovrebbe essere tolta il 20 maggio. Al sindaco i rappresentanti della struttura di missione, Riccardo Micciché e Francesco Piermarini, cognato di Bertolaso, (...quando si dice la combinazione/3...NdR) hanno garantito che i lavori saranno completati entro il 31 maggio. Come previsto. Data confermata dall'architetto Boeri: "Non posso dire di più perché vale sempre il segreto, ma nonostante i tagli le imprese hanno deciso di concludere".Verranno comunque consegnati immobili senza arredamento. La Protezione civile ha inoltre deciso di non completare l'asfaltatura dei viali e l'arredo a verde per risparmiare altri 50 milioni da impegnare per il G8 a L'Aquila. Questo dovrebbe ridurre i costi alla Maddalena da 377 a 327 milioni di euro. La previsione di spesa al momento della firma dei contratti era di 308 milioni. Secondo la Protezione civile che, va detto, ha sempre garantito trasparenza sulle cifre, c'è stato dunque un rincaro del 22 per cento. Le imprese però avevano già ottenuto per contratto un incremento del 30 per cento per il fatto di lavorare su un'isola, del 15 per cento per i turni di lavoro giorno e notte e ancora del 12 come ulteriore 'premio di accelerazione'. Cioè un aumento del 57 per cento.

Il risultato è un valore degli immobili completamente fuori mercato che difficilmente potrà restituire alle casse pubbliche quello che tutti noi abbiamo speso. Per l'albergo nell'ex ospedale che nessuno vuole gestire si tratta di 16.800 metri quadri. Ci sono costati 73 milioni, calcolando un aumento medio del 22 per cento sui 60 milioni previsti. Significa un costo di costruzione senza arredamento di 4.345 euro al metro (3.571 senza l'aumento). Alla Maddalena i costi non superano i 1.200 euro al metro. Le ultime tabelle dell'Agenzia del territorio fermano il costo di vendita di una villa di lusso a 3.200 euro al metro. Poiché tra suite e standard, le stanze sono 101 significa un costo medio per ogni stanza di 722 mila euro. Cioè l'equivalente, per ogni camera, di 14 mini appartamenti da 50 mila euro da costruire a L'Aquila. Considerata una rendita del 4 per cento, se lo Stato dovesse pretendere il pareggio da questo investimento con l'incasso di un affitto, il povero gestore dovrebbe sperare di incassare 28 mila euro l'anno per ogni stanza. E poiché l'estate alla Maddalena riempie gli alberghi non più di 40 giorni, significa partire già da 722 euro a notte. E a questo punto fallirebbe perché non avrebbe soldi per pagare il personale, la manutenzione, le tasse. Alla fine dovrebbe alzare il prezzo. Almeno mille, 1.200 euro a notte. Per affacciarsi su un capannone, una strada, lo scarico. E gustarsi il panorama che Obama e Sarkozy non hanno mai visto.

[...e poi ci sono chilometri di fibra ottica che non serviranno a niente...]

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Ma a Bertolaso gestore di Grandi Improvvisazioni non butta proprio bene... Mondiali sotto inchiesta

Dovrebbe fare 3 mila appartamenti per L'Aquila. Ma le esperienze passate con i Mondiali di nuoto del 2009 non sono confortanti. Nel dicembre 2005 Bertolaso chiede e ottiene da Berlusconi i poteri straordinari, promettendo di costruire per luglio 2009 le strutture. Dopo tre anni e mezzo la struttura commissariale guidata prima da Angelo Balducci e poi da Claudio Rinaldi, ha fallito. Nonostante gli appalti assegnati con urgenza per ben 110 milioni di euro, gli uomini di Bertolaso non hanno concluso nemmeno una nuova opera. Il museo dello Sport (21 milioni), il polo di Ostia (15 milioni), le piscine di San Paolo (13 milioni) e il palazzetto del Foro Italico (30 milioni) non saranno pronti. E ora alla figuraccia si aggiungono le indagini. La Procura di Roma ha acquisito le carte su un circolo sportivo. Il Salaria Village, come raccontato da 'L'espresso' a gennaio, ha potuto ampliare le sue strutture a ridosso del Tevere grazie alle deroghe urbanistiche concesse dalla struttura del commissario Claudio Rinaldi. Ora i pm vogliono vederci chiaro anche perché la società che ha usufruito di queste deroghe (e dei finanziamenti speciali) vantava tra i soci il figlio del precedente commissario dei mondiali, Angelo Balducci, e Diego Anemone, della famiglia omonima, asso pigliatutto degli appalti assegnati con procedure di urgenza sia per il G8 che per i Mondiali.


06/05/09

Lo specchio infranto


(Il commento di Curzio Maltese - da Repubblica.it)

Ma che effetto avrà fatto agli italiani vedere in mondovisione il presidente del Consiglio costretto a discolparsi di non andare con le minorenni? Dice proprio così, "Non è vero che frequento le minorenni". Come sostiene non un passante, un avversario politico senza scrupoli, un giornalaccio scandalistico, un sito di gossip, ma la madre dei suoi figli. Eccolo, il premier più popolare del mondo, secondo i suoi stessi sondaggi amato dal 75 per cento degli italiani, ma compatito, con punte di disgusto, dalla donna che gli sta accanto da trent'anni. Perché, sostiene Veronica, "è una persona che non sta bene".

Eccolo, il re nudo, con i suoi settantadue anni e i capelli nuovi, il cameraman di fiducia, nel salotto amico, mentre spiega che figurarsi se lui frequenta le ragazzine, come sostiene Veronica. Figurarsi se voleva candidare le veline all'europarlamento. Figurarsi se Veronica, che gli sta accanto da trent'anni, conosce la verità. Figurarsi, d'altra parte, se lui candida qualcuno per altri meriti che l'impegno negli studi, la competenza, l'idealismo, come del resto "nel caso di Gelmini, Carfagna, Brambilla...". Ma si capisce, certo. Nella sempre spettacolare parabola di Silvio Berlusconi questo rimarrà il vertice. Ma stavolta non è stato lui a scegliersi la scena e neppure la parte. Lo ha costretto la moglie. L'unica persona vicina a infrangere lo specchio e a rompere il muro dell'omertà, retto per tanti anni da centinaia di schiene di cortigiani politici, giornalisti, avvocati, amici, disposti a chiudere un occhio, due, tre in tutti questi anni sullo scempio di legalità e moralità.

E lui ha dovuto andare in televisione, in mondovisione, a raccontare che sua moglie è male informata sul marito, vittima di un complotto della sinistra, dei giornali di sinistra, di Repubblica. "Non a caso Repubblica". Vero. Da chi doveva andare Veronica, in un paese classificato nella libertà di stampa dietro al Benin, dove il marito controlla gran parte dell'informazione? Non c'era molta scelta. Neppure Berlusconi ha fatto una scelta originale, andando da Vespa per riparare i danni dell'attacco dei vescovi. Dove, sennò?
La claque lo sostiene, lo applaude a ogni passaggio della difficile arrampicata di sesto grado sugli specchi, sullo specchio del volto gigantesco di Veronica alle sue spalle. Sembra una scena di un film di Fellini, la Donna stupenda e immensa, e l'omino laggiù, una formica, che si dibatte in alibi puerili, strepita innocenza, sputa minacce.

Gli spettatori italiani, dopo tanti anni di teleserva, non faranno più caso all'atteggiamento di Bruno Vespa, accondiscende fin dal titolo. Il più surreale mai escogitato da Vespa: "Adesso parlo io". Adesso parla Berlusconi? Perché, gli altri giorni degli ultimi quindici anni?

Tuttavia, tanto per dare un'idea vaga di giornalismo, bisognerebbe ricordare il genere delle questioni poste a Bill Clinton dal suo intervistatore per il caso di Monica Lewinski (peraltro abbondantemente maggiorenne). Queste: quando, dove e come vi siete conosciuti? Quante volte vi siete visti in seguito? I genitori erano al corrente del vostro rapporto e in quali termini? E' venuta a trovarla a Washington (a Roma)? E' andato a trovarla a casa di lei? Dove dormivate? Avete avuto rapporti sessuali? Di che tipo? Quante volte? Quante volte completi? E Bill Clinton ha risposto a tutte le domande, senza citare neppure alla lontana una teoria del complotto. Alla fine è andato a scusarsi da sua moglie, nel salotto di casa, non nel salotto televisivo del ciambellano. Ha chiesto perdono a sua moglie, che aveva offeso. Si è ripresentato all'opinione pubblica quando lo ha ottenuto, dopo aver ammesso nel dettaglio più intimo e vergognoso le proprie colpe.

Così accade in un paese democratico e civile.
Forse a Silvio Berlusconi sarà bastato passare una sera dall'amico Vespa, nel calore della claque, per ricominciare da domani come nulla fosse. Magari bisognerà pure rassegnarsi, con realismo, a capire che in questa storia l'unica che non potrà più liberamente andare in giro per le strade di questo paese è la vittima, Veronica Lario. Già inseguita dalla muta dei cani che hanno appena cominciato a delegittimarla in tutti i modi.

29/04/09

..e il G8 all'Aquila comincia a tremare: e se i 23 "otto grandi" avessero un ripensamento? ...


La Caserma della Guardia di Finanza di Coppito non sembra poi tanto sicura. C'è un esposto sul progetto della caserma. I piloni, per dirne una, sono stati costruiti senza verifica antisismica...
(da un articolo di Marco Lillo - l'Espresso)

Espresso A guardarla svettare nel cielo dell'Aquila, con le sue camerate che hanno resistito al terremoto, sembra davvero solida. Eppure la caserma della Guardia di Finanza, quella che dovrà ospitare nei primi giorni di luglio le delegazioni degli Stati del G8, nasconde sotto terra un mistero inquietante. Le sue fondamenta sarebbero state costruite con una tecnica anomala che non rispetta le norme e senza i calcoli necessari per verificarne la tenuta sotto sisma. Questo è quello che sostiene la relazione allegata a un esposto dell'Ordine degli ingegneri di Roma inviato alla Procura dell'Aquila del novembre del 2004. Il fascicolo è stato archiviato, ma la relazione resta significativa. Quando le delegazioni dei grandi del mondo, dopo una lunga giornata di lavori si stenderanno a riposare sui letti della scuola sottufficiali, fisseranno certamente il tetto chiedendosi prima di addormentarsi: "Reggerà sotto i colpi di un eventuale nuovo terremoto?".

L'onda lunga dello sciame non si esaurisce e a luglio, se le scosse continueranno, le delegazioni dei maggiori Stati industriali (che, nonostante il nome del vertice resti sempre G8, sono ben 23) dovranno ballare con gli aquilani sul terreno di Coppito, una frazione a pochi chilometri dal centro storico. Non si sa ancora chi dormirà nel complesso. Che sia Obama o l'ultimo degli sherpa sarà interessato però a leggere questo documento datato 2004. Il titolo è: "Esame tecnico strutturale e valutazione di elementi di anomalia o illegittimità nella costruzione del complesso di edifici "B2" della Scuola della Finanza dell'Aquila". La relazione riguarda nove palazzine che ospitano metà dei 2 mila allievi ed è firmata da un generale del genio aeronautico, Antonio Capozzi, e da un professore ordinario di tecnica delle costruzioni, Piero D'Asdia, incaricati nel 2004 dall'Ordine di Roma di verificare se i nove edifici fossero a norma e sicuri in caso di terremoto. La relazione di 57 pagine si conclude così: "Il progetto delle fondazioni, calcolato con uno schema, è stato realizzato con un altro del tutto anomalo e inspiegabilmente privo di una valida verifica dell'interazione terreno-struttura sotto sisma".

Non basta: "L'incertezza statica è fondata e non assicura la pubblica incolumità". Parole che non sembrano spot a favore della decisione di Berlusconi di trasferire a Coppito il vertice. Obama e Medvedev forse sorrideranno un po' meno, abbracciati al Cavaliere, sapendo che sopra la loro testa "sussistono potenzialmente sotto sisma problemi per la pubblica incolumità". Brown e Sarkozy non faranno salti di gioia scoprendo che "la situazione attuale di incertezza nella sicurezza degli edifici in esame, sotto sisma, non è tollerabile". La relazione fu fatta propria dall'Ordine nel 2004, che la inviò in Procura. Ma è stata scritta prima del sisma ed è contraddetta da altri tecnici e dalla magistratura. Comunque resta un documento da valutare con attenzione, tanto che lo stesso Guido Bertolaso, dopo esserne venuto a conoscenza, nel 2005, scrisse a Regione e Comune per chiedere chiarimenti. Insomma, anche se la magistratura ha archiviato tutto, anche se l'edificio ha retto al sisma, vale la pena raccontare questa storia. Anche perché dimostra che i controlli rigidi in Italia diventano di moda solo dopo i terremoti. Mentre prima restano riservati a pochi e isolati Don Chisciotte del rigore.

La caserma Giudice è stata realizzata dai "soliti noti"... un consorzio guidato dalla Todini costruzioni (...ma si... la Luisa Todini... quella bella g.... habituée di Ballarò, dove quasi tutte le settimane distribuisce lezioni di moralità ed efficienza a destra e a manca - ma più a manca, visto che è stata europarlamentare per Forza Italia... NdR) per un costo di 314 milioni di euro. Solo dopo la costruzione dell'ultimo lotto, uno dei collaboratori dello studio, l'ingegner Sergio Andruzzi, si accorse dell'anomalia: il complesso B2, uno dei due gruppi di nove edifici che ospitano le camerate degli allievi, è stato realizzato, contrariamente a quanto scritto nel progetto e diversamente dal B1, senza che i pali di cemento delle fondazioni siano collegati alla struttura. Non c'è continuità nella gettata di calcestruzzo tra i piloni e le nove camerate sovrastanti. Una parte della caserma che ospiterà i grandi del mondo poggia su uno strato di 15 centimetri di materiale "stabilizzato" e non è vincolata ai pali sottostanti.

L'ingegnere Andruzzi, quando si avvede della difformità rispetto al progetto iniziale, salta sulla sedia. I calcoli che lui stesso aveva eseguito erano basati sulla tecnica di costruzione antisismica dei pali collegati, prevista dalla legge. La realizzazione invece si basa su un disegno che contrasta con i calcoli e usa una tecnica non prevista dalle norme, senza che nel progetto si spieghi perché, e soprattutto senza un calcolo che ne verifichi la tenuta in caso di sisma. Andruzzi affronta il suo professore e gli contesta la scelta (ideata dal figlio Stefano, erede dello studio). Dopo una discussione accesa, Andruzzi denuncia alla Procura dell'Aquila la storia della caserma che secondo lui è fuori legge.

Se avesse ragione, bisognerebbe abbattere un edificio costato 50 miliardi di vecchie lire e approvato (senza spendere una sola parola sull'anomala tecnica adottata) da due fior di collaudatori. Uno dei quali è il potente Angelo Balducci, che poi diverrà presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Per ben due volte la magistratura dell'Aquila archivia le denunce di Andruzzi. I periti del pm e del gip d'altronde, pur rilevando la difformità dal progetto, concordano sul fatto che l'opera non è pericolosa. Non avendo avuto successo con i magistrati, Andruzzi si rivolge all'Ordine di Roma nel 2004.

Ed è proprio su incarico dell'Ordine, come detto, che i due periti D'Asdia e Capozzi stilano il loro parere. Nella disfida tra Andruzzi e il suo capo il verdetto è netto: "Ci sono illegittimità e violazioni delle normative tecniche nella progettazione e nella realizzazione della scuola e l'arbitraria separazione pali-struttura pone in dubbio la sicurezza sotto sisma". Nonostante tutto, l'esposto viene archiviato dalla Procura dell'Aquila in meno di un mese. Il 18 febbraio 2006, i due consulenti tornano alla carica, chiedendo all'Ordine di "far valutare al Demanio e alla Guardia di Finanza il grado di sicurezza del complesso, attualmente incerto ed indefinito, come indicato nelle conclusioni della consulenza, sussistendo allo stato attuale potenzialmente sotto sisma problemi per la pubblica incolumità".

Anche Andruzzi insiste e scrive ad Antonio Di Pietro quando diventa ministro delle Infrastrutture. Il ministro chiede un parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici che nomina un'apposita commissione, la quale prima nota che, "in effetti, la fondazione è stata realizzata, diversamente da quanto progettato, senza vincolo di incastro tra platea e pali", ma poi salva l'opera con questa formula vaga: "Tale tipologia di struttura, pur differendo da quanto progettato, non appare comunque totalmente inusuale esistendo altri importanti esempi di opere costruite con criteri simili in zone ad alta sismicità come il ponte Rion nel golfo di Patrasso". Il Consiglio annota poi che nel progetto ci sarebbero dovuti essere calcoli coerenti con l'opera realizzata ma non ne trae le conclusioni.

L'indomito Andruzzi torna alla carica e insegue Di Pietro intervenendo durante una trasmissione radiofonica per contestargli la sua inattività. Con la solita franchezza il ministro rispose: "Ho sollecitato gli uffici. Di più cosa potevo fare? Metterci il mio stipendio per ricostruire la caserma? Non basterebbero cinquant'anni di buste paga". Effettivamente, se i mille ricorsi di Andruzzi fossero stati accolti, il contribuente avrebbe perso 25 milioni di euro in un sol colpo. E a tacitare le polemiche è arrivato il boato del 6 aprile. La scuola ha subito alcune lesioni, ma è rimasta in piedi. "L'espresso" ha risentito gli autori della relazione alla luce degli ultimi eventi. Le loro posizioni oggi divergono. Il professor D'Asdia non rinnega quanto scritto allora, ma aggiunge: "La scuola ha retto al terremoto e direi che, con tutti i difetti del collaudo, ha superato una sorta di prova sul campo". Quindi, disco libero per il G8. Il generale Capozzi resta scettico: "Quella caserma non rispetta le norme tecniche e oggi manca una verifica scientifica che possa offrire le dovute garanzie di sicurezza".
(Marco Lillo - l'Espresso)

15/03/09

L'etica dei prefetti e le regole di Bretton Woods

(di Eugenio Scalfari - Repubblica.it)

SI riunisce il Gruppo dei 20 per esaminare l'andamento della crisi mondiale e per decidere della nuova "governance" economica e delle regole che dovranno presiedere il suo funzionamento. Non aspettiamoci conclusioni capaci di incidere concretamente sulla recessione in atto e sul rischio di una depressione che aleggia sull'economia reale come (se non peggio) quella che infuriò negli Usa e in Europa all'inizio degli anni Trenta del secolo scorso.

Ci saranno energiche discussioni di principio ma nessuna indicazione operativa: è ancora presto, non esistono istituzioni in grado di guidare il mondo verso il futuro e neppure di immaginarlo, il futuro. Sarà la crisi a determinarlo. La volontà dei politici, delle banche, delle multinazionali, delle imprese, delle masse lavoratrici e consumatrici è così frammentata e dispersa da non sprigionare alcuna spinta e alcun indirizzo. Si parla con ragione di terre incognite e questa è, tra le tante oscillanti tra pessimismo e ottimismo, la definizione più paurosa. Significa che non esiste alcuna bussola e alcuna mappa; i naviganti procedono alla cieca senza sapere dove sono diretti e perché.

Ma prima di affrontare un tema così suggestivo e arduo converrà fare il punto su alcune perduranti stranezze della situazione italiana. Ne parliamo e le segnaliamo da molte settimane ma esse continuano a costellare il nostro cielo economico senza essere rimosse ed anzi ogni giorno altre se ne aggiungono a complicare ulteriormente il quadro d'insieme.

La più rilevante è il contrasto che oppone il ministro del Tesoro al governatore della Banca d'Italia. Il nostro è il solo paese in cui una così preoccupante contrapposizione si stia verificando. In una fase di tempesta per l'economia e la finanza, assistere ad un conflitto così inusuale tra le due maggiori autorità monetarie nazionali non è affatto rassicurante. Le banche e le imprese sono infatti in allarme e così pure le istituzioni di garanzia, a cominciare dal Capo dello Stato.

L'attacco parte dal ministro del Tesoro che ha tra i suoi obiettivi primari quello di erodere poteri e competenze alla Banca centrale all'insegna dello slogan del primato della politica. La crisi crea emergenze; queste richiedono interventi rapidi ed eccezionali. Quale migliore occasione per smantellare un'istituzione di garanzia, una magistratura economica che non trae il suo fondamento dal voto popolare e proprio per questo opera al di sopra delle parti e delle "lobbies" avendo di mira gli interessi generali del paese?

Il ministro del Tesoro si è costruito al tempo stesso un'ideologia e una forza politica. Il primato della politica è l'ideologia, lo smantellamento delle istituzioni di garanzia è l'obiettivo, la forza politica proviene dalle condizioni di emergenza, in parte reali ed in parte create artificialmente affinché gli obiettivi desiderati si realizzino rapidamente.

Questi obiettivi sono stati fin qui condivisi dal premier e da una maggioranza parlamentare ossequiente ad ogni richiesta e ad ogni spoliazione. Sembra ora che il premier cominci a nutrire qualche dubbio sui segreti pensieri e le coperte finalità del suo ministro del Tesoro, ma ormai la traccia è segnata ed è assai difficile cambiare percorso. Resistono nei modi più acconci a ciascuno di loro il presidente della Repubblica, il presidente della Camera, alcune banche e alcune imprese, l'opposizione politica con ritrovata incisività, alcune Regioni, le organizzazioni sindacali sia pure in ordine sparso. Resiste con sobria fermezza la Banca d'Italia.

L'opinione pubblica assiste, per ora distratta e passiva, ad uno scontro che dovrebbe invece coinvolgerla in prima fila poiché è degli interessi di tutti i cittadini che si discute ed è di essi che ci si appropria usandoli pretestuosamente a vantaggio delle proprie tesi e contro le tesi degli avversari. Ma esiste ancora un'opinione pubblica? Oppure è già stata triturata e ridotta a poltiglia, folla occasionale animata da notizie che le televisioni registrano ed eccitano sostituendole poi con altre emozioni con la stessa facilità con la quale si cambia una veste e una maschera?

L'ultima trovata di questo disdicevole spettacolo consiste nel controllo politico del credito affidato ai prefetti dal ministro del Tesoro. Saranno aperti appositi "osservatori del credito" presso venti prefetture corrispondenti alle province più importanti del paese. Dovranno ottenere dalle banche tutte le informazioni, aggregate e disaggregate, che decideranno di chiedere. Potranno anche ricevere sollecitazioni e denunce da parte di aziende e persone interessate a erogazioni creditizie. Confronteranno questi dati con quelli degli anni precedenti e segnaleranno al Tesoro situazioni di disagio, di difetto, di cattivo funzionamento del credito in un settore, in un luogo, in un istituto.

La Banca d'Italia ha reagito ponendo alcuni punti fermi. Anzitutto ha ricordato che l'erogazione del credito per settori geografici e per comparti produttivi viene seguito e pubblicamente diffuso dal Bollettino mensile della Banca stessa e anche tramite Internet. I prefetti come qualunque cittadino possono quindi prenderne visione. Altrimenti possono ricorrere alle filiali regionali della Banca d'Italia che per compito di istituto elaborano e raccolgono quelle medesime informazioni. Non possono invece, i prefetti, rivolgersi direttamente agli istituti di credito e tanto meno accedere a singole operazioni tutelate dal segreto d'ufficio e note soltanto alla Centrale dei rischi della Banca d'Italia. Ogni passo ulteriore comporterebbe una violazione del segreto bancario e incorrerebbe in una palese incostituzionalità.

Intanto però il nostro ministro del Tesoro persevera ed ha introdotto la norma sugli "osservatori" prefettizi nel decreto sulle emergenze economiche. La questione è grave in punto di fatto e in punto di diritto. Rappresenta infatti un'interferenza macroscopica nel delicatissimo terreno della vigilanza bancaria. In centocinquant'anni di storia dello Stato italiano la politicizzazione del credito è stata più volte tentata ma non è mai avvenuta, neppure durante il Ventennio fascista quando l'emergenza della crisi portò al fallimento dell'intero sistema bancario e industriale, alla nascita dell'Iri e alla proprietà pubblica delle grandi banche. Neppure allora la vigilanza sul credito fu affidata ai prefetti o ad altri organi che non fossero la Banca d'Italia.

In tempi diversi dagli attuali un tentativo di tale anomalia sarebbe stato sepolto da una reazione generale dell'opinione pubblica, dei giornali e di tutte le istituzioni di garanzia. Questo ci dà la misura dei mutamenti antropologici avvenuti, ma accresce il nostro dovere di protesta, di critica e di denuncia contro una strategia che mira a governare a colpi di decreti e a smantellare qualunque dissenso in nome di una semplificazione di natura dittatoria che è ormai impossibile ignorare e sottovalutare.

Il G20 aprirà la discussione sugli assetti futuri dell'economia e della finanza mondiale e sulle regole necessarie al loro funzionamento. Di fatto con questa riunione vengono derubricati ad organi di consultazione regionale i vari G7 e G8.

Del nuovo Gruppo fanno parte la Cina, l'India, il Brasile, il Sudafrica ed altre potenze emergenti. Analogo allargamento è stato effettuato dal "Financial Stability Forum" presieduto da Mario Draghi. Il Fondo monetario internazionale si appresta a sua volta ad accrescere le quote di partecipazione dei paesi emergenti e a far entrare tra i soci quei paesi che finora ne sono stati esclusi. Si tratta insomma d'un adeguamento indispensabile alla nuova realtà economica mondiale. Diminuirà il peso degli Usa in questi organismi, diminuirà anche il peso dell'Europa.

Insomma dell'Occidente nel suo complesso, di fronte all'emergere di paesi che stanno uscendo da un lungo sonno e da una lunga indigenza e rappresentano complessivamente quasi la metà della popolazione mondiale.

Segnalo un'incongruenza molto significativa. In nessuno di questi consessi internazionali l'Unione europea ha una rappresentanza propria, come del resto non ce l'ha neppure nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. Soltanto la Banca centrale europea è ammessa alle riunioni del Fondo monetario ma soltanto con il ruolo di osservatrice. Quando Ciampi, allora ministro del Tesoro, volle che il rappresentante della Bce prendesse la parola sulle comunicazioni del presidente del Fondo, non mancarono le proteste da parte di alcuni paesi dell'Unione europea.

Questa situazione è aberrante. Cinquecento milioni di europei, un'area che è ancora tra le più ricche del mondo, i cui flussi sono i più elevati nel commercio internazionale e la cui moneta unica è la seconda dopo il dollaro nel sistema dei pagamenti mondiali, un'area che ormai coincide con uno dei cinque continenti del pianeta, non ha alcuna rappresentanza nelle massime istituzioni economiche. Questa assenza non può più essere protratta oltre e sarà inutile discutere di una nuova Bretton Woods senza che una lacuna così macroscopica non sia preliminarmente colmata.

Quello che per ora è trapelato dai vari "think tank" radunati per l'occasione a Washington, a Londra, a Parigi, a Francoforte ed anche negli uffici del Tesoro a Roma in via XX Settembre, riguardano questioni interessanti ma marginali, come la messa fuori legge dei "paradisi fiscali", un censimento accurato dei titoli tossici e dei "derivati" in genere, il riassorbimento di tali titoli che attualmente costituiscono una massa di dimensioni fuori dall'ordinario.

Oppure la declinazione in tutte le lingue di principi etici che dovrebbero essere posti a fondamento dell'agire economico. Come dire che bisogna creare un uomo nuovo capace di guidare le nuove istituzioni e farne rispettare le regole. Chi ha fede pensa che il Creatore stia in qualche parte del cosmo e che senza il suo intervento è inutile pretendere di creare in sua supplenza. Chi non ha fede si affida all'evoluzione della natura. Affidare un mutamento antropologico di queste dimensioni all'etica dei ministri del Tesoro e dei banchieri centrali è una barzelletta che non fa nemmeno ridere.

Si sente anche parlare di un nuovo assetto monetario e si tira in ballo il "Bancor", moneta di riferimento al centro di una sorta di clearing multilaterale, immaginata da Keynes negli anni Trenta del secolo scorso, che oggi ad ottant'anni di distanza e nelle condizioni attuali non sarebbe neppure pensabile. Ma è esatto dire che il centro del problema passa per la moneta internazionale, le due funzioni distinte che essa può svolgere, quella di moneta di pagamento e quella di riserva del valore. Infine il sistema dei rapporti di cambio tra le varie monete circolanti nelle diverse aree del pianeta.

Il tema d'una nuova Bretton Woods è quello dell'ordine monetario. Chi evade quell'argomento non ha alcuna idea seria da proporre, come lo shakespeariano Mercuzio che "parlava di nulla". Il secondo tema strettamente connesso a quello di un nuovo ordine monetario riguarda la distribuzione del reddito tra paesi ricchi e paesi poveri e, all'interno di ciascuno di essi tra ceti abbienti e ceti miserabili. è evidente che il problema della distribuzione riguarda, condiziona ed è a sua volta condizionato dall'ordine monetario e dal sistema dei cambi tra le diverse monete.

Ho letto in questi giorni un bel libro di Tommaso Padoa-Schioppa che sta per uscire nelle librerie e che affronta queste questioni. Vi si possono trovare spunti importanti e profondi che possono giovare alla comprensione ed anche all'azione politica. Il dilemma per risolvere l'assetto delle monete e dei rapporti di cambio è anche se affidare la guida del sistema che nascerà ad un organo politico o ad istituzioni monetarie. Un democratico non avrebbe dubbi: ci vuole un governo politico mondiale. Un realista sa però che l'idea di un impero mondiale è futuribile all'infinito. Ne deriva che solo istituzioni monetarie molto forti possono per ora assumersi il compito basando le loro decisioni su automatismi che costringano gli interessi particolari dentro un quadro di equilibri e di competitività. C'è molto da studiare e da lavorare. Queste cose non si fanno per decreto legge.

29/11/08

La "Social Card": un marchio.


Una manovra da 10 minuti

(di Massimo Giannini - Repubblica)

C'è qualcosa che non torna, nella filosofia adottata dal centrodestra per fronteggiare il micidiale intreccio di recessione-deflazione che sta soffocando l'economia italiana. Più che un "piano keynesiano", come lo definisce Giulio Tremonti, il decreto anti-crisi approvato dal governo somiglia a un "programma malthusiano". Scambia la carità di Stato per sostegno al reddito. Confonde il beneficio una tantum con il rilancio dei consumi. Spaccia il rinvio di un acconto fiscale per supporto agli investimenti. Se è vero che ad una "crisi eccezionale" si deve rispondere con "misure eccezionali", come ha detto Barroso tre giorni fa, la risposta italiana non è all'altezza della sfida. Di veramente "eccezionale", nel provvedimento, c'è solo la rapidità con la quale è stato licenziato dal Consiglio dei ministri: dieci minuti.

Trenta secondi in più dei nove minuti e mezzo con i quali fu approvata prima dell'estate la manovra di bilancio triennale. È la conferma che il governo è più interessato al "come" e molto meno al "cosa" si decide. Ma al di là di questa nuova performance decisionista (o "cesarista", secondo la disincantata visione di Gianfranco Fini) il New Deal tremontiano è insufficiente e deludente. La rituale raffica di soccorsi a pioggia. Nessuno di questi, singolarmente preso, inutile e disprezzabile. Ma è l'insieme delle misure, complessivamente considerate, che non suggerisce un disegno generale e strutturale. Il decreto parla in parte ai poveri, che non hanno avuto nulla da anni. Ma parla poco alle imprese, che dovrebbero essere il motore della ripresa. E non parla affatto ai ceti medi, che dovrebbero essere il volano della domanda. In compenso ha un forte accento populista, che il ministro dell'Economia rimarca con una mossa plastica in conferenza stampa: si toglie la giacca, si allenta la cravatta, e illustra il suo "pacchetto" così, da peronista "descamisado".

La manovra è insufficiente per quantità. Gli 80 miliardi venduti dal Cavaliere non possono ingannare nessuno. La quasi totalità di questa cifra-monstre è assorbita da fondi Ue e risorse Cipe per grandi opere che diventeranno agibili tra qualche decennio e infrastrutture che forse non lo diventeranno mai (come l'immancabile Salerno-Reggio Calabria). L'entità vera, per famiglie e imprese, non supera i 4 miliardi di euro. "Non potevamo fare manovre che aumentano il debito del 50% come fanno alcuni Paesi, proprio noi che abbiamo un debito pari al 105% del Pil", aggiunge Tremonti.

Un approccio molto responsabile. Ma da un lato colpisce che oggi sia proprio lui, dopo aver picconato senza pietà i "tecnocrati" del centrosinistra alla Ciampi e Padoa-Schioppa, a vestire i panni dell'ortodossia contabile. E dall'altro lato stupisce che oggi sia di nuovo lui, dopo aver inventato la finanza creativa e le cartolarizzazioni, a non saper trovare nelle pieghe del bilancio pubblico le risorse aggiuntive che avrebbero permesso di raddoppiare l'importo della manovra, come sarebbe stato necessario. Un esempio su tutti, già indicato da Tito Boeri: i 3,82 miliardi di euro di interessi sul debito risparmiati grazie al minor rendimento corrisposto dal Tesoro sui titoli di Stato.
La manovra è deludente per qualità. Da un ministro dell'Economia "fantasioso" come il nostro, era legittimo aspettarsi molto di più, rispetto all'ordinaria riproposizione delle solite misure-tampone, oltre tutto spalmate su una platea talmente estesa di beneficiari teorici che alla fine non ci saranno benefici pratici per nessuno. Tremonti usa un doppio registro. Nel rapporto con i cittadini-contribuenti, il registro è quello dello "Stato minimo" friedmaniano: molte banali una tantum, a sfondo demagogico e pauperista. Il bonus straordinario per le famiglie con redditi fino a 22 mila euro è senz'altro un aiuto a chi è più in affanno, ma difficilmente servirà a far ripartire gli acquisti da Natale in poi: la detassazione integrale delle tredicesime avrebbe avuto un impatto molto diverso. L'ampliamento del fondo degli ammortizzatori sociali per i lavoratori "parasubordinati" è senz'altro un gesto di buona volontà, ma non potrà mai coprire i bisogni dei 350 mila "atipici" che di qui a fine anno si ritroveranno senza contratto.

La Social Card da 40 euro al mese per i pensionati con meno di 6 mila euro di reddito è comunque una boccata d'ossigeno per chi non arriva alla quarta settimana. Peccato che quasi tre milioni di italiani non arrivino più neanche alla seconda, e dunque avrebbero bisogno di sussidi molto più consistenti. E sarebbe meglio evitare paragoni impropri tra la nostra "tessera del pane" (che vale 480 milioni di euro e di fatto trasforma un diritto del Welfare in un'elemosina del Sovrano) e i kennediani "Food stamp program" (che impegnano ben 10 miliardi di dollari e interessano quasi 30 milioni di americani incapienti).

Nel rapporto con gli altri poteri pubblici, al contrario, il registro è quello dello "Stato massimo" colbertiano: molti interventi a gamba tesa, dirigisti e anti-mercatisti. Il calmiere per i mutui a tasso variabile, con la copertura dello Stato per la quota di interessi superiore a 4%, trasforma la rinegoziazione dei contratti in un'imposizione governativa, benché rischi di rivelarsi una beffa visto che a gennaio, con il calo del costo del denaro già avviato dalla Bce, quel livello sarà raggiunto spontaneamente dal mercato. La sottoscrizione dei "bond" per le banche in difficoltà che vi faranno ricorso prevede l'obbligo di trattare con il Tesoro le condizioni di erogazione del credito alle piccole e medie imprese. Il blocco degli automatismi tariffari per l'elettricità e le autostrade mette a rischio i timidi passi di questi anni verso le liberalizzazioni, e prefigura quasi un ritorno al vecchio sistema dei prezzi amministrati.

Si potrebbe continuare. E parlare dello sconto Ires-Irap per le imprese, davvero troppo modesto per rappresentare una svolta per tante piccole aziende soffocate dal "credit crunch". O dell'aumento della quota di detassazione del salario di produttività, che poteva essere più corposo fin dall'inizio se solo si avesse avuto il buon senso di non detassare anche gli straordinari (mossa del tutto insensata in un ciclo di bassissima congiuntura). O ancora dell'inasprimento dell'Iva sulle pay-tv, bastosta secca contro Murdoch, ex alleato e ora acerrimo concorrente del Cavaliere: una norma che serve a Mediaset a far finta di indignarsi (con tanto di comunicato "di disappunto") mentre è chiaro a tutti che l'impero mediatico berlusconiano è il carnefice, mentre la vittima è solo Sky. Al fondo, resta l'impressione di una "manovrina d'autunno" modesta e contraddittoria. Così poteva farla il governo Prodi prima del tracollo di due anni fa, o lo stesso governo Berlusconi subito dopo il trionfo del 13 aprile.

Oggi serve molto di più, e molto di meglio. Se i democratici americani di Obama hanno avuto il grande merito di vincere le elezioni proponendo il ritorno "da Wall Street a Main Street", mentre i democratici italiani di Veltroni hanno avuto la grande colpa di esser passati in troppa fretta "from Marx to market", la ricetta berlusconian-tremontiana tradisce un impianto bushista, da "conservatorismo compassionevole". È probabile che lo sciopero della Cgil, confermato da Guglielmo Epifani, non serva a cambiare il corso della storia. È possibile che "l'unità degli sforzi", chiesta dalla Confindustria di Emma Marcegaglia, sia più utile a far uscire l'Italia dal declino. Ma la richiesta di "collaborazione nell'interesse del Paese", strumentalmente rilanciata dal premier all'opposizione, è solo l'ennesima presa in giro che avvelena il confronto parlamentare. Eppure di correzioni e di integrazioni ci sarebbe un enorme bisogno. Perché una cosa è chiara a tutti: questo falso "piano rooseveltiano" del governo non potrà reggere l'urto della tempesta perfetta.
(m. gianninirepubblica. it - 29 novembre 2008)

30/08/08

Dagli aeroplani all'immobiliare - Le contropartite per l'operazione

Alitalia, i "coscritti" della Fenice, in attesa dei 16 miliardi per Milano 2015, hanno risposto al premier con una "puntata minima" che produrrà interessanti favori. Beretta (Confindustria): "Progetto ambizioso. Serve però un partner internazionale"

di Alberto Statera - Repubblica

"ALZI la mano chi non sarebbe pronto a investire nell'Alitalia!" esclamò come sempre guascone Silvio Berlusconi il 7 giugno scorso dinanzi ai giovani industriali riuniti a Santa Margherita Ligure.

La sala plaudente di fans si fece repentinamente sorda e grigia, molti distolsero imbarazzati lo sguardo dall'amor loro interdetto sul palco e nessuno ebbe il coraggio di alzare né una mano né un dito. Neanche la neopresidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la cui azienda di famiglia spicca oggi tra i magnifici sedici ardimentosi che si sono iscritti al club dei salvatori della patria, accettando di partecipare al "Pittoresco Capitalistico" che va sotto il nome di "Operazione Fenice", quella che dovrebbe far risorgere dalle ceneri l'ectoplasma della Compagnia di bandiera.

Pochi giorni dopo Santa Margherita moriva a Roma quasi novantenne, e non dal ridere, Umberto Nordio, l'ultimo presidente dell'Alitalia che firmò bilanci in attivo, ma che giusto vent'anni fa fu cacciato da Romano Prodi, allora presidente dell'Iri, perché era un po' troppo autonomo. Cos'è successo da quei primi giorni di giugno capace di coagulare la coraggiosa cordata che sfiderà guidata da Roberto Colaninno la legge di gravità oltre a quella del mercato? E' successo che uno stuolo di emissari politici sguinzagliati da Berlusconi, dal banchiere Gaetano Miccicché al factotum Bruno Ermolli, ha spiegato al colto e all'inclita, seppur ve ne fosse bisogno, che questa non è una faccenda qualunque, ma "è una delle partite che contano nel capitalismo italiano", come dice sempre Cesare Geronzi, impegnato a sua volta nella partita delle partite, quella che - Mario Draghi permettendo - lo dovrebbe portare al controllo assoluto di Mediobanca e della Galassia del grande potere finanziario da Trieste a Roma, da Milano a Torino, orfano ormai da anni di Enrico Cuccia. Chi resta fuori dalla partita Fenice non avrà da guadagnarci su altri ben cospicui fronti finanziari.



Così è nata la cordata dei patrioti coraggiosi, i 16 "coscritti" - ma quanti altri si accoderanno sull'onda della tremontiana economia sociale di mercato ? - disposti a fare gli azionisti "captive" del governo sotto le vesti di "cavalieri bianchi". In cambio di che? Con quale contropartita politica derivante dal rapporto privilegiato con Palazzo Chigi, che su rifiuti napoletani e Alitalia si è giocato la periclitante credibilità degli annunci? Eugenio Scalfari, Francesco Giavazzi, Tito Boeri, Franco Debenedetti e altri hanno già ritratto a grandi linee l'album di famiglia dell'"Operazione Fenice", che, nella migliore tradizione, è nutrita di politica, l'unica che sembra poter dare "dividendi", con la pubblicizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti, a questo capitalismo che aborrisce di fatto, se non a parole, il libero mercato. Come vuole la religione monopolista e antimercatista del "Lider Maximo", nato a suo tempo sulla benevolenza di Bettino Craxi e di qualche loggia bancaria e oggi spalleggiato dall'ideologo Giulio Tremonti.

L'ha detta bene Michael O'Leary, patron di Ryanair: "Uno sport folle": l'interferenza della politica in Italia è uno sport folle. Cui i capitalisti nutriti di animal spirits, di shumpeteriana gagliardia, si acconciano con entusiasmo. Ne abbiamo almeno sedici nel "Pittoresco Capitalistico" che va in scena in queste ore, ma potrebbero ancora crescere, attratti dalle contropartite governative. Quali contropartite? Non scherziamo.

Altro che il Ponte sullo Stretto, di cui Benito Mussolini annunciò l'imminente inizio dei lavori settant'anni fa, ma che forse non si farà mai, o che comunque noi purtroppo non vedremo. C'è pronta la manna del 2015: l'Expò di Milano, la ex capitale morale che torna grande, maestosa, quasi da bere, come ai bei tempi. Scorri i nomi dei sedici ardimentosi e non ne trovi uno che non sia in attesa di assai lucrosi favori governativi.

Lasciamo stare per un istante Salvatore Ligresti, palazzinaro e assicuratore, già protagonista della Milano da bere e di quella in manette, i Benetton, Tronchetti Provera, Marcellino Gavio, i pubblici concessionari autostradali, i proprietari di aeroporti e stazioni, e gli altri i cui interessi, curati con affetto in cambio dell'intervento patriottico, sono evidenti: 16 miliardi pubblici d'investimenti e di relativi appalti per l'Expò destinati ai padiglioni, ma soprattutto a due autostrade, due metrò, una nuova tangenziale, stazioni, ferrovie e quant'altro.

Lasciamo stare Francesco Caltagirone Bellavista che con l'Ata ha mire consistenti su Linate e su altri cospicui business milanesi, dopo aver ristrutturato a Venezia il Molino Stucky. Tralasciamo anche Emilio Riva, l'acciaiere tradizionale supporter berlusconiano di ferro, e Marco Fossati che deve difendere il suo investimento in Telecom dalle mire spagnole. E, per carità, la Emma che, poveretta, è sulla graticola di Confindustria e ha Berlusconi che le fiata sul collo. Carlo Toto poi deve in qualche modo far volare quell'Airone zoppo e scalcagnato che ha sul gobbo. Claudio Sposito e Salvatore Mancuso, bontà loro, rispondono all'appello del premier con un "chip" milionario che, statene certi, produrrà interessanti favori governativi ai loro fondi.

Concentriamoci piuttosto su Davide Maccagnani, imprenditore ignoto ai più, che proprio incuriosisce. Ex titolare, presidente e amministratore delegato della Simmel Difesa, unico produttore in Italia di munizioni e di spolette di medio e grosso calibro per cannoni navali, oltre che di esplosivi, teste missilistiche, razzi e sistemi d'arma a razzo, questo Davide ha appena venduto l'azienda, con stabilimenti a Colleferro e ad Anagni, vicino Roma, agli inglesi della Chemring.

Di Davide, che si divideva tra Torino e gli stabilimenti laziali dove ci fu un'esplosione che provocò un morto e molti feriti, il "santino" del premio di un "Gran Galà Stampa" del 2003 ci racconta che "è uno dei più stimati e apprezzati capitani d'industria a livello intercontinentale, un industriale che si è fatto veramente da solo con notevoli sacrifici, con lo studio, con l'applicazione, con il coraggio e la grandissima perseveranza".

Che c'entra Maccagnani con l'Alitalia ? Non disperate, ha messo via i soldi degli inglesi che hanno comprato i suoi missili di Colleferro e ha messo in piedi una piccola immobiliare, la Macca srl. Volete vedere che la Macca, a dispetto della sigla casereccia, spunterà in qualche bell'affare edilizio milanese, visto che tra Scilla e Cariddi non si muoverà neanche un ciotolo? Del resto un produttore di teste missilistiche che subentrò anni fa alla Fiat e alla Snia BPD nel business delle armi deve avere ganci governativi e con i Servizi di primaria qualità. Ci riserviamo magari di chiederlo, se ci darà udienza, a Gianni Letta, il cui nipote Enrico in questa vicenda è stato il più realista: con l'"Operazione Fenice", stanno facendo un'altra Efim, l'ente voluto da Aldo Moro e Pietro Sette, la cui liquidazione costò ai cittadini italiani settemila o più miliardi del tempo.

Poi ci sono i fratelli Fratini, Corrado e Marcello, che facevano jeans in Toscana, area privilegiata di Denis Verdini, neocoordinatore nazionale di Forza Italia, l'uomo che fa venire il morbillo a Fabrizio Cicchitto, l'antico trotskista della sinistra lombardiana che, iscritto alla Loggia P2 come l'attuale capo Berlusconi, criticava Berlinguer da sinistra e che purtroppo tutte le sere ci tocca subire nei telegiornali nazionali. Ma ancora per poco, finché il suo capo toscano, con ottimi agganci di tutti i tipi a cominciare da quelli veri massonici, non metterà all'incasso il ruolo appena assunto al posto dell'ecumenico Sandro Bondi e quello svolto con Ermolli e altri nella leva dei coscritti Alitalia. Questi Fratini, insomma, un po' stufi degli stracci griffati, hanno messo su indovinate che? Un'immobiliare, la Fingen Real Estate. Chissà che la nuova nata non conquisti qualche appezzamento al sole ai confini della Brianza, sulle soleggiate terre dell'Expò 2015.

"Magliana ai magliari", ci dice sghignazzando un ex amministratore delegato che naturalmente non vuole essere citato, in onore al "Pittoresco Capitalistico" d'Italia. Non resta allora che un flebile e assai poco speranzoso interrogativo: sarà Colaninno a salvarci dal capitalismo intossicato dalla politica?


22/06/08

Tremonti il Pataccaro

La patacca del ministro nella foresta di Sherwood
di EUGENIO SCALFARI - Repubblica

A LEGGERE i titoli e i testi pubblicati dai giornali sulla Finanziaria di Giulio Tremonti si direbbe che mai prima d'ora si era vista una legge così perfetta ed una politica economica così adatta a soddisfare i bisogni, i desideri, le speranze d'un paese. Nonostante una crisi che sta squassando il mondo intero. Nonostante la pessima eredità lasciata dal precedente governo. Nonostante la fragilità del capitalismo italiano. Nonostante l'inefficienza della pubblica amministrazione. Nonostante la pochezza del sindacalismo. Nonostante i malanni dell'Europa.

La grandezza di Tremonti. La saggezza di Tremonti. La prudenza di Tremonti. La cultura di Tremonti. L'audacia di Tremonti. La forza di Tremonti. Di personaggi come lui ne nasce uno ogni secolo. Nella sala della Maggioranza, quella dove Giovanni Giolitti teneva ai tempi suoi il Consiglio dei ministri, il ministro dell'Economia ha presentato il suo capolavoro con ai fianchi il fior fiore del governo: Brunetta, Scajola, Alfano, Sacconi, Maroni. Alle spalle, appeso al muro, il ritratto di Camillo Benso Conte di Cavour. Berlusconi non c'era, per non offuscare la gloria del pro-dittatore.

A leggere i titoli e i testi dei giornali, necessariamente sintetici, gli aspetti di maggior rilievo del capolavoro tremontiano erano soprattutto quattro: la miracolosa rapidità con la quale il governo era riuscito ad approvare la legge finanziaria (nove minuti e mezzo), la Robin tax, la carta dei poveri, la "deregulation" del mercato del lavoro. Un impasto virtuoso di liberismo e di socialismo. Più governo e più mercato. Concretezza e filosofia. Durezza e dolcezza. Federalismo e autorità. Infine la Chiesa, il suo insegnamento morale, i suoi valori sola speranza d'Europa e della società italiana giardino del Papa. Ne saremo noi degni?

Commentando il capolavoro tremontiano il ministro-ombra Bersani ha detto: ci sono moltissime cose in quella legge ma manca la cosa. Tito Boeri, a proposito della Robin tax, ha scritto ieri che si tratta d'una bufala di eccezionali dimensioni. Il giornale della Confindustria, contraddicendo l'entusiasmo dei suoi proprietari, ha sottolineato in sei pagine di seguito l'impianto classista della manovra e i rischi di addossarne il peso ai ceti più deboli.

Chi ha ragione? Non vorrei passare da un eccesso all'altro. C'è anche del buono nella manovra di Tremonti. Per esempio aver anticipato i decreti d'applicazione della Finanziaria a giugno e la loro conversione in legge entro luglio insieme al documento di programmazione triennale. Di aver asciugato la sessione di bilancio che si concluderà entrò il prossimo ottobre. Questioni di metodo, in buona parte anticipate da Padoa-Schioppa. Di aver puntato sulla liberalizzazione di alcuni servizi locali già predisposta dalla Lanzillotta.

Di aver previsto un programma di contenimento della spesa pubblica intermedia, quella in gran parte destinata all'acquisto di beni necessari al funzionamento della pubblica amministrazione. Mettendo sotto controllo quei capitoli di spesa il predecessore di Tremonti riuscì a bloccare il ritmo di aumento della spesa corrente che nel quinquennio 2001-2006 aveva sperperato due punti e mezzo di Pil.

A parte questi aspetti positivi, il vero senso politico della manovra di Tremonti sta nello smantellamento degli strumenti di contrasto all'evasione. Con un sofisticato meccanismo di anticipi di entrate e posticipi di uscite secondo uno schema di cassa che lo stesso Tremonti aveva già sperimentato nel quinquennio 2001-2006 e infine con varie "una tantum" a cominciare dall'imposta patrimoniale sulle risorse petrolifere.

Ne saranno beneficiari i professionisti e le partite Iva, verranno tassati i servizi pubblici cioè i loro utenti. L'aumento di cinque punti e mezzo dell'Ires sarà inevitabilmente trasferito sui prezzi al consumo. Nessun provvedimento avrà più luogo sui salari e sulle famiglie che non ce la fanno. Lo sgravio dell'Ici ha dissipato 2 miliardi di euro, la carta di povertà testé istituita butterà via un altro mezzo miliardo e questo sarà stato tutto per alleviare i pesi e rilanciare la domanda.

Ma bisogna riconoscere che c'è del genio nel sedurre i "media" con gli specchietti e le collane di vetro come fecero i "conquistadores" sbarcati cinque secoli fa in Messico e in Florida. La carta di povertà è geniale, la Robin tax è geniale: conquistano per giorni le prime pagine dei giornali e i video di tutte le televisioni, si aprono dibattiti sulla personalità di Robin Hood, sulla foresta di Sherwood, un governo guidato dal più ricco degli italiani tasserà i ricchi per dare ai poveri, che cosa si vuole di più? Non è questo il miracolo? Non serve a moltiplicare il consenso e a prolungare il più possibile la luna di miele?

Poi si scoprirà che si è trattato di patacche. Qualcuno l'ha già dimostrato ma non buca il video e neppure le prime pagine. Intanto il governo guadagna un tempo prezioso tanto quanto ne perse il governo Prodi logorato dalle risse interne fra i troppi galletti di quel pollaio.

Decidere decidere decidere. In nove minuti e mezzo se possibile, in due ore, in un giorno. Michele Serra ha scritto: 127 decisioni al giorno, non importa se tutte sbagliate. Ha ragione, oggi è questa la sindrome della gente.

Un presidente emerito della Repubblica di cui ho l'onore di essere buon amico mi ha confidato l'altro giorno tutta la sua amarezza nel constatare che gli italiani sono abbacinati dal decisionismo purché sia. Non tentano nemmeno di esaminarne i contenuti, sono felici di delegare ogni responsabilità ad un'autorità e se quella mostra i muscoli e strappa alcune regole fondamentali che presidiano lo stato di diritto e la democrazia, chi se ne infischia. Purché si decida.

Forse alla prova dei fatti si sveglieranno. Intanto gli intellettuali dibattono se è fascismo oppure no, se è dittatura oppure no, si citano autori, si rievocano Gramsci e Pasolini. Tempo perso e pagine sprecate.

* * *

Si rafforza un luogo comune in questi giorni: bisogna sperare che i provvedimenti adottati si attuino e portino buoni frutti, augurarsi il peggio sarebbe criminale.

Giuro sui miei figli di non essere un criminale e quindi non mi auguro affatto il peggio. Questo mi obbliga ad applaudire una politica basata soltanto sull'immagine e... sotto il vestito niente? Oppure a parlar d'altro per distrarre il pubblico come si usa fare per accalappiar le allodole e friggerle in padella?

Mentre Tremonti mandava in scena il suo capolavoro economico e finanziario, Berlusconi teneva anche lui il palcoscenico da par suo sulla sicurezza e sulla giustizia. Bloccava ogni notizia sulla magistratura inquirente e scriveva al presidente del Senato una lettera che farà storia, assumendosi la diretta responsabilità del congelamento dei processi, giurando naturalmente sui suoi figli la sua innocenza e accusando d'esser sovversivi i giudici che pretendono di giudicarlo.

"Ci riporta di nuovo ad una situazione che speravamo di aver superato" ha detto Veltroni dinanzi all'assemblea dei democratici preannunciando una resistenza ferma e responsabile. Gli organi rappresentativi della magistratura hanno anch'essi reagito con composta fermezza allo stravolgimento dello stato di diritto. Il presidente della Repubblica continua a sottolineare la gravità di questa situazione. La stessa opinione pubblica, ancorché imbambolata dalle televisioni, mostra qualche primo segnale di resistenza: il consenso a Berlusconi che aveva toccato il tetto-record del 58 per cento a metà maggio, quattro giorni fa è sceso di quattro punti al 54 per cento.

Ma appena un anno fa la pubblica opinione avrebbe reagito con ben diversa energia a queste sceneggiate. Il deterioramento dello spirito pubblico ha molte cause: paura del nuovo, aumento degli egoismi, difficoltà di tirare avanti la vita e per i giovani di costruirne una nuova, mediocrità delle classi dirigenti sia di destra sia di sinistra, rifugio nell'antipolitica e nel "gossip" come antidoto alla frustrazione.

La conseguenza è un Paese fermo, ripiegato sui luoghi comuni che deturpano il senso comune. Intanto la linea di successione di questa Repubblica in cerca di un Lord Protettore è già stabilita: sarà Giulio Tremonti dopo il Berlusconi IV. Fini non sarà contento ma Bossi sì: è il nordismo, bellezza, nella sua peggiore declinazione.

17/05/08

Scusate il disturbo


C’è una regola non scritta di buon giornalismo che invita a usare con parsimonia i punti interrogativi per il semplice motivo che il lettore spende un euro per conoscere le risposte e non solo le domande. Veniamo meno a questo principio dopo che Michele Serra, su Repubblica, ha descritto e fatta propria la condizione di spaesamento che molti vivono nell’opposizione dopo la pesante sconfitta elettorale. Sentendosi un po’ sfiancato e un po’ spiazzato dagli eventi, egli (riassumiamo) preferisce mettersi a osservare tranquillo, senza sbandierare alcunché, aspettando che i nodi vengano al pettine. Dopo lo choc elettorale, con quel che ne è seguito abbiamo anche noi accarezzato l’idea di restare serenamente alla finestra per vedere la destra all’opera. E, come cantava Jannacci, l’effetto che fa. Purtroppo dalle serrande spalancate hanno cominciato a pioverci addosso una quantità di voci sovrapposte e di rumori confusi che nella nostra testa hanno preso la forma di altrettanti punti di domanda. Il più impegnativo dei quali riguarda il dialogo con Silvio Berlusconi. Chiariamo subito: è cosa ottima che per iniziativa soprattutto del Pd e di Veltroni sia stato inaugurato un metodo che può svelenire il clima maggioranza-opposizione. A patto, come ha ribadito il leader democratico, che serva a trovare un’intesa reale sulle regole del gioco da riformare e non invece a creare indistinte melasse programmatiche. Bisogna riconoscere che sul piano delle parole anche Berlusconi è stato all’altezza (e non di un nano, per usare la sua stessa autoironia) prefigurando un clima nuovo in Parlamento, senza confusione di ruoli, senza ambiguità, alla luce del sole, senza sospetti e senza intrighi consociativi. Perfetto.

Ma (ed è la prima domanda) questo clima nuovo deve prevedere anche una nuova memoria? Come avviene nei computer quando si decide di resettare le operazioni ritornando allo stato iniziale, aprendo una pagina nuova (appunto) e immacolata.

Non lo chiediamo polemicamente ma solo per capire, per esempio, se da questo momento in poi si dovrà considerare Silvio Berlusconi una sorta di erede di Aldo Moro, come è stato scritto autorevolmente annunciando, tra gli altri prodigi, «l’era del neo-moroteismo berlusconiano» (la Repubblica). Si tratta di una sintesi giornalistica suggestiva che allude alle aperture coraggiose dello statista dc nei confronti prima dei socialisti poi del Pci e che introduce altri interrogativi ancora. Per esempio: questa visione neomorotea e dialogante era per caso connaturata in Berlusconi anche prima che egli stravincesse le ultime elezioni? O in lui si è accesa dopo il 13 aprile, come la fiammella dello Spirito Santo nelle immaginette sacre? Non vorremmo sbagliarci ma l’uomo che ancora un mese fa si riprometteva di spedire Veltroni in Africa non sembrava proprio la quintessenza del moroteismo. O c’inganna la memoria cattiva in quanto incancellabile?

Non tireremo in ballo, per carità, le leggi ad personam. E meno che mai, ci mancherebbe altro!, il conflitto di interessi. Acqua passata. Problemi più gravi premono. L’interesse nazionale prima di tutto. Restiamo però lo stesso affascinati da un quesito, diciamo così, filosofico. Può esistere una seconda (o una terza) vita in politica? Certo che sì. E l’ultimo tratto di strada, se percorso in gloria, può cancellare tutta la storia precedente? Nicolas Sarkozy, per citare un caso a noi vicino, ha conosciuto parecchi imbarazzanti rovesci prima di approdare triofalmente all’Eliseo. Ma nessun giornalista francese si sognerebbe di escludere dalla biografia presidenziale la parte più scomoda o meno edificante per potercelo presentare come l’erede di De Gaulle. Stiamo pure sicuri che l’opposizione della dolce Ségolène Royal non fa certo sconti quando si tratta di ricordare certi difficili trascorsi del consorte di Carla Bruni.

Da noi, viceversa, la rimozione della memoria diventa valore costituzionale se stende un velo compiacente sull’autobiografia del potere. Solo in Italia può accadere che il caso Schifani diventi il caso Travaglio. Che, cioé, il giornalista reo di avere rispescato una pagina imbarazzante della seconda autorità della Repubblica venga esposto al pubblico ludibrio. Mentre la seconda autorità continua a ricevere la più sentita solidarietà da amici e avversari per l’affronto subito. Quante le cose incautamente raccontate siano vere sembra invece non interessare nessuno.

Non vogliamo farla lunga. Se oggi Berlusconi è un uomo nuovo miracolosamente redento da tutti i peccati che questa stessa opposizione gli ha (giustamente) rinfacciato nel corso di un quindicennio, ne siamo sinceramente lieti. Nell’acclamarlo come il novello Moro non perdiamo però di vista un tratto fondamentale del personaggio. Nella sua lunga e sfolgorante carriera imprenditoriale e politica di accordi il presidente-padrone ne ha fatti tanti. Ma alla fine l’affare l’ha fatto sempre lui. Scusate il disturbo e buon dialogo a tutti.
(Antonio Padellaro - L'Unità)

30/03/08

Il Cavaliere liberale ha abolito il mercato


di EUGENIO SCALFARI
TEMPO fa, in uno dei miei articoli domenicali, citai una battuta di Petrolini raccontata da un suo scrupoloso biografo. La cito di nuovo perché si attaglia bene al caso presente. Il grande comico romano stava cantando la sua canzone intitolata "Gastone". Arrivato alla fine, uno spettatore del loggione fischiò sonoramente. Petrolini avanzò fino al bordo del palcoscenico, puntò il dito verso il fischiatore e nel silenzio generale disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che stanno intorno e che ancora nun t'hanno buttato de sotto". Seguì un piccolo parapiglia sopraffatto dagli applausi di tutto il teatro. Così si dovrebbe dire oggi a Berlusconi per il suo comportamento sull'Alitalia, oltre che per tante altre cose. Pare che finalmente la Consob abbia acceso un faro su quel comportamento e così pure la Procura di Roma. Starebbero esaminando se nelle quotidiane esternazioni berlusconiane vi siano gli estremi del reato di "insider trading" e di turbativa del mercato. Non voglio credere e non credo che il leader del centrodestra stia speculando in Borsa (altri certamente lo fanno e si saranno già arricchiti di parecchi milioni di euro) ma sulla turbativa di mercato non c'è da accender fari, basta affiancare ad ogni dichiarazione berlusconiana le oscillazioni del titolo Alitalia che sono dell'ordine di 30/40 punti all'insù o all'ingiù. In qualunque mercato del mondo Berlusconi sarebbe già stato chiamato a render conto di quanto dice; l'Agenzia che tutela le contrattazioni di Borsa lo avrebbe ammonito e multato, la magistratura inquirente l'avrebbe già messo sotto processo. Ma soprattutto gli elettori ne avrebbero ricavato un giudizio di inaffidabilità e di non credibilità definitivo. Voglio sperare che gli elettori ancora incerti su chi votare l'abbiano a questo punto escluso dal loro ventaglio di possibilità. Affidare il governo del paese per i prossimi cinque anni a un personaggio che non si fa scrupolo di turbare il mercato con false notizie riportate e diffuse da tutto il sistema mediatico è uno di quegli spettacoli che purtroppo squalificano un paese intero almeno quanto l'immondizia napoletana. Eccellono in questa gara soprattutto le emittenti televisive, quelle private e quelle pubbliche; in particolare - dispiace dirlo - il Tg1 il quale riferisce in presa diretta le sortite del Cavaliere senza che vi sia una voce che ne sottolinei gli effetti sul listino borsistico. Il risultato è che Berlusconi resta in video per il doppio del tempo del suo principale avversario turbando non solo i mercati borsistici ma anche l'andamento del negoziato tra Air France e sindacati tra lo stupore di tutti gli operatori internazionali. Venerdì sera l'annunciatrice del Tg1 delle ore 20 si è addirittura lasciata andare ad una critica contro la legge della "par condicio", da lei ritenuta incivile, senza spiegare perché in Italia esista una legge del genere, dovuta ad un vergognoso conflitto di interessi che fa capo al proprietario delle reti Mediaset. Legge che peraltro nessuna delle emittenti televisive rispetta a cominciare dal Tg1, già ufficialmente ammonito dall'Agenzia delle comunicazioni. Evidentemente direttori e conduttori danno per scontata la vittoria elettorale del centrodestra e sanno anche che se l'esito fosse diverso il vincitore di centrosinistra si guarderebbe bene dal praticare vendette. Perciò tanto vale scommettere in anticipo senza rischiare nulla se non la reputazione. Ma chi si preoccupa della reputazione nell'Italia dei cannoli alla siciliana. Domenica scorsa, occupandomi dell'Alitalia e della fantomatica cordata patriottica berlusconiana, scrissi che a mio avviso quella cordata ci sarà davvero se Berlusconi vincerà. Per lui è un punto d'onore e i mezzi per realizzare l'obiettivo ci sono. Li ho anche enumerati ed è stato proprio il leader del centrodestra a confermarlo quando ha detto appena ieri che dopo la sua sicura vittoria chiamerà uno ad uno gli imprenditori italiani per chiedere l'obolo di san Silvio e "voglio vedere chi non ci starà". Ci staranno tutti, non c'è dubbio alcuno, "chinati erba che passa il vento". Ci staranno i capi delle società pubbliche a cominciare dall'Eni e da Finmeccanica, in attesa di riconferma o di nuova nomina; ci staranno i capi di imprese private concessionarie dello Stato, ci staranno le banche desiderose di benefici; ci staranno le imprese medie che hanno già o ambiscono di avere rapporti fluidi con l'uomo che dovrebbe governare l'Italia per altri cinque anni in attesa di volare per altri sette sul più alto Colle di Roma. Il mercato? Chissenefrega del mercato, contano i rapporti tra affari e politica e il Berlusca è imbattibile su quel terreno: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Il mercato di Berlusconi si configura così e non saranno certo un Tremonti o un Letta ad impedirglielo, anzi. Quanto a Fini non è neppure il caso di scomodarsi a chiedere: lui aspetta l'eredità ed è d'accordo su tutto, sebbene non sia ancora certo dell'esito d'una così lunga attesa. Dunque la cordata patriottica ci sarà. Ma che tipo di cordata? L'obolo di san Silvio versato dagli imprenditori non è sufficiente, se supererà il miliardo sarà già molto, ma diciamo pure che arrivi a due o a tre. Per rilanciare Alitalia e insieme Malpensa e la Sea ce ne vogliono almeno altri otto. E in più ci vuole un "know-how" che non si improvvisa. Forse i tedeschi di Lufthansa? Forse gli americani del Tpg? Forse l'Aeroflot di Putin? Air One non è decentemente presentabile come vettore di due hub con pretese internazionali. Dunque la cordata patriottica non sarebbe patriottica se non nei fiocchi che impacchettano il torrone. Il torrone sarebbe straniero. L'organizzazione sarebbe straniera. Gli esuberi sarebbero trattati dal gestore straniero, esattamente come sta accadendo in queste ore con Air France, ma con una variante in più: la pratica richiede tempo e il tempo non c'è. Per allungarlo ci vuole un aiuto di Stato, vietato dall'Ue in mancanza di garanzie bancabili. Se questa norma fosse violata saremmo denunciati alla Corte di giustizia europea e multati pesantemente. Oppure si va, volutamente, al fallimento come anche ora si rischia di fare. Allora tutto diventa più facile perché il fallimento significa congelamento dei debiti e interruzione dei contratti di lavoro. I nuovi padroni decideranno a tempo debito quali di quei contratti rinnovare e quali no, ripartendo comunque da zero. Dov'è la vittoria? Si sciolga la chioma e se la lasci tagliare. La prospettiva, diciamolo, non è esaltante. * * * Nella stessa giornata di ieri il Cavaliere si è manifestato anche a proposito del cosiddetto voto disgiunto e ha tirato in ballo sua eminenza il cardinal Ruini. Eminence, come dice la Littizzetto. È stata una pagina da manuale. Per chi se la fosse persa raccontiamola perché ne vale la pena. E cominciamo dal voto disgiunto. Che cosa significa? Perché è venuta fuori questa ipotesi? Normalmente un elettore vota per lo stesso partito nella scheda della Camera e in quella del Senato, specie ora con una legge come l'attuale che non prevede preferenze ai candidati. Nella sua assoluta certezza di vincere le elezioni alla Camera, nell'animo di Berlusconi si è però insinuato il dubbio di pareggiare o addirittura di perdere al Senato (aggiungo tra parentesi che questa ipotesi corrisponde esattamente alla realtà). Perciò suggerisce agli elettori centristi il cosiddetto voto disgiunto: votino pure per Casini Udc alla Camera, ma al Senato no, al Senato votino per il Pdl in modo da evitare il pareggio. Che c'entra Eminence in questo pasticcio? Il Cavaliere ce lo fa entrare, gli chiede pubblicamente di entrarci e gli fa pubblicamente presenti i vantaggi che avrà se eseguirà il mandato o invece i danni che può subire se rifiuterà di adoperarsi in favore. Convinca Casini a incoraggiare o almeno a subire senza strilli il voto disgiunto. In cambio (è il Cavaliere che parla) avrà l'impegno del nuovo governo ad adottare tutti i provvedimenti chiesti dalla Chiesa in tema di coppie di fatto (mai), di procreazione assistita (abolirla), di eutanasia (quod deus avertat), di testamento biologico (come sopra), di aborto (moratoria e radicale riforma), di Corano nelle scuole (divieto), di insegnamento religioso (anche all'Università). Se c'è altro chiedetelo e "aperietur". Ma se rifiuterà, tutto diventerà problematico. In fondo (molto in fondo) lo Stato è laico e bisogna pur tenerne conto. Se lo ricordi, sua Eminenza, e non creda che la partita si giochi sul velluto. Del resto il Papa ha pur battezzato Magdi Allam. E dunque il Cavaliere ne adotterà il programma e magari farà in modo di fargli affidare la direzione del "Corriere della Sera", purché gli elettori dell'Udc votino per Berlusconi al Senato. Ha sentito, Eminenza? Una cosa risulta chiara: hanno ridotto la religione ad una partita di giro. Forse per la gerarchia ecclesiastica lo è sempre stata, per i cardinali e per molti vescovi. Ma non fino a questo punto. I credenti per primi dovrebbero esserne schifati e ribellarsi di fronte a questa vera e propria simonia. Gli opinionisti (esistono ancora?) dovrebbero spiegarla e indignarsene.
Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l'avrebbe fatta. Ebbene ho cambiato idea. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci.
(30 marzo 2008)

28/03/08

Alitalia: Berlusconi gioca sulla pelle del paese

(di Massimo Giannini - Repubblica.it)

Il "patrimonio" più prezioso delle leadership politiche moderne è la credibilità. Sulla vicenda Alitalia Silvio Berlusconi ha risolto felicemente il problema. Non l'ha perduta: molto più semplicemente, ha dimostrato di non averla mai posseduta. Non ci sarebbe nulla di male, se questa fosse solo una carenza personale. Purtroppo è invece un'emergenza nazionale. Ancora una volta, il Cavaliere gioca la sua roulette russa sulla pelle del Paese. Era il 17 febbraio 2004, quando governava l'Italia e dichiarava all'Ansa: "Per fortuna di Alitalia c'è il signor Berlusconi che impiegherà tutto il suo talento per risanarla".

Sono passati quattro anni. E non solo allora non l'ha risanata. Ma ora sta impiegando tutto il suo "talento" per farla fallire. In un micidiale impasto di indegnità politica, di irresponsabilità economica e forse addirittura di illiceità giuridica.

Avevamo provato a prendere sul serio gli annunci del Cavaliere sulla sedicente "cordata italiana" pronta a scendere in campo per evitare la "svendita" della compagnia di bandiera ad Air France. Avevamo tentato di non irridere il presunto "tentativo patriottico" di difendere un interesse nazionale, di fronte alla prima pioggia di smentite che già dal primo giorno della sua offensiva su Alitalia, giovedì della scorsa settimana, avevano sommerso il Cavaliere.

Smentite sull'esistenza di "numerosi imprenditori italiani disposti a intervenire", sul "sicuro coinvolgimento di Banca Intesa", sulla richiesta di "un prestito-ponte al governo" per sostenere l'iniziativa. Avevamo provato a chiedere al leader del Pdl un estremo gesto di responsabilità. Nei confronti del Paese, di uno dei suoi asset industriali più blasonati, delle 18 mila persone che ci lavorano, dei mercati finanziari, degli elettori. Se esiste davvero un "cavaliere bianco" in marcia su Alitalia, il Cavaliere di Arcore ha il dovere di dire chi è, con quali soldi interviene, con quali progetti industriali risana, con quali alleanze internazionali rilancia.

A modo suo, Berlusconi ha raccolto l'invito. Mettendo in fila la più stupefacente sequela di profezie autosmentite della sua quindicennale avventura politica. Giovedì scorso aveva detto che nella cordata tricolore c'erano anche i suoi figli: "li conosco, non si tirerebbero mai indietro". L'altro ieri ci ha ripensato: "I miei figli in campo? Nemmeno per sogno". Ieri, finalmente, ha fatto i nomi: Ligresti, Benetton, Mediobanca, l'Eni.

"In questi giorni mi hanno confidato il loro interessamento", ha dichiarato alla Stampa. La pioggia di smentite si è ripetuta, persino più intensa di sette giorni fa. Nessuno dei soggetti chiamati in causa ha sul tavolo la pratica Alitalia. In serata il solito voltafaccia: "Sono solo contatti, non decisioni già assunte". Poi la rituale minaccia: "Colpa dei giornali, che intingono la penna nell'inchiostro rosso della sinistra".

La campagna del Cavaliere sull'affare Alitalia è un caso di scuola. Sta ripetendo un'operazione epistemologica nota. È la "strategia del tranello" raccontata a suo tempo da Alessandro Amadori. Lancia un segnale, affermando qualcosa o attaccando qualcuno. Ottiene una reazione, meglio se indignata e spropositata. Nega di aver affermato, o di aver voluto attaccare. Lascia l'avversario impantanato nel suo stesso eccesso di reazione. È il meccanismo della "schismogenesi", sul quale ha costruito tanta parte delle sue fortune politiche. Ha funzionato tutti questi anni, complice una sinistra non sempre consapevole di fare il suo gioco. È convinto che possa funzionare ancora.

Ma sta anche costruendo un'operazione politica nuova. L'uso strumentale della vendita ai francesi serve al Cavaliere a far scattare la trappola mortale sul centrosinistra. Da un lato, riporta in vita, per esporlo alla pubblica gogna di qui al 13 aprile, lo "scheletro che Veltroni voleva nascondere nell'armadio", cioè quello di Romano Prodi. Un boiardo dell'Iri, che oggi fa accordi sottobanco sull'Alitalia come ieri li ha fatti sulla Sme, e che col suo governo ha messo in ginocchio il Paese. Risucchiarlo nell'arena elettorale è utile a delegittimare il suo erede.

Dall'altro lato, riattiva la solita sinapsi anticomunista, per spaventare i moderati sull'esistenza del solido filo che collega Pci-Pds-Ds-Pd. Un'equazione ideologica, che ieri è servita a sfondare al centro e oggi può mobilitare gli indecisi. Rilanciarla nella campagna elettorale è utile a negare l'evoluzione identitaria che ha portato ex-comunisti ed ex-democristiani a confluire nel nuovo Partito democratico.

Ma questa volta c'è una doppia aggravante. La prima è di merito. Berlusconi continua a speculare politicamente su una vicenda che ha enormi implicazioni, economiche e finanziarie. Investe allegramente sulla rottura dell'accordo con Air France, puntando a far fallire l'unica trattativa in corso e preparandosi a scaricare sul Paese i costi del fallimento di Alitalia. Scommette al buio sui destini di un'azienda e sul futuro dei lavoratori.

Gioca a dadi con un titolo quotato in Borsa, che nell'ultima settimana ha avuto sbalzi di prezzo al rialzo e al ribasso fino del 40%. E solo oggi, con un ritardo tanto inspiegabile quanto colpevole, la Consob si premura di intervenire, e la Procura di Roma si decide ad accendere un faro. Coinvolge nella sua disinvolta partita individuale altri pezzi di capitalismo pubblico e privato, di cui da premier in pectore potrebbe diventare azionista (l'Eni) o concessore (i Benetton). E ancora una volta, con un'evidenza mai tanto lampante, si ripropone l'irrisolto vulnus democratico del conflitto di interessi.

La seconda aggravante è di metodo. Nessun'altra democrazia occidentale tollererebbe un leader politico capace di giocare così spudoratamente su una questione di interesse nazionale e su un'operazione market sensitive. Nessun altro Paese civile sarebbe disposto a riconoscere un briciolo di credibilità ad un potenziale premier capace di manipolare così irresponsabilmente i dati della realtà, i fatti dell'economia, gli interessi delle persone, i diritti degli elettori. Purtroppo, per la quinta volta dal 1994, è esattamente quello che sta succedendo. La tragedia d'Italia degenera nella farsa dell'Alitalia. O viceversa. Ci sarebbe da ridere. Ma stavolta, tra vere mozzarelle venefiche e false bufale mediatiche, c'è davvero da piangere.
(28 marzo 2008)

24/03/08

Elezioni Usa. Perché sono qui

Furio Colombo - l'Unità

Alcuni giorni fa qualcosa è accaduto che ha cambiato in modo profondo non solo la campagna elettorale americana, ma anche la percezione che molti hanno di questo spaventoso momento storico. Anche l’idea del passato e l’attesa del futuro. Ha scritto il New York Times: «La politica è salita al piano di sopra».


È stato il discorso di Barak Obama la mattina del 19 marzo, nello stesso luogo in cui, duecentoventuno anni fa, era stata presentata la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Quel discorso ha fatto di colpo il giro dei terminali di Internet, è diventato messaggio (le frasi chiave) su milioni di telefonini, ha dirottato la sequenza dei programmi televisivi, ha fermato la gente al lavoro e per le strade, per ascoltare o per sapere l’uno dall’altro.

Perché ne parlo, come se fosse il solito omaggio all’America, mentre noi viviamo le difficili giornate che stiamo vivendo? Perché ci sono eventi che non capitano in un solo Paese e non hanno un senso limitato da circostanze e confini.

Ricordate “I have a dream” di Martin Luther King? Ricordate gli ultimi discorsi di Robert Kennedy? Erano discorsi sull’America ma non all’America. Erano discorsi per un mondo e per un tempo in cui tanti aspettavamo che qualcosa cambiasse. Sto per spiegare il perché del senso di tensione, uno stato d’animo in bilico tra dramma e festa. Perché il discorso di cui sto parlando significa quasi certamente la vittoria nelle elezioni primarie. Ma potrebbe avere gettato sul percorso della corsa alla presidenza l’ostacolo insuperabile del coraggio, della chiarezza, della verità.

Ecco che cosa è accaduto, e perché ciò che è accaduto ci riguarda. Barak Obama ha parlato, apertamente e frontalmente, di razza, e del suo essere “nero” in un mondo di civiltà evoluta eppure profondamente diviso dai pregiudizi. Un mondo, tutto il mondo nel quale viviamo, in cui “essere nero” (che di volta in volta vuol dire diverso o nuovo venuto o sconosciuto o parte di un gruppo percepito come cattivo o illegale) resta una porta stretta, a volte un muro.

Barak Obama ha parlato apertamente e frontalmente di povertà: che cosa è, come nasce, come si vive e quali conseguenze porta, del modo in cui sposta in basso il livello, la dignità, l’orgoglio di un intero Paese, persino di un Paese potente.

Barak Obama ha parlato del razzismo dei bianchi e del razzismo dei neri e del fatto che il lamento di entrambi chiude fuori gli immigrati, i clandestini, i privi di tutto, che non sono neppure in condizione di partecipare alla disputa.

Barak Obama ha parlato del tipo di cultura che genera l’esclusione: le immense aggregazioni d’affari che governano con la falsa informazione, la falsa immagine, la falsa contabilità, e sono capaci di dominare Washington attraverso il fitto lavoro delle lobbies che dirottano le leggi in modo che tutto (o tanto o troppo) vada a beneficio di pochi.

Ha citato William Faulkner per dire: «Il passato non è morto e sepolto. Il passato siamo noi. Noi che siamo il presente. Non stiamo facendo una recita dell’ingiustizia. La viviamo».

Barak Obama ha descritto così il tempo che stiamo vivendo e il tempo prossimo venturo che stiamo affrontando: «Due guerre, la minaccia del terrorismo, un’economia che crolla, la crisi dell’assistenza medica, la devastazione dell’ambiente».

Parlo di questo discorso, di cui avete già letto notizie, riassunti, frammenti di telegiornali, perché è la prima volta che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti decide di abbandonare ogni precauzione, ogni espediente e soprattutto la sua estrema facilità di comunicatore “magico”. Lo fa per dire - invece - in modo semplice alcune cose che riguardano non solo la sua vita, ma la vita di tutti, che vogliano riconoscersi o no. E, attraverso la gran parte delle cose che ha avuto il coraggio di dire, è bene ascoltare Barak Obama anche in Paesi apparentemente lontani però soggetti allo stesso destino. Un destino che dipende in modo drammatico dalle scelte americane.


* * *


«Non sono abbastanza nero per essere nero e non sono abbastanza bianco per essere bianco». Comincia qui, senza precauzioni, il discorso di Obama, che pone subito al suo pubblico stupito e pronto per una celebrazione (duecentoventuno anni dopo la Costituzione degli Stati Uniti). E io non sono così ingenuo da pensare che noi risolveremo il nostro problema razziale con la mia elezione».

«Mi dicono che tutti i maschi bianchi di questo Paese andranno a votare per John McCain, che condividano o no le sue posizioni politiche». Ma questo ammonimento, probabilmente ricevuto da consulenti e strateghi, non consiglia alla prudenza il candidato Obama. C’è una ragione occasionale. Geraldine Ferraro, già candidata democratica alla vicepresidenza degli Stati Uniti e sostenitrice di Hillary Clinton, aveva detto nei giorni scorsi: «Tanta attenzione su Barak Obama soltanto perché è nero».

Ma c’è una ragione più seria e drammatica. Il reverendo Wright, pastore della chiesa di Chicago che il senatore nero frequenta, che lo ha sposato, il pastore che ha battezzato le sue bambine, nel rispondere a Geraldine Ferraro ha lanciato un attacco durissimo contro la società e la cultura dei bianchi, contro «la cultura che genera il razzismo». Subito si è levata la richiesta sempre più pressante per il giovane senatore nero: sconfessare la sua chiesa e il suo pastore. Oppure condividere il giudizio di nero ostile ai bianchi e dunque inadatto a governare.

È su questo punto sfuggente e rischioso che Barak Obama ha fondato il suo discorso. «Dovrei rifiutare quest’uomo e condannarlo? dovrei separarmi dalla chiesa in cui c’è sempre stato il mio posto? Non lo farò. Non ha torto il pastore Wright nel descrivere il rapporto tra bianchi e neri in modo così drammatico. È la vita americana. Sbaglia nell’immaginare una società ferma, in cui tutto il male è destinato a ripetersi, in cui non ci sono cambiamenti, in cui la separazione continua. Ecco il suo errore: crede davvero che questo sia, che sarà sempre il nostro destino».

È a questo punto che Barak Obama sceglie di parlare di se stesso come non aveva mai fatto. «Non posso rinnegare la mia comunità nera, errori e non errori, per la stessa ragione per cui non potrei rinnegare mia nonna, una donna bianca che ha fatto per me, bambino nero, dei sacrifici grandissimi. Eppure lei - donna bianca che mi proteggeva - aveva paura ogni volta che un nero si avvicinava troppo alla nostra casa. Io sono una contraddizione».

Ha scritto il New York Times quel giorno: «Nella vasta sala il pubblico comincia a mormorare il suo assenso, poi a esclamare, confermare, ognuno lo dice alla persona vicina. Scatta un applauso poi un altro poi un altro, finché una cascata di applausi segue le parole, dette con lo stesso tono basso di voce, con molta chiarezza e molta calma. «Non mi distaccherò dalla comunità nera che è parte di questo Paese. Ma non voglio dimenticarmi che insieme a noi, i bianchi e i neri, ci sono i latini, gli ispanici, gli asiatici. Il nostro genio consiste in questo: noi siamo un Paese che cambia. L’inizio è stato imperfetto e difficile. La continuazione della nostra storia può avvenire soltanto attraverso il cambiamento. Il cambiamento può avvenire soltanto insieme. Per questo mi presento alla porta della Presidenza degli Stati Uniti».

Il suo punto è: «Noi siamo storie diverse e una sola speranza. Le nostre vite sono imperfette. Non fingiamo di non sapere ciò che è accaduto e che ha separato così profondamente bianchi da neri. Ma non permettiamo che ciò ci separi dagli immigrati. La responsabilità per le nostre vite è responsabilità per le loro vite. Siamo una sola comunità, un solo Paese». L’altra distanza di cui il candidato Barak Obama intende rendere conto è quella tra ricchi e poveri. Spiega che «non bastano e non basteranno mai le parole. I fatti si chiamano scuole per tutti i bambini, ospedali per tutti i malati, tribunali in cui i diritti civili siano la garanzia per tutti, una speranza di vita decente per i nuovi venuti».


* * *


Si spiega bene Barak Obama di fronte alla sua folla che lo ascolta e partecipa come se fosse parte di una grande conversazione. Gli parlano, si parlano, coloro che ascoltano, esclamano “finalmente!”, dicono “sì è vero, ripetilo ancora” come nei rituali delle chiese nere. Ma non sono neri, a Philadelphia, non la maggior parte. E alzano le mani, sopra le teste perché l’applauso scrosci più forte (sto ancora citando dal New York Times e da ciò che ho visto in televisione). E lui: «Dal momento che sono nero mi chiedono: credi nel capitalismo? E credi nel mercato? Sissignore, rispondo, credo nel capitalismo e credo nel mercato. Ma quando mi rendo conto che certi capi d’azienda, certi dirigenti, fra compensi e bonus, guadagnano in dieci minuti ciò che un operaio guadagna in una vita, allora mi dico che va bene il capitalismo e va bene il mercato, ma c’è qualcosa da cambiare in questo grande sistema».

E aggiunge: «Non sono così ingenuo da pensare che la mia candidatura di nero sia la chiave che apre la porta della giustizia sociale e razziale. Ma penso che sapere del passato non vuol dire essere vittime del passato, non vuol dire piazzarsi in un mondo immobile in cui niente cambia. Cambia con noi. E proprio noi, i neri che erano schiavi, gli immigrati che sono illegali, i bambini che non hanno scuole, i malati che non hanno ospedali, gli operai che non hanno fabbriche, proprio noi possiamo impadronirci del più tipico credo conservatore che dice: “Adesso tocca a ognuno di noi dare la prova di valere e di meritare qualcosa”. Ma noi aggiungiamo: “Insieme”. Perché questo si intende quando si dice “Nazione”. Non vuol dire schierare gli eserciti. “Insieme vuol dire: insieme si può”».

Obama ha un esempio recente per ciò che dice: «Basti pensare a quello che è successo a New Orleans con lo spaventoso passaggio dell’uragano Kathrina: abbandonati da soli, migliaia di americani sono restati a morire sott’acqua»

Come ripetendo “I have a dream”, il mai dimenticato appello agli americani di Martin Luther King, il candidato Obama finisce il suo discorso con l’incalzare di una preghiera. Usa il rito delle chiese nere: dire e ripetere insieme l’inizio della stessa frase. Chiede di rivedere tutte le scene dei nostri giorni (niente di ciò che dice è solo americano) e di dire perché questa volta è diverso.


* * *


«Questa volta vogliamo che l’ospedale sia aperto a chi non ha l’assicurazione. Questa volta chi non ha potere non resterà da solo. Questa volta vogliamo che il destino di chi trova la fabbrica chiusa non sia il destino di qualcuno che deve provvedere in solitudine perché conta esclusivamente il guadagno di alcuni.

Questa volta vogliamo parlare del destino comune di bianchi e di neri, di immigrati e illegali, di asiatici e ispanici. Se può accadere di spargere il nostro sangue insieme perché non pretendere insieme un po’ di felicità? Questa volta sappiamo che patriottismo è prendersi cura degli altri, delle loro famiglie, dei bambini che non sono i nostri figli e fare in modo che ciascuno abbia il compenso che non ha mai avuto per il suo lavoro e il suo sacrificio, che fa grande un Paese».

E poi Obama racconta a chi lo ascolta e lo sta seguendo con una sorta di febbrile entusiasmo la storia della bambina Ashley, e non ci dice se è bianca o se è nera. Dice che adesso ha ventitrè anni e lavora per portare più gente possibile al voto. Ma quando aveva nove anni e sua madre moriva di cancro, la bambina senza padre ha scoperto che cosa vuol dire non avere diritto ai medicinali e alle cure. Ha capito in quel momento che non c’era scelta: o ti impegni per gli altri e lavori insieme. O sei solo e intorno non c’è nessuno. Ed è un percorso crudele e impossibile.

Il senatore Obama fa passare fra chi lo ascolta questa parola d’ordine, semplice e non politica: «Io sono qui per Ashley». La folla capisce e ripete.

C’è una morale in questa vicenda di vita politica vera in cui la storia della piccola Ashley è dentro la storia del senatore “troppo nero per i bianchi, troppo bianco per i neri”, in cui la candidatura di quel senatore è dentro un Paese grande, generoso, ingiusto e in pericolo, dove persone che non si amano dovranno vivere insieme, chiedere insieme ciò che meritano e che per molti è soltanto un sogno.

Però è vero. Barak Obama si è esposto al rischio più alto, quello di dire tutto, senza difesa, come un predicatore appassionato, non come un candidato scaltro. Hillary Clinton aveva detto in gennaio:« Si può fare campagna elettorale in poesia. Ma si deve governare in prosa». Le risponde (21 marzo) Roger Cohen sul New York Times: «Sbagliato. Di prosa in questi anni ne abbiamo avuta fin troppa».

Si salverà Barak Obama dopo questo gesto arrischiato che butta all’aria ogni manuale di strategia elettorale? Non lo sappiamo. Sappiamo che c’è una politica priva di scorie e di cinismo. Per questo sarebbe bello, anche in Italia, non cadere all’indietro, nel tempo umiliante fondato sulla compravendita di tutto. Sarebbe bello vivere giorni nuovi senza interessi privati e modeste scene di varietà fatte per coprire la solitudine e il pericolo.

Per questo molti di noi sono impegnati nella nostra campagna elettorale, come Obama nella sua. Tra poco sapremo se e quanto sono lontani questi due Paesi.

furiocolombo@unita.it

01/03/08

Bassolino: l'editoriale di Ezio Mauro su "Repubblica"

Responsabilità

Bassolino_antonio Quei rifiuti che restano per strada a Napoli dopo due mesi, in una nuova eccezionale normalità italiana, sono adesso diventati un caso penale e giudiziario, com'è giusto che sia, con il rinvio a giudizio per il governatore Bassolino e per altri 27 imputati - tra cui i vertici della società Impregilo - per frode, truffa aggravata ai danni dello Stato, falso e abuso d'ufficio. Vedremo dunque, a maggio, il processo alla spazzatura, e lo vedremo sugli schermi televisivi di tutto il mondo, come immagine simbolo dell'ultimo gradino che l'Italia sta scendendo verso il suo declino.

Lo specifico napoletano in questa vicenda è evidente: è fatto di ritardi e complicità, di pressioni e minacce camorriste, di ribellismi popolari e connivenze politiche (di tutta la politica), di lucro sul peggio, con l'emergenza trasformata in pubblica assistenza. Un dividendo popolare dello sfascio. Addirittura un inedito welfare della disperazione.
Ezio_mauro

Ma è inutile pensare che sia Napoli il perimetro esclusivo di questa crisi, in una sorta di razzismo
politico che assolve lo Stato. Se nel mondo è sotto accusa l'immagine d'Italia, bruciata dentro quei cassonetti, è un'intera classe dirigente nazionale che deve sentirsi alla sbarra. L'emergenza rifiuti in Campania dura da troppi anni, ha attraversato giunte e governi di ogni colore, ha contato sul tirare a campare di tutti, sulla sottovalutazione di ognuno, fino a scoprire alla fine che la saturazione cieca delle discariche non consente nemmeno più di nascondere i rifiuti come si è fatto fino a ieri, e oltre al buco nient'altro è stato progettato. Ma quando l'immondizia occupa strade e piazze per due mesi, corrompendo una grande capitale europea, allora è il sistema che fa bancarotta, è il Paese sotto scacco, non un comune o una regione.

In questo senso l'emergenza rifiuti è un attacco al cuore dello Stato, perché mette a nudo la sua impotenza. Sommersa dall'immondizia è la Piazza d'Italia. E dunque, mentre diventa un caso penale, lo choc dei rifiuti non può non diventare un caso politico. Se la vicenda ha questa portata, qualcuno - più simbolicamente esposto - deve assumersene il peso e il carico davanti alla pubblica opinione, anche al di là delle sue colpe specifiche, per far capire ai cittadini che la politica è anche responsabilità e sa pagare i suoi prezzi. Sono le ragioni per cui Antonio Bassolino deve dimettersi.
(Ezio Mauro)

...nessun dubbio che Bassolino, a questo punto, farebbe cosa "buona e giusta" a dimettersi. Però, al fine di evitare tentazioni cerchiobottiste, bene avrebbe fatto Ezio Mauro a ricordare che in 14 anni a Napoli di monnezza si sono occupati personaggi di sinistra e di destra, ma a dirlo non genericamente, ma facendo nomi e cognomi (fra cui Rastrelli, che ha firmato il demenziale, inapplicabile contratto con la Impregilo, e Bertolaso, il "Nembo Kid" della destra che era arrivato dicendo: "...risolverò il problema in un mese..."). Giusto per dare a Cesare quel che è di Cesare. Tafanus

20/02/08

Barack Obama rolls on

Ten successive victories for Barack Obama; Hillary Clinton's campaign is tottering

ANOTHER week and another painful defeat for Hillary Clinton. On Tuesday February 19th Barack Obama won two more contests for the Democratic nomination. Victories in a primary in Wisconsin and a caucus in Hawaii seal his ninth and tenth victories in a row. Hawaii is small and Mr Obama was born there, so Mrs Clinton might dismiss his runaway 75-24% victory (with 71% of the precincts having reported results). But Wisconsin hurts: it is good-sized swing state that Democrats need to hold in the autumn if they are to beat John McCain. Mr Obama won it by 17 percentage points.

Just as troubling for Mrs Clinton, Mr Obama won it on her ground. Blue-collar voters had previously gone to Mrs Clinton by sizeable margins; this time he split their vote. He also narrowly won among women, a strong block for Mrs Clinton. He won among white males clearly. And he once again piled up big victories among newly enthusiastic young voters, the better educated and higher earners. By a margin of two-to-one, voters in Wisconsin said he was more likely to beat the Republican nominee (certain to be John McCain) in November.

Mr Obama has confirmed his status as the front-runner whereas Mrs Clinton, to have any chance, must somehow engineer sizeable victories in Ohio and Texas on March 4th. They once looked very favourable to her and she still leads in opinion polls. But Mr Obama’s big win in Wisconsin bodes well for him in nearby Ohio, which shares a big white working class. Texas’s unusual hybrid primary-and-caucus vote makes it hard to win a big delegate advantage even with a hefty win among voters. And Mr Obama, carrying the aura of a winner, has narrowed Mrs Clinton's lead in both states and has two weeks to focus his campaign on them.

Mrs Clinton has two strategies left to her. One is to sharpen her attacks on her rival. Before Wisconsin her campaign staff had pushed a story that Mr Obama used speech lines lifted from Deval Patrick, his friend and the governor of Massachusetts. Mr Obama and Mr Patrick shrugged this off, voters were unbothered. Instead Mrs Clinton is likely to stress her theme of greater experience, while ramping up her economic populism. She did both in a speech after polls closed on Tuesday. She said she would lead “without on-the-job training”. She also argued, more substantively, about his health-care proposal. Hers would require every American to have insurance. His would lack such a mandate, which, she said, would leave 15m people uninsured. Expect this number to crop up repeatedly in the next few weeks.

The other path for Mrs Clinton is the inside politics of getting the delegate count more favourable to her. She and her husband are leaning hard on Democratic bigwigs and politicians known as superdelegates, who may vote for anyone they wish at the nominating convention. Having closer connections with the party leaders, they hope superdelegates might help her pull out a win even if she loses to Mr Obama in “pledged” delegates chosen by the primaries.

And she continues her fight to seat the delegations from Michigan and Florida. Both states had their delegates stripped for holding contests earlier than Democratic rules allowed. And all campaigns agreed not to run there. But Mrs Clinton’s name alone remained on the Michigan ballot, meaning she won it by a big margin. And as no one campaigned in Florida she won handily, mainly on the strength of her greater name recognition.

The risk for Mrs Clinton is that she gets stuck with a reputation for being willing to do anything to get the nomination, even if that were to mean stealing away Mr Obama’s electoral victory. With the fight against Mr McCain looming, she runs the risk of looking both aggressive and desperate, hardly the person the Democrats would want taking on the Republicans’ genial and confident war hero.

Feb 20th 2008 - From Economist.com

17/02/08

Off Topics del 17 Febbraio

Tv Papa show


E guarda un po', il Papa ha scoperto che la televisione fa schifo. Dice della «pubblicità ossessiva», di valori di vita «distorti», parla con disgusto di «trasgressionee, volgarità e violenza», rileva il rischio che i media «si strasformino in sistema volti a sottomettere l'uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento», mentre tutto questo loro dispendio di energie potrebbe essere «messo al servizio di un mondo giusto e solidale».

Chissà se Ratzinger si riferiva alla ragazza ricoperta di vermi a Ciao Darwin oppure ai giovanotti chiusi in una bolla di plastica nel prequel del Grande Fratello. Chissà, forse ha visto gli azzuffamenti di Amici, traun'ugolata e l'altra, oppure ha visto Malgioglio all'Isola dei famosi, quel Malgioglio che era finito tra le trame dello scandalo di Vallettopoli. Si sarà chiesto, il pontefice tedesco, se fu una cosa giusta e opportuna la diabolica fascinazione del suo devoto Vespa, uno dei suoi fan più sfrenati, dinnanzi al sangue di Cogne, Erba e Garlasco, oppure, magari, gli è piaciuta quella puntata di Porta a Porta dove si parlava di chirurgia estetica ed un tale smanacciava il prorompente seno di una modella a mo' di dimostrazione di ipotetici taglietti. E sicuramente avrà apprezzato quella trasmissione speciale - roba estiva, ovviamente - dedicata a San Francesco d'Assisi in cui il medesimo Vespa ospitava uno Sgarbi che delirava sulla superiorità della civiltà cristiana.

Oggi scopre, il Benedetto, le distorsioni della tv e dei mass media in generale. Però lui e i suoi uomini sanno bene come utilizzare il mezzo. Niente di male, beninteso, ma prendete ad esempio il recente «Papa-day» a San Pietro: la piazza, oltreché materiale, con i tanti fedeli accorsi a prestagli devota testimonianza, era fortemente mediatica, e come tale l'hanno presa i molti politici piamente accorsi, tra cui quelli del centrodestra venuti a passo di marcia per gridare all'«oscurantismo» e alla «negazione della libertà d'espressione»... quello stesso centrodestra ancora fedele al Silvio, colui che proprio quella televisione «materialista», che il Papa ci informa di disprezzare, ha fatto trionfare in Italia nelle ultime due decadi. Nella candida piazza San Pietro, al super-Angelus di solidarietà al pontefice, si vedeva sfilare, oltre alle tranquille famigliole e ai ragazzi di Comunione & Liberazione, quel pezzo di mondo cattolico che farebbe un figurone nei reality show: fedeli di Padre Pio (non a caso grande star dei salotti di Vespa & co) che cantavano a squarciagola, altri vestiti da crociati, altri ancora che brandivano tomi dal titolo «Fate l'amore, non l'aborto». Non è notizia di oggi che nella modernità la religiosità abbia acquisito una sua dimensione assolutamente mediatica, addirittura con venature «pop» (nel senso di «popular»).

Fatte le debite distanze, basta dare un'occhiata, sul satellite, a «Trinity broadcasting network» (in chiaro, dalle parti di Roma, si può vedere su Teletevere): religiosità spettacolare, miracolosa, totalizzante, che ama le adunate di massa e non conosce dubbi. Qualcosa che ricorda, per certi toni e certi colori sfavillanti, le campagne elettorali berlusconiane, che puntano ad una semplificazione di ogni concetto proprio come si fa in pubblicità, proprio come quando si riducono a certezze apodittica i temi quali la vita, la morte, l'amore.

PS. La prima solidarietà al Papa giunta tramite le agenzie di stampa è stata quella di Massimo Giletti, il belloccione che conduce «L'Arena» di Domenica In. È quello che faceva i sondaggi in diretta sulla castrazione chimica, professionista della tele-rissa, non importa se su Al Bano o sulle cronache di sangue. Illuminante, no? Roberto Brunelli - l'Unità

16/02/08

OFF TOPICS DEL 16 FEBBRAIO


Caro Silvio, non siamo in vendita!!!

...che schienadritta! che forza, 'sto Casini!!! dopo che il nano gli ha detto no su tutta la linea, trova il coraggio di non entrare! Dopo 14 anni che gioca col nano a culo e camicia, "pronto a obbedir tacendo, e tacendo morire"; dopo aver detto si al nano su tutto, sempre e comunque, per 14 anni; dopo aver pietito per 48 ore una soluzione, si accorge che ... "Il Pdl è populista e demogico, non tutti in Italia sono in vendita..." Che, intuito! che prontezza di riflessi!. E' vero, Casini non è in vendita. E' in affitto. Come direbbero a Barletta: "...è una SILOCA..." Tafanus

VENEZIA - ''La campagna elettorale la faremo con il nostro simbolo e le nostre bandiere''. Lo ha detto a Mestre il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini. Che ha aggiunto: ''Ho deciso di sciogliere positivamente le riserve e di candidarmi alla presidenza del Consiglio''.

"Cari amici - ha detto Casini ad una affollatissima platea di elettori veneti - le bandiere si sciolgono per chi ha qualcosa da far dimenticare o di cui vergognarsi, o per chi ha convinzioni fondate solo sull'opportunismo. Le nostre le possiamo dispiegare al vento per costruire insieme a tanti un'Italia migliore".

Poi, un attacco durissimo a Silvio Berlusconi: "Il Pdl populista e demogico, non tutti in Italia sono in vendita".

La prima reazione di Forza Italia arriva per bocca di Fabrizio Cicchitto: "Quello di Casini è un grave errore anche perchè perde l'occasione storica di contribuire a costruire un grande partito di centrodestra". Mentre il leghista Calderoli si dice alla fine sollevato: "Mi sono impegnato perchè la diaspora potesse essere superata ma, di fronte all'inevitabile, dico che è meglio separati consensualmente e con chiarezza piuttosto che separati in casa e con i piatti che volano".

(Repubblica.it)

15/02/08

Elezioni: la corsa degli impresentabili

LA CORSA PER ENTRARE IN PARLAMENTO

(di Francesco Bonazzi e Marco Damilano - L'Espresso)

ASSENTEISTI, VOLTAGABBANA, DINOSAURI, IMPUTATI, PREGIUDICATI E SCREDITATI. DA DINI A DE GREGORIO, DA CARUSO A STORACE, DA MASTELLA A DE MITA. ECCO I CANDIDATI CHE NON VORREMMO PIU' VEDERE IN LISTA

Espresso Non c'è primaria o gazebo della libertà che tenga. Con le famigerate liste bloccate del 'Porcellum', ancora una volta avranno l'elezione sicura quelli che non potrebbero mettere facilmente la propria faccia sui manifesti. Un pattuglione di assenteisti, trasformisti, dinosauri, pregiudicati, indagati o, più semplicemente, sputtanati. Ecco il catalogo dei nomi pronti a infilarsi alle spalle dei leader.20080215

BOCCIATI: "Il dado è tratto: Rivoluzione Italiana confluisce nel Popolo delle libertà". Con queste parole, il 9 febbraio, il senatore Paolo Guzzanti ha annunciato ai seguaci del suo blog (Rivoluzione Italiana, 'www.paologuzzanti.it') il fidanzamento con il movimento dell'altra rosso-crinuta Michela Brambilla. Un aggancio che imbarazza la super-nuovista Brambilla, preoccupata dall'effetto muffa dell'ex presidente della Commissione Mitrokhin, simbolo di una stagione tutta bufale e complotti-spazzatura. La spazzatura vera, invece, è quella che ha distrutto la credibilità di Antonio Bassolino e Alfonso Pecoraro Scanio. Le immagini della maxi-pattumiera napoletana hanno fatto il giro del mondo, ma nessuno dei due politici campani è stato sfiorato dall'idea delle dimissioni. Così, tanto il presidente della Regione quanto l'ex ministro dell'Ambiente sono pronti a regalarsi un nuovo giro in Parlamento. Stessa scelta per un altro eletto che ha fatto parlare di sé in tutto il globo, il mastelliano Tommaso Barbato. Il filmato della sua tentata aggressione al compagno di partito Nuccio Cusumano, 'colpevole' di non revocare la fiducia a Prodi, spopola ancora su Internet e il suo presunto sputo è un giallo insoluto. Il fotogramma in cui senatori e questori tentano di placcare Barbato è diventato l'ultima pubblicità di Ryanair, sotto lo slogan 'Calma! Calma! C'è posto per tutti'. Barbato compreso. Un comodo seggio senatoriale aspetta anche il sindaco azzurro di Catania Umberto Scapagnini. L'ex medico di Berlusconi è ansioso di abbandonare la città prima che venga certificato lo stato d'insolvenza del Comune. Mentre il più fido scudiero di Massimo D'Alema, Nicola Latorre, non vede motivi per abbandonare il Palazzo, nonostante le sue telefonate pro-Unipol abbiano sconcertato migliaia di elettori del centrosinistra durante la folle estate delle scalate bancarie.

GIURASSICI: José Luis Rodríguez Zapatero non aveva compiuto tre anni, Barack Obama era nato da appena 20 mesi quando Luigi Ciriaco De Mita entrò per la prima volta alla Camera. Salvo una breve interruzione tra il 1994 e il 1996, non ha più trovato l'uscita. Classe 1928[...]Vuole rientrare, ancora una volta, il senatore Francesco D'Onofrio, capogruppo dell'Udc. Una ex giovane promessa: a lanciarlo fu proprio De Mita, un quarto di secolo fa. C'è il neo-Udc Angelo Sanza (ex demitiano, ex cossighiano, ex buttiglioniano, ex berlusconiano), deputato dal 1972, lo stesso anno che vide l'esordio in Parlamento di Giuseppe Pisanu. C'è il forzista Alfredo Biondi, eletto la prima volta nel 1968. C'è il socialista Valdo Spini, simpaticamente parlamentare da quasi trent'anni, come il verde ex Lotta Continua Marco Boato (salvo un'interruzione negli anni Ottanta) che tenta il ripescaggio nella Cosa rossa. Lì, nell'area della sinistra radicale, si gioca il futuro di un'autentica istituzione come Armando Cossutta e di un veterano delle aule Donofrio_francesco come Cesare Salvi. In fondo, il candidato premier Fausto Bertinotti, imbalsamato nella carica di leader dal 1994, è ormai anche lui un monumento vivente. A se stesso.

LAVATIVI: Giuliano Amato ha già annunciato che non si ricandiderà, a Montecitorio non avvertiranno la differenza: nell'ultima legislatura non l'hanno praticamente mai visto. In 20 mesi e su 4.693 votazioni ha pigiato il pulsante solo 21 volte, lo 0,45 per cento del totale.[...] Ma che dire di altri illustri assenti? Senza giustificazioni, per esempio, risulta il presidente della commissione Attività produttive Daniele Capezzone: infaticabile quando c'è da dichiarare al tg, un forzato dei talk-show televisivi, e dove trova il tempo di partecipare al lavoro legislativo? E infatti si è affacciato in aula per 119 volte, il 2,54 per cento delle votazioni, risultando assente senza scusanti nel 67 per cento dei casi. Peggio di lui hanno fatto solo i ministri Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani e Alfonso Pecoraro Scanio, che però figurano quasi sempre in missione. A differenza dell'ex segretario Ds Piero Fassino, assente nell'89 per cento dei casi, presente in dieci votazioni su cento, stessa misera performance del collega di Rifondazione Franco Giordano. Deve essere il duro tran tran del capopartito. Tre big di Forza Italia, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto e Denis Verdini, non si sono quasi mai fatti vedere a Montecitorio. Bondi ha saltato l'87 per cento delle sedute, Cicchitto l'89. Il toscano Verdini, estenuato da 291 votazioni su 4.693 (il 6 per cento), ha trovato miracolosamente il tempo di mettere la firma su tre proposte di legge e su un'interrogazione: stipendio ben guadagnato. Ma è in ottima compagnia: il deputato Berlusconi Silvio ha mancato il 98,51 per cento delle votazioni. E nessuno lo rimprovererà per questo.Lamberto_dini

VOLTAGABBANA: "Si sentiva bene il discorso? Avevo la voce ben impostata?", ha chiesto appena finito di parlare. Si cambia schieramento per molte ragioni: per opportunismo, per convenienza, per calcolo. Il senatore-professore Domenico Fisichella l'ha fatto per ben due volte (da destra a sinistra e da sinistra a destra) per un ben più nobile motivo: la vanità. Quando lasciò An per traslocare nella Margherita era inviperito per la mancata presidenza del Senato che, secondo lui, gli spettava come una laurea, honoris causa. Quando il 24 gennaio ha pugnalato il governo Prodi, provocando la fine della legislatura, ha tenuto a precisare, la voce ben impostata, ci mancherebbe, che lui non era "uno qualunque". Basta sfogliare la sua monumentale produzione bibliografica, 18 volumi, da 'Elogio della monarchia' a 'Le ragioni del torto', tradotti in inglese, francese, spagnolo, ungherese e rumeno. Ora giura di voler tornare a studiare, ma è disponibile a candidarsi nel Pdl, "se il mio contributo è considerato utile". Lo stesso vale per Lamberto Dini: ma lui, più che utile, si ritiene indispensabile. Pronto a candidarsi con Berlusconi, dopo averlo mollato nel 1995 per fondare un partitino di transfughi dal berlusconismo, tra accuse di tradimento e insulti. Lo stesso percorso di Clemente Mastella (in comune i due hanno anche una moglie in guai giudiziari): "Resterò nella posizione in cui mi troverò, lealmente, come sempre", garantisce l'ex guardasigilli. I suoi compagni di partito, conoscendone la lealtà, si sono affrettati a cercare posizioni in proprio. Uno che una candidatura l'ha spuntata è l'ex ministro della Lega Giancarlo Pagliarini: nel '96 fu candidato premier di Umberto Bossi e predicava il secessionismo della Padania, oggi si ritrova con la destra tricolore di Francesco Storace, un bel salto tra gli arditi. Più modesto appare il valzer di Marco Follini, passato in 20 mesi dai pranzi di palazzo Grazioli alle merende nel loft del Pd: l'importante, per lui, è non imbattersi in Casini.

IN FUGA DALLA GIUSTIZIA: Eletto con l'Italia dei valori, passato all'opposizione con il movimento fai-da-te Italiani nel mondo e ora pronto all'ingresso nelle liste del Pdl, il senatore campano Sergio De Gregorio non è soltanto un politico che si muove veloce. È anche un uomo bisognoso di trovare un riparo sicuro da un'inchiesta della Procura antimafia di Napoli che lo vede indagato per riciclaggio e favoreggiamento della camorra. Non vede l'ora di sbarcare in Senato anche l'udiccino Salvatore Cuffaro, che da presidente della Regione Sicilia si è appena beccato una condanna in primo grado a cinque anni di reclusione. Anche in Calabria andrà in scena il film 'Governatori in fuga', con Agazio Loiero che preferirebbe attendere il suo processo per gli appalti della sanità da uno scranno di Montecitorio. Bisognoso d'immunità varie anche il Speciale segretario dell'Udc Lorenzo Cesa. Già salvato dalla prescrizione ai tempi di Tangentopoli, quando ammise di aver preso soldi per appalti truccati, ora è indagato a Catanzaro per truffa all'Unione europea e associazione a delinquere. Non mollerà facilmente Palazzo Madama neppure il forzista Luigi Grillo, rinviato a giudizio per aggiotaggio nella vicenda delle scalate Rcs e Bnl. Seggio blindato anche per l'ex governatore pugliese Raffaele Fitto, che sotto Natale è diventato imputato per corruzione e finanziamento illecito. Un altro ex presidente eccellente, Francesco Storace, dovrà difendersi nel processo Laziogate dall'accusa di 'cospirazione informatica' ai danni della rivale Alessandra Mussolini. L'ex comandante della Finanza, Roberto Speciale, attenderà in Parlamento sotto le bandiere del Pdl l'inchiesta della magistratura per l'uso 'privato' di aerei ed elicotteri delle Fiamme gialle. Al fianco di Speciale troverà riparo anche la first lady di Ceppaloni Sandra Lonardo Mastella, indagata per tentata concussione. Mentre sotto i colori della Sinistra arcobaleno troveranno usbergo anche i 'disobbedienti' Francesco Caruso e Luca Casarini, per i quali la Procura di Genova ha appena chiesto sei anni al processo per il G8. Caruso ha già sulle spalle una condanna in primo grado a 40 mesi per la violenta 'spesa proletaria' all'Ipercoop di Afragola.Dellutri_dossier

DEFINITIVI: Neppure nella prossima legislatura si assottiglierà il plotone dei condannati in via definitiva. Anzi, sono previsti grandi ritorni. Il leader morale di questi forzati del Parlamento è l'azzurro Marcello Dell'Utri, che ha una condanna passata in giudicato a due anni per frode fiscale e false fatture, mentre ha impugnato in appello una sentenza a nove anni per mafia. Intoccabile anche un altro eroe della prima Fininvest come Massimo Berruti, otto mesi definitivi per favoreggiamento nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza. Riavranno il loro bravo posto in lista anche il democratico Enzo Carra (un anno e quattro mesi per false dichiarazioni al pm nel processo Enimont), l'azzurro Alfredo Vito (due anni patteggiati per corruzione), il berlusconiano Giorgio La Malfa (sei mesi per finanziamento illecito nella vicenda Enimont), il diessino Vincenzo Visco (sette giorni commutati in 1000 euro di ammenda per abuso edilizio) l'azzurro Antonio Del Pennino (due mesi per Enimont, un anno e otto mesi per la metropolitana di Milano), l'eterno dc Paolo Cirino Pomicino (un anno e otto mesi per Enimont e e due mesi per i fondi neri Eni), i forzisti Gianpiero Cantoni (due anni per corruzione e bancarotta), Egidio Sterpa (sei mesi per Enimont) e Antonio Tomassini (tre anni per falso). Continueranno a scontare con le noie parlamentari una gioventù troppo vivace il radicale Sergio D'Elia (25 anni per banda armata e concorso in omicidio) e i finiani Domenico Nania (condanna per lesioni volontarie) e Marcello De Angelis (cinque anni per banda armata). Mentre si preparano a tornare nel Palazzo, dopo essere stati fermi qualche giro, anche Umberto Bossi (otto mesi per Enimont), l'udiccino Vito Bonsignore (due anni per tentata corruzione) e il socialista Gianni De Michelis (due anni per corruzione e tangente Enimont). Tra sputatori ed ex picchiatori, non sfigureranno neppure loro.

13/02/08

Silvio Berlusconi 2, da venditore a padre della patria



Il leader di Forza Italia ospite a «Porta a Porta» - Berlusconi: "Sono ancora indispensabile e vincerò" - «Io Superman per i miei nipoti, ma con gli italiani è un’altra cosa»
(Massimo Gramellini - La Stampa)

Nel cuore della notte italiana, l'uomo che vendeva miracoli se ne sta seduto con imbarazzo dietro la scrivania di ciliegio che Vespa ha estratto dal reliquiario Rai. La stessa su cui venne stipulato il famoso contratto del 2001. Milioni di anni fa. Il colpo d'occhio è notevole: lo studio, il conduttore, il doppiopetto presidenziale, il colore dei capelli (ma non il numero, centuplicato), la cravatta blu a pallini bianchi, tutto come una volta. Tutto tranne lui. Posso tornare al mio posto, chiede a Vespa, alzandosi dalla scrivania. Il suo posto non é più lì. L’uomo che vendeva miracoli ha cambiato merce, forse lavoro. E ha scelto la prima sortita televisiva della campagna elettorale per inscenare l’unico spettacolo a cui non ci aveva ancora abituati: la sua metamorfosi da outsider aggressivo a vecchio saggio della politica italiana. Da salvatore della Patria a presunto padre della medesima.

E’ come se l’omino invadente che per tanti anni si era infilato in casa nostra per venderci il suo aspirapolvere, descrivendolo come l’ottava meraviglia del mondo, adesso si accontentasse di bussare discretamente, raccontandoci che sì, il suo funziona un po’ meglio di quello degli altri, ma che non dobbiamo caricarlo di troppe aspettative né farci troppe illusioni: la casa resterà sporca comunque, perché nessun aspirapolvere può togliere lo smog dalle pareti e i peli del gatto dagli angoli. La metamorfosi di Berlusconi comincia quando ammette di essere Superman solo per i suoi nipotini. Solleticato nell’ego dal comunista milanista Sansonetti, che gli riconosce virtù taumaturgiche unicamente nel calcio, si allarga a elencare i propri meriti nell’edilizia, nell’editoria e nella tv.

Ma arrivato alla politica ha il pudore di fermarsi. Di ammettere i suoi limiti. Dice che di fronte allo sconquasso mondiale in atto, con il petrolio alle stelle e il lavoro che emigra in Oriente, nessun governo, nemmeno il suo, potrà ridare la prosperità agli italiani in tempi brevi. Che certo, solo lui potrà togliere i rifiuti dai marciapiedi di Napoli. Ma che nessun governo, nemmeno il suo, potrà farlo tutto in una volta. E quando Vespa cerca di sfruttare la suggestione della scrivania per strapparli un impegno mirabolante e solenne, Berlusconi non va oltre la promessa di quel che non farà: l’aumento delle tasse. Ed è cosa diversa da dire: meno tasse per tutti.
Nel nuovo patto che gli piacerebbe sottoscrivere con gli italiani non c’è più spazio per i sogni caramellati della pubblicità. Ridurre il costo dello Stato, certo, ma un po’ alla volta e grazie all’esperienza acquisita. Abbassare le imposte sugli straordinari e gli incentivi aziendali per premiare gli sgobboni. E aumentare lo stipendio ai lavoratori dipendenti, che ne hanno bisogno più degli autonomi: detto dal santo patrono delle partite Iva, equivale a un’autentica controrivoluzione.

Con un transfert che affascinerà gli psicologi, Berlusconi trasforma Veltroni in uno specchio che riflette il suo passato. E’ il se stesso di un tempo che critica, quando dice che il rivale ha bisogno di fare discorsi onirici per nascondere il vuoto di proposte concrete e che la sinistra fa promesse impossibili da mantenere. Mentre lui, Silvio, l’uomo dei sogni e della crociata anticomunista, assicura cinque anni di governo pragmatico e senza ideologie. Si fa forza di ciò che aveva sempre irriso: la sua esperienza di politico, maturata nei cinque anni trascorsi a Palazzo Chigi, che gli permetterà di ridurre al minimo la percentuale di errori. Se Walter gioca a fare Obama, Berlusconi si sente Hillary: l’usato sicuro. Qualcuno penserà che stia recitando l’immagine dello statista moderato e responsabile alla Kohl. Ma vera o falsa che sia, è comunque la rappresentazione di sé che ha deciso di dare in questa campagna. Ed è una mossa sorprendente e imprevedibile, tanto che qualcuno la addebiterà a uno sbalzo di umore o di pressione. Ai nostalgici del cumenda brianzolo, non resta che aggrapparsi agli squarci del berlusconismo d’antan. Quando rintuzza le profferte di Rambo Stallone, che lo vorrebbe presidente degli Stati Uniti, dicendo che gli costa già abbastanza fatica occuparsi dello 0,6% delle terre emerse (chi, se non lui, poteva definire l’Italia così?).


Quando nomina Zaccagnini e invece intendeva Martinazzoli, tanto tutti e due erano democristiani tristi e pieni di zeta. Quando parla della madre chiamandola la mia mammina. Quando sostiene che il calo dei consumi dipende dalla lotta all’evasione fiscale, che avrebbe messo paura agli italiani, togliendo loro la voglia di spendere. Quando racconta per la terza volta in una settimana la storiella del ristoratore italoamericano di New York che per colpa dei servizi televisivi sulla spazzatura di Napoli è costretto a mostrare le sue cucine ai clienti.
Ma la Metamorfosi prevale. Il Berlusconi demagogo mai avrebbe detto che la colpa dei partitini è degli italiani che li votano. E mai avrebbe attaccato frontalmente le minoranze che bloccano le maggioranze, come nel caso dei termovalorizzatori e della Tav. Se si aggiunge che ha parlato male dei magistrati una volta sola, in un inciso, che ha fatto gli auguri a Veltroni e i complimenti a Bertinotti, e che ha inneggiato alla libertà di stampa, definendo inevitabili e legittime le critiche che verranno fatte al suo governo, perché la situazione economica è quella che è. Ecco, se uno mette in fila tutte queste suggestioni, diventa naturale immaginare che Berlusconi si sia ricordato della profezia di Montanelli sugli italiani che, dopo averlo provato una volta, si sarebbero vaccinati e non l’avrebbero votato più.

Vaccinati contro il vecchio Silvio. Perciò lui si è fatto nuovo. Silvio 2, come Rambo, ma senza vendetta

06/02/08

America's presidential race: the day after “Super Tuesday”

Of all places, John McCain went to Massachusetts to campaign just before the clutch of primaries on February 5th known as “Super Tuesday” in America’s presidential election campaign. This looked cheeky. Massachusetts is the state of his main rival, Mitt Romney.

Mr McCain was acting like a cocky presumptive front-runner. As if as a rebuke, he had a more nervous night than expected, losing a few states many thought he would win. Was the “Straight Talk Express” off the tracks again?
Mr McCain saw Georgia, a big south-eastern state, go for Mike Huckabee, the still-battling darling of evangelical Christians. Missouri, a bellwether, looked like it might do the same. He had reason to worry but Mr McCain’s night was saved late, when Missouri finally went his way, and results from California showed that the senator from Arizona had won the biggest state of all.

That, along with wins in other big states like New York, New Jersey and Illinois, cemented his position as the commanding Republican front-runner, a status he acknowledged with a broad grin in his post-election speech.
Mr Romney’s main hope was that anti-McCain opinion—strong in many important parts of the party—would gather around him, now that the race has narrowed. But Mr Huckabee foiled that strategy, by racking up a clutch of conservative (largely religious) southern states. This left Mr Romney winning only Massachusetts, of which he was governor, and western and mid-western states that are generally sparsely populated and will send few delegates to the convention. It is now Mr McCain’s race to lose.


California, too, determined the outcome for the Democratic candidates. But in this case that story ended only with an indecisive “to be continued”. Barack Obama won two southern states including Georgia by a punishing margin. He also won a host of mid-western and western states; besides his home state of Illinois, he won in Missouri, liberal Minnesota, and picked up other smaller western states. He also snatched two prizes on the coast: tiny Delaware, and, more symbolically, Connecticut, which abuts Hillary Clinton’s adopted state of New York (where she is a senator). Mrs Clinton’s camp could have a case for claiming victory on Tuesday night. She won fewer states, but they were big and decisive wins. She took New York state, New Jersey and Massachusetts, a powerful Democratic block. These were hers despite Mr Obama’s much-touted Tuesday momentum: many thought that New Jersey might be moving in his direction, and Massachusetts’s two senators and governor endorsed Mr Obama. Most importantly, Mrs Clinton won in California. She had a built-in advantage: many voters had cast ballots by mail before Mr Obama’s nationwide spurt became apparent. But the Obama team poured money, celebrity supporters and energy into the state, and dared to hope they could pull it off. To no avail.

The furious spin now sure to come from both sides cannot change a simple fact: in the only number that matters—the number of delegates chosen by the primaries—the two candidates are close to deadlock, though Mrs Clinton now has the slimmest of leads. Super Tuesday, long expected to choose a winner finally and decisively for both parties, did no such thing for the Democrats.
Now the primaries come at a steadier pace and the next few favour Mr Obama: Louisiana (he is strong in the South); Nebraska and Washington (he does well in the caucus format that those states use); and the February 12th “Potomac primary” in Maryland and Virginia and the District of Columbia. His fundraising remains strong and he should build a head of steam in the coming weeks. But Mrs Clinton’s institutional advantages remain tremendous, and Texas and Ohio, big states that seem to favour her, vote on March 4th. Over half the states have now voted, and the Democratic race remains anyone’s to win.

27/01/08

Scandali, affari e misteri: tutti i segreti dello IOR - di Curzio Maltese


L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro - Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale

LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere Religiose.

La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna traccia.

Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall'America al portone di casa.

Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima notte.
Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.

Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa. A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua vittima".

Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno, soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto segreto".

A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione di gradi".

La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.

L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".

I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato: qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".

Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.

E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".

Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda. M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto estero".

Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".
Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.

Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.

Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).

Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.

Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

(26 gennaio 2008)

La rotta per salvare il paese dei naufragi - di Eugenio Scalfari

IL GIORNO in cui ha deciso di staccare la spina e mandare a casa il governo e forse la legislatura, Clemente Mastella ha recitato la poesia d'una poetessa brasiliana che concludeva con il verso "Lentamente muore" riferito ovviamente al destino politico di Romano Prodi. Una civetteria letteraria? Un modo elegante di annunciare il suo voto negativo da parte d'un personaggio nei cui comportamenti l'eleganza è piuttosto rara?

Direi soprattutto una citazione sbagliata. E' vero che l'esperienza politica del governo Prodi si è conclusa esattamente in quella seduta del Senato, non molto lentamente poiché la sua vita è stata abbastanza breve. Ma non è stata soltanto l'esistenza del governo Prodi a concludersi. E' terminato un ciclo e sono di colpo invecchiati tutti i protagonisti e i comprimari che lo hanno animato, quale che sia la loro età anagrafica e professionale. Tra di essi anche Mastella.

Traslocando al centrodestra forse avrà i collegi pattuiti con Berlusconi, ma non avrà più (per nostra fortuna di italiani) quei poteri di interdizione che il suo uno per cento gli dava in una maggioranza friabile e microscopica. Il Mastella degli ultimatum manterrà la signoria di Ceppaloni rientrando nel rango dei vassalli di paese dal quale era inopinatamente uscito in forza di una legge elettorale ("la porcata" votata dal centrodestra nello scorcio della scorsa legislatura) che ha reso il suo uno per cento essenziale come altrettanto essenziali sono diventati gli altri microscopici per cento dei Diliberto, dei Pecoraro, dei socialisti e perfino i voti individuali dei Dini, dei Turigliatto, dei De Gregorio.

La citazione giusta doveva dunque essere un'altra. Sta in "Allegria di naufragi" di Ungaretti e suona così: "Si sta come d'autunno/sugli alberi le foglie". Riguarda tutti, insigne Mastella, non soltanto Prodi.

Adesso si discute sulle vere cause della crisi. Giuliano Ferrara sostiene che sia il contrasto pluridecennale tra magistratura e classe politica; altri ne fanno carico alla nascita del Partito democratico; altri ancora al bombardamento mediatico o al cardinal Ruini e ai vescovi italiani o al fatto che il governo mancava di una missione, a differenza del Prodi del '96 che si propose di portare l'Italia nell'Eurolandia e ci riuscì.

La tesi di Ferrara non ha alcun riscontro probatorio: Prodi non cadde nel '98 per cause di giustizia, né il centrosinistra cadde nel 2001 per contrasti con la magistratura, né Berlusconi nel 2006. Il bombardamento mediatico c'è stato (e molto intenso) contro Prodi ma ci fu anche, sia pure assai più ridotto, contro il Berlusconi della precedente legislatura; comunque non basta a spiegare una crisi di queste proporzioni.

Quanto alla mancanza di una missione, che Angelo Panebianco gli imputa sul "Corriere della Sera" di ieri, si tratta di un argomento a mio avviso inesistente. La missione era duplice e fu dichiarata esplicitamente durante la campagna elettorale: risanamento dei conti pubblici, ereditati in pessime condizioni dal governo Berlusconi/Tremonti; rilancio della crescita economica e perequazione delle intollerabili disuguaglianze sociali in essere. Il primo punto è stato realizzato con la Finanziaria del 2007, il secondo aveva preso l'avvio con quella del 2008 e aveva già dato frutti importanti.
Restano le pretese responsabilità del Partito democratico, delle quali manca tuttavia qualunque traccia. Veltroni e il gruppo dirigente del Pd hanno concordato e appoggiato completamente l'azione del governo. Il dissenso c'è stato non con il governo ma con la maggioranza su un punto soltanto anche se essenziale: il rifiuto del frazionamento insopportabile dei partiti, dei veti, della rissa continua, delle estenuanti mediazioni, del rallentamento esasperante di ogni decisione, dell'immagine desolante che rimbalzava su un'opinione pubblica insicura, impaurita dalla globalizzazione, frustrata dalla Babele che i "media" non potevano non registrare e che la potenza mediatica berlusconiana esasperava con ogni mezzo.

Il Pd ha denunciato questo stato di cose e si è impegnato per quanto stava in lui di porvi riparo. Ha creato una nuova forma-partito basata sulle primarie. Ha annunciato che alle future elezioni si sarebbe presentato da solo e che le alleanze le avrebbe stipulate sulla base d'un programma semplice, abbandonando la prassi universalmente diffusa di programmi che hanno il solo scopo di metter d'accordo sulle parole ma non nella sostanza il diavolo con l'acqua santa.

Su questo punto, è vero, il Pd di Veltroni è stato netto. Sarebbe possibile rivedere sullo stesso palcoscenico affratellati per sole due ore Mastella, Pecoraro, Boselli, Giordano, Ferrero, Padoa-Schioppa, Dini, Diliberto? Sarebbe possibile, senza che quelle presenze e quelle persone fossero non solo fischiate ma disprezzate sia dalla destra sia dalla sinistra sia dall'antipolitica becera sia dagli italiani responsabili e maturi?

Questo ha detto il Partito democratico e su questo ha promesso di tener ferma la barra del suo timone. Speriamo che mantenga l'impegno. Se perderà, sarà con onore e potrà continuare la sua battaglia. Ma solo a queste condizioni potrà giocare la sua partita con molte speranze.

* * *

Dopo la sconfitta di Prodi al Senato Ezio Mauro ha scritto che questo governo è stato assai migliore di quanto apparisse, "ha razzolato bene e predicato male". Sono anch'io del suo stesso parere e cominciano a dirlo anche quelli che finora l'hanno avuto come bersaglio fisso sul quale sparare. L'ha biascicato a mezza bocca perfino Berlusconi, che è tutto dire.

Mi ha dato un senso di sincera tristezza assistere dagli schermi televisivi a quella seduta che non esito a definire drammatica, anzi tragica per la sguaiataggine da bordello in cui è precipitata l'aula del Senato al momento delle votazioni. Le aggressioni fisiche, la rissa, gli sputi, gli svenimenti e quello spregevole buffone che dai banchi missini, col pullover rosso annodato al collo, gli occhiali neri e una bottiglia di spumante in mano, lanciava sconcezze e innaffiava di spuma i banchi e i senatori che vi erano seduti. Ha fatto il giro del mondo quell'immagine.

Non so se e quando il Senato riaprirà le porte, ma a quel guitto da due soldi dovrebbe esser comminata dalla presidenza la sanzione massima. Quanto al suo partito, dovrebbe espellerlo su due piedi, ma sono certissimo che non lo farà. C'è una parte (non tutta per fortuna) della classe politica che si diverte e festeggia personaggi come Strano e come Cuffaro, "vasa-vasa", che festeggia con i cannoli una condanna a cinque anni di reclusione. Quella politica ha i Beppe Grillo che si merita. Purtroppo su questi lazzi e questa vergognosa giungla di clientele affonda lo Stato, ciò che ne resta.

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Si dice da parte di alcuni che Prodi avrebbe forse fatto meglio a dimettersi senza formalizzare la sua sconfitta al Senato. Si attribuiscono analoghe riflessioni al Presidente della Repubblica ma senza un minimo di riscontri verificabili.

Credo invece (e ancora una volta sono con lui) che Prodi abbia fatto pienamente il suo dovere interpellando entrambi i rami del Parlamento. La sconfitta a Palazzo Madama era più che certa ma doveva essere certificata dal voto e il voto doveva avere la firma di chi lo dava. L'assunzione di responsabilità di chi votava il sì o il no.

Così è stato ed ora almeno questo punto è chiaro. L'ombra d'un eventuale reincarico avrebbe accresciuto tensioni e confusioni. Personalmente ho visto con amarezza la caduta di un uomo forte delle sue convinzioni che ha accettato il voto contrario con dignità repubblicana. Senza quel passaggio senatoriale, senza la sofferenza di quella sconfitta, le dimissioni date dopo la fiducia ottenuta alla Camera avrebbero avuto l'aria d'un sotterfugio. Così prevede la Costituzione e Prodi ad essa si è attenuto semplificando per quanto stava in lui il fardello pesantissimo che ora è sulle spalle del Capo dello Stato.

* * *

Il Presidente si è preso oggi una giornata di riflessione dopo aver iniziato le consultazioni che entreranno nel vivo domani e si concluderanno con l'incontro con i partiti maggiori dopodomani. Si parla anche di possibili incarichi esplorativi nel tentativo di convincere Berlusconi, Fini e Bossi all'idea di un governo "di scopo" che abbia il compito di varare la legge elettorale e gli altri adempimenti connessi e nel frattempo sia in grado di fronteggiare l'emergenza economica e finanziaria che sta scuotendo il pianeta.
Ho la sensazione che gli incarichi esplorativi abbiano poco senso. Non c'è niente di recondito da scoprire.

Quanto alla "moral suasion" nessuno ha maggior titolo per usarla del Capo dello Stato. Ci si domanda quante divisioni (nel senso militaresco del termine) abbia a sua disposizione il Presidente della Repubblica, di quali strumenti operativi disponga per realizzare quello che è il suo dichiarato convincimento: andare al voto dopo aver cambiato il sistema elettorale e non prima. E a questa domanda la risposta è pressoché unanime: pochissime divisioni, pochissimi strumenti, forse soltanto l'opera di convincimento da esercitare su chi non è del suo stesso parere.

Ebbene, uno strumento il Presidente ce l'ha, deriva direttamente dal dettato costituzionale ed ha anche a suo sostegno qualche importante precedente. La Costituzione prevede che il Presidente, in presenza d'una crisi di governo, "dopo avere ascoltato le opinioni dei presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio dei ministri e su sua proposta i ministri. Il governo, dopo aver prestato giuramento, si presenta entro quindici giorni alle Camere per ottenerne la fiducia".

Fin qui la Costituzione. Tutte le altre formalità sono state introdotte dalla prassi ma non sono scritte negli articoli della Carta. Nulla vieta, anzi così è prescritto, che mercoledì o quando egli decida, il Presidente convochi la persona da lui scelta e la nomini senza altri indugi alla guida del governo e che entro poche ore riceva dal nominato i nomi dei ministri. Firmati i decreti, i ministri giurano e il governo entra nel pieno possesso dei suoi poteri in attesa di ricevere la fiducia dalle due assemblee parlamentari.

Due settimane dopo vi sarà il voto di fiducia. Se sarà positivo il governo avrà adempiuto a tutte le condizioni previste, se sarà negativo il governo si dimetterà e il Capo dello Stato avrà motivo di sciogliere il Parlamento.

Quali vantaggi possono venire da questa correttissima procedura? Non sarebbe il governo presieduto da Prodi ad "accompagnare" le elezioni, ma un nuovo governo istituzionale. Berlusconi e Fini preferiscono avere Prodi ancora in carica per poter scaricare pugni a volontà su un "punching ball" che non ha titolo né mezzi per rispondere. I pugni sferrati su Prodi colpirebbero inevitabilmente il Partito democratico che anziché presentarsi come l'unica novità in campo verrebbe incastrato sotto il patronimico prodiano.

L'arrivo in campo d'un governo composto interamente da personalità indipendenti e tecnicamente competenti metterebbe il Parlamento nelle condizioni migliori per votare o negare la fiducia, senza doversi far carico di proporre questa o quella soluzione. Al governo del Presidente i partiti e i singoli parlamentari debbono solo rispondere sì, no, astenuto, o disertare la riunione.
Nessuna forza politica rinuncerebbe a nulla. La conta non si fa in piazza ma in Parlamento dove ognuno risponde di sé "senza vincolo di mandato".

* * *

Conosco la possibile obiezione: se attorno ad un simile governo si formasse una inedita maggioranza, saremmo in presenza di un ribaltone. Obiezione che non ha alcun sostegno. Infatti il ribaltone, o cambiamento di maggioranza, non è previsto né vietato in nessun articolo della nostra Costituzione ed è in palese contrasto con la libertà del singolo parlamentare di comportarsi come meglio ritiene nell'interesse del paese.

Del resto di ribaltoni e ribaltini è piena la storia della nostra Repubblica parlamentare. Il governo berlusconiano del '94 esordì con il ribaltino di Tremonti che passò dal centro al centrodestra a pochi giorni di distanza dalla sua elezione. Pochi mesi dopo fu la Lega a lasciare l'alleanza di centrodestra determinando la crisi e la nascita del governo Dini. Nel '98, caduto Prodi, D'Alema incassò i voti di Mastella rimpiazzando con lui quelli perduti di Rifondazione. Adesso è Mastella che abbandona la coalizione in cui è stato eletto e passa dall'altra parte. Chi vituperava i ribaltoni applaude oggi i ribaltati. Perciò questo tipo di obiezione non ha senso alcuno con la legislazione vigente.

Per quanto riguarda i precedenti governi istituzionali, ne ricordo i tre più clamorosi: quello di Pella del 1953, nominato dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi senza che il suo nome fosse stato indicato da alcun gruppo parlamentare e meno che mai dalla Dc; quello del sesto governo Fanfani, nominato da Cossiga nell'aprile del 1987, sfiduciato dalle Camere e in particolare dal suo partito, che portò alle elezioni anticipate nel giugno dello stesso anno. Infine il governo Dini del '95, nominato da Scalfaro, che trovò in Parlamento il consenso del centrosinistra e della Lega.

Una procedura del genere ha dunque dalla sua cospicui precedenti oltre che le norme della Costituzione. Aggiungo per quel che vale - e vale molto - che anche ha dalla sua l'appoggio di tutte le parti sociali, dai sindacati ai commercianti e alla Confindustria. Cioè dall'insieme del paese che produce, lavora e consuma. Forse quel paese non ama i politici, ma sa che della politica nessuna società può fare a meno, salvo i paesi (e i paesetti) tribali.
Repubblica.it (27 gennaio 2008)

20/01/08

Rifiuti, storia di un grande imbroglio

«Ma come mai di è venuto in mente di togliere questa grana a Bassolino? Qui non stiamo mai tranquilli, abbiamo sul collo tutti, la Direzione antimafia, la Finanza. Tutti». È il 23 marzo del 2005. Il prefetto Corrado Catenacci (uno degli otto commissari straordinari all´emergenza rifiuti in Campania) si sfoga così al telefono con un alto funzionario della Protezione civile. Le cose vanno male, malissimo. Siamo a tre anni fa, ma la tragedia è già nell´aria. Gli impianti chiusi, dei due termovalorizzartori solo uno è in costruzione ma ci vorranno almeno quattro anni ancora perché riesca a bruciare rifiuti, le discariche sono colme come uova marce. Come se non bastasse un suo viceprefetto è finito nei guai. Dice che parlava troppo dei segreti dell´ufficio con ditte in odore. Lo scenario che si profila è da fare tremare le vene ai polsi: Napoli e la Campania sommerse di monnezza, la gente in rivolta, con i cortei e i blocchi stradali di chi non vuole i rifiuti per strada ma neppure la discarica o il termovalorizzatore sotto casa. E una inchiesta giudiziaria che va avanti. Silenziosa ma impietosa. I telefoni degli uffici sono sotto controllo, quintali di documenti - quelli che si riescono a trovare - sono stati sequestrati, qualcuno è già finito in galera. Si tratta di pesci piccoli, i magistrati della procura puntano in alto.

A tutti i commissari, i vice commissari, i subcommissari, i consulenti, gli imprenditori e i loro subappaltatori che in 14 anni, hanno sperperato soldi per 2 miliardi di euro. Ingrassato clientele politiche e personali, favorito la Camorra Spa, inquinato il territorio, ridotta a brandelli l´immagine di Napoli e della Campania. Una platea vastissima che è responsabile dello scempio più odioso: aver consegnato ad un gruppo imprenditoriale del Nord il più grande affare degli ultimi anni. È l´Impregilo della famiglia Romiti, che in Campania è diventata padrona assoluta del territorio, piegando ai suoi interessi leggi, norme e regole.La storia della monnezza è uguale a quella del dopo terremoto. Riassunta con brutale efficacia da Giulio Facchi, ex assessore verde alla provincia di Milano negli anni Novanta e subcommissario all´emergenza rifiuti in Campania per volontà di Edo Ronchi. «Abbiamo messo i destini della Campania e i coglioni di Bassolino nelle mani di Romiti e di Impregilo».
È andata esattamente così. L´Impregilo e le sue imprese Fibe e Fisia, alla fine degli anni Novanta vincono la gara d´appalto per la gestione dell´intero ciclo dei rifiuti. Un business da capogiro: 83 lire per ogni chilo di rifiuto raccolto in tutta la Campania, più 290 lire per ogni Kw di energia ricavata dalla loro combustione. Si occupano di monnezza e ci guadagnano, ma non pagano tasse. Neppure l´Ecotassa. Quando il 10 giugno del 2003 i pubblici ministeri della procura di Napoli chiedono lumi a Luigi Anzalone - ex Pci-Pds, ora Pd - Assessore regionale al Bilancio della prima giunta Bassolino, rimangono sbigottiti. «Non conosco Fibe, non ne so nulla». «La Fibe non ha mai pagato tale tassa non essendo obbligata», risponde l´ingegner Cattaneo, amministratore delegato dell´azienda.

Il presidente della Commissione ambiente del Senato, Tommaso Sodano di Rifondazione comunista, il 30 maggio 2005 racconta un´altra storia al sostituto Giuseppe Noviello. Riferisce di un accordo tra Commissariato e imprese dei Romiti per modificare alcune clausole contrattuali a loro favore. Il patto è che Fibe e Fisia rinuncino ad una "riserva". Soldi, milioni di sonanti euro. «Mentre nel primo atto del 24 giugno 2003 risultano riserve per un ammontare di circa 109 milioni di euro (la cifra è scritta anche a lettere), nel successivo atto del 23 settembre 2003, la somma perde lo zero posto tra il numero 1 e il 9, nonché la specificazione a lettere». Risultato: «L´ammontare al quale Fibe rinuncia passa ad una ben più modesta somma di circa 19 milioni di euro. Sul punto ha reso dichiarazioni Stefano Cassella, rappresentante della banca West LB Ag, il quale ha precisato che per il suo istituto la somma effettivamente rinunziata è quella di circa 19 milioni di euro». Tutto agli atti della Commissione parlamentare d´inchiesta sul ciclo dei rifiuti. E´ uno dei tanti "miracoli napoletani" sulla monnezza.
La bufera su Bassolino ecomostro bacoli, bassolino Bastava anche solo questo per scatenare una inchiesta giudiziaria. Ma c´era altro, evidentemente, tanto altro. Tre anni di indagine, migliaia di atti sequestrati, ore di interrogatori e di intercettazioni telefoniche. Un lavoro immane condotto dai pubblici ministeri Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, che zittisce quanti in questi giorni di emergenza rifiuti hanno incautamente parlato di "inerzia" della Procura napoletana.

E alla fine, il 31 luglio del 2007, la richiesta di rinvio a giudizio per Antonio Bassolino, Piergiorgio e Paolo Romiti, Armando Cattaneo, amministratore delegato Fibe, Raffaele Vanoli e Giulio Facchi - vicecommissario e subcommissario -, e di una schiera di tecnici e collaboratori del Commissariato, tra questi Giuseppe Sorace e Claudio De Biase. Per le aziende dei Romiti il ciclone era già arrivato a giugno, con un durissimo provvedimento del Tribunale di Napoli firmato dal gip Rosanna Saraceno: divieto di trattare con la pubblica amministrazione per le attività di smaltimento dei rifiuti e loro utilizzo per fini energetici e sequestro di 753 milioni di euro. «Fibe, Fisia e Impregilo - scrivono i magistrati - erano consapevoli fin dall´inizio che lo smaltimento dei rifiuti non poteva funzionare, ma hanno fatto di tutto per nascondere tale situazione». Un raggiro reso possibile dalla connivenza di chi doveva controllare e non lo ha fatto. «Ma come è possibile - si chiedono i giudici napoletani - che una azienda così importante venga a fare a Napoli un contratto ben sapendo di non poterlo rispettare e comportandosi invece come certi truffatorelli che nascondono le proprie malefatte?». Tutti sapevano, aggiunge il procuratore capo Giandomenico Lepore in una intervista al "Mattino". «Nel 2000 quando iniziò questa storia, già si sapeva che gli impianti non sarebbero stati in grado di risolvere l´emergenza. Eppure tutti tacquero: comprese le banche che finanziarono Impregilo pur sapendo che le opere non si sarebbero realizzate». Sette i capi di imputazione per il governatore della Campania, commissario straordinario dal 2000 al 2004. La frode in pubbliche forniture per «non aver impedito» e addirittura «consentito e realizzato la perpetua violazione» delle clausole e degli obblighi contrattuali stabiliti con Impregilo. E poi il «concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato» per non aver impedito che i fratelli Romiti aggirassero norme e leggi con artifizi e raggiri. Insomma, Bassolino - nella sua funzione di Commissario straordinario - non avrebbe mai contestato ai Romiti le violazioni del contratto favorendoli, concorrendo così anche all´interruzione di un pubblico servizio e alla violazione delle normative in materia di tutela dell´ambiente. Un terremoto che scuote la politica napoletana, fa implodere il centrosinistra, proietta ombre inquietanti sull´uomo che da quindici anni è il protagonista assoluto della politica in Campania. «Orgoglio e maledizione», dicono a Napoli. L´uomo che nel 1993 conquista una città piegata da anni di dominio di viceré che si chiamano Gava, De Lorenzo, Pomicino, mortificata da Tangentopoli e minacciata da una camorra che aspira diventare come Cosa Nostra. Dalla bancarotta del Comune all´illusione del rinascimento napoletano. Tutto seppellito sotto tonnellate di rifiuti. Bassolino si difende: «Le accuse che mi vengono rivolte sono ingiuste e non hanno fondamento nella realtà». Lui non ha mai favorito Romiti e le sue aziende. E poi quella gara d´appalto. «Bassolino - dicono i suoi legali - non ha mai partecipato alla preselezione, né alla stesura delle norme della gara d´appalto e di capitolato, non ha partecipato alla nomina della commissione, meno che mai alla scelta dell´impresa vincitrice. È subentrato ai suoi predecessori con l´unico ruolo formale e di rappresentanza esterna di firmare un contratto le cui clausole erano ben definite e specificate in tutti gli atti di gara». Ma se quel contratto era fin dall´inizio sbagliato, e proprio nei punti più delicati, perché Bassolino non lo ha cancellato? «Le ordinanze di Bassolino per evitare la rescissione del contratto, tutte legittime - è la tesi della difesa - erano totalmente giustificate dalla situazione di emergenza. E poi, non dimentichiamo che per rescindere il contratto con la Fibe e i Romiti è stato necessario un provvedimento legislativo ad hoc, un decreto legge del 2005». Interrogato dai pm il 23 aprile del 2004, il governatore afferma che il suo incarico al Commissariato era politico, non tecnico. Erano i suoi collaboratori a portargli le ordinanze da firmare, lui le firmava, ma raramente le leggeva. Si fidava dei subcommissari come Paolucci e Vanoli. Ma è proprio Massimo Paolucci a fornire ai pm una versione diversa: «Bassolino sapeva tutto sui rifiuti, lo informavo puntualmente e personalmente sulle problematiche dell´Ati (l´associazione temporanea di imprese, Fibe e Fisia di Impregilo, vincitrice della gara, ndr)». Massimo Paolucci è uno dei tanti ex "delfini" di Bassolino. Funzionario della federazione Pci di via dei Fiorentini (si occupava di diffusione dell´Unità e di amministrazione), nel 1993 viene eletto consigliere comunale, nel 2000, ultima giunta Bassolino, diventa assessore alla nettezza urbana. Ed è forse per questa sua esperienza che quando Bassolino viene nominato commissario ai rifiuti, viene chiamato a collaborare con la carica di vicecommissario vicario. Nonostante un avviso di garanzia. Si tratta della vicenda delle presunte irregolarità nella demolizione delle auto custodite negli autoparchi comunali. Ne uscirà assolto il 6 febbraio 2007. Vice commissario vicario, un gradino sotto Bassolino, un gradino sopra il professor Raffaele Vanoli. Paolucci esercita un potere enorme ma non ha potere di firma, sceglie, coordina, detta direttive, ma non mette mai nero su bianco. Oggi è in rotta di collisione col governatore, eletto con una barca di voti al Consiglio comunale alle scorse elezioni, è nella segreteria regionale del Pd. Veltroniano ma non di fede bassoliniana. Enrico Fierro - L'Unità (foto ansa)

La montagna di "monnezza" che sfiora la luna

di EUGENIO SCALFARI

LA SETTIMANA che oggi si conclude con la festa (religiosa?) dell'Epifania offre alla nostra riflessione di cittadini italiani e cittadini d'un mondo globalizzato almeno cinque argomenti di primaria importanza: l'inizio delle primarie americane con il sorprendente sorpasso di Barack Obama su Hillary Clinton, il timore della recessione economica in tutti i paesi dell'Occidente, la "monnezza" napoletana, il tentativo di rilancio del governo Prodi sui temi della politica sociale, lo scontro intorno alla legge elettorale.

Per completare il quadro ci sarebbe anche da esaminare il dibattito sull'aborto, improvvisamente aperto dall'accoppiata Ruini-Giuliano Ferrara dietro ai quali si staglia la figura di papa Ratzinger con tutto il corteggio di cardinali e vescovi, la cosiddetta "gerarchia" al gran completo con zucchetti rossi e paramenti d'occasione.

Sei argomenti sono troppi per essere affrontati tutti insieme, anche se denotano un'effervescenza insolita in un mondo che pure in questi ultimi anni dà prova di crescente agitazione, frutto al tempo stesso di alacrità e ricerca del nuovo ma, insieme, di distacco, ripiegamento, declino.

Alcuni di questi temi hanno un fondamento autonomo. Ma altri sono profondamente interconnessi, specie se li guardiamo dalla nostra visuale domestica. Così la "monnezza" napoletana ci richiama al problema dell'incapacità decisionale nostrana e questa alle malformazioni delle nostre istituzioni. Infine la minaccia della recessione e della "stagflation" (inflazione-depressione) diffonde la sua ombra sul faticoso rilancio del governo Prodi e della sua politica sociale.

Perciò cerchiamo di chiarire qualche aspetto di queste sequenze e individuare il "trend" che configura la nostra pubblica opinione.

Comincio con la "monnezza" napoletana, non a caso seguita con foto e cronache dai principali giornali del mondo e perfino dalle autorità europee di Bruxelles allarmate da quanto accade.

Lo scrittore Roberto Saviano ne ha diffusamente scritto ieri sul nostro giornale con la conoscenza di "persona informata dei fatti", indicando i colpevoli, i profittatori, l'inerzia irresponsabile delle istituzioni locali, la pessima gestione tecnica e politica d'un fenomeno che resterebbe incomprensibile senza l'oggettiva congiura di tutte queste circostanze che configurano una serie di aggravanti e non di attenuanti come invece ci si vorrebbe far credere.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti riguarda le città di tutto il pianeta ma ha trovato da tempo la sua normalizzazione. Se ne sono occupati gli amministratori, i tecnici e perfino i romanzieri. Don DeLillo gli ha dedicato uno dei suoi romanzi più significativi. I rifiuti hanno dato vita ad una delle industrie più prospere del capitalismo post-industriale, producono profitti ingenti e occupano milioni di persone.

Ma lo spettacolo di una grande città sepolta da tonnellate di schifezze con effetti gravi sulla salute degli abitanti si è visto e si continua a vedere soltanto a Napoli e in tutta la Campania. Nulla di simile è accaduto a New York, a Los Angeles, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Tokyo, a Shanghai, al Cairo, a Rio de Janeiro e in nessun altro angolo del pianeta.
A Napoli sì. Da quindici anni. Non è e non può essere un problema antropologico. Semplicemente: le istituzioni non funzionano, la camorra ne approfitta, non funziona la Regione, non funziona il Comune, non funziona il Commissario ai rifiuti, non funzionano le imprese addette a quel servizio. Celentano avrebbe detto: non funziona il rubinetto di casa mia.

Dovevano puntare sui termovalorizzatori e sulla raccolta differenziata. Le discariche avrebbero dovuto essere una valvola "tattica" per ospitare alcune punte stagionali, come accade in tutte le altre regioni italiane e nel mondo intero. Invece le discariche sono diventate la soluzione preminente e permanente facendo la ricchezza dei proprietari di quei terreni e l'infelicità dei loro abitanti.

Solo adesso, con almeno dieci anni di ritardo, si è deciso di costruire un termovalorizzatore che - si dice - entrerà in funzione tra un anno, ma più probabilmente ce ne vorranno almeno tre. Dovrà smaltire l'accumulo di rifiuti che nel frattempo sarà stato stoccato nelle discariche riaperte con l'ausilio della forza pubblica in tenuta da sommossa.

Chi ha commesso questo macroscopico errore? Forse i Verdi hanno qualche responsabilità, ma i responsabili principali sono il governatore Bassolino e il sindaco di Napoli, Russo Iervolino.

Ho avuto in passato simpatia e stima per entrambi, ma adesso sia la stima che la simpatia si sono molto attenuate. Penso che dovrebbero andarsene. Scusarsi e andarsene. Mi auguro che il presidente del Consiglio glielo chieda. La loro uscita di scena non è certo la bacchetta magica per far sparire la montagna di rifiuti che ammorba la città e i paesi del circondario, ma rappresenta comunque la doverosa punizione dell'errore strategico compiuto e nel quale per anni hanno perseverato.

La disistima della gente per la politica si deve principalmente ad un sistema perdonatorio che premia l'insipienza e le clientele. Il contrario di una democrazia efficiente e trasparente.

* * *

La "monnezza" napoletana riflette le malformazioni più generali della nostra democrazia, in ritardo di molti decenni rispetto ai mutamenti nel frattempo avvenuti in tutti i Paesi equiparabili al nostro.

Noi abbiamo un Parlamento irretito dal voto di fiducia, senza alcun correttivo che vi ponga riparo. Crediamo anzi tentano di farci credere che la fiducia parlamentare rappresenti il culmine della sovranità popolare delegata ai rappresentanti del popolo che siedono (fin troppo numerosi) sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ma non è così, anzi è il contrario di così.

L'istituto della fiducia non rappresenta affatto un potere del Parlamento sull'Esecutivo ma piuttosto il guinzaglio con cui l'Esecutivo tiene il Parlamento per il collo.

Il presidente degli Stati Uniti non ha bisogno della fiducia del Congresso; in Usa non sanno neppure che cosa sia il voto di fiducia: il Presidente eletto dal popolo ha nelle sue mani tutto il potere esecutivo, nomina i ministri segretari di Stato e li revoca, propone disegni di legge, può mettere il veto a leggi non gradite. In compenso il Congresso, depositario del potere legislativo federale, ha poteri formidabili di controllo sull'operato dell'Amministrazione che li esercita senza scrupoli di sorta. Nessuna nomina può esser fatta senza la sua approvazione, i dirigenti e i ministri debbono riferire periodicamente alle commissioni del Congresso e del Senato.

Il potere non è acefalo ma bicefalo. Non è affatto indenne da errori e disfunzioni ma da più di duecento anni guida un Paese che ormai da tempo ha le dimensioni d'un impero mondiale.

In Europa le democrazie più solide hanno impianti diversi da quello americano ma il tema dell'efficienza decisionale è stato affrontato e risolto da tutti, in Francia in Gran Bretagna in Germania in Spagna.
In Italia no. Governo e Parlamento sono legati a doppia catena con le conseguenze d'una debolezza congenita e di una lentezza decisionale esasperante. La stessa che ha tolto dignità e peso alla magistratura. La "monnezza" è di casa a Napoli, i fascicoli accumulati nei Tribunali civili e penali sono di casa in tutti i Palazzi di giustizia italiani. E' la loro (e la nostra) monnezza.

Ho letto che se i rifiuti di Napoli fossero tutti accatastati con un base di trentamila metri quadrati, raggiungerebbero oggi un'altezza di quasi quindicimila metri, il doppio dell'Everest. Analoga e gigantesca montagna la si potrebbe costruire accatastando i fascicoli dei processi in attesa di sentenza; forse anche più alta.

Per risolvere almeno in parte la disfunzione democratica ci vuole una legge elettorale adeguata e alcune riforme costituzionali. Veltroni si è preso in carico la soluzione del problema che non è di forma ma di sostanza e non riguarda solo i politici ma tutti i cittadini, visto che siamo noi, almeno per un giorno, il popolo sovrano. Ci riguarda tutti; riguarda anche il tema della "monnezza" napoletana, anche la Tav in Val di Susa, anche il testamento biologico, anche i Dico o come diavolo si chiamano. Riguarda la legislazione, la giurisdizione, l'amministrazione e l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E anche l'aborto e la pillola RU 486.

Veltroni e i dirigenti del Partito democratico hanno indicato nelle elezioni uninominali con ballottaggio tra i candidati che al primo turno non abbiano raggiunto la maggioranza assoluta ed abbiano almeno ottenuto il 12 per cento dei voti, il sistema adatto purché combinato con l'elezione popolare del presidente della Repubblica e col rafforzamento dei suoi poteri in chiave presidenzialista.

Si tratta d'una riforma complessa che potrà rappresentare il tema dominante della futura campagna elettorale. Nella sua intervista di ieri al nostro giornale il segretario del Pd ha citato un passaggio importante che Cesare Salvi (sinistra radicale), allora relatore alla Bicamerale del 1997, scrisse proponendo il sistema presidenziale ed elettorale francese. Da allora, ha aggiunto Veltroni, questa è stata la posizione costante del riformismo italiano.

Ma per ora si tratta soltanto di una prospettiva. Per ora così Veltroni si deve andare verso un sistema elettorale a base proporzionale con un ragionevole correttivo maggioritario che dia più forza ai partiti di maggiori dimensioni e induca i minori a raggrupparsi tra loro.

Perché questo è l'obiettivo attuale? Perché è il solo capace di darci governabilità. Senza di esso non c'è che la cosiddetta Grande Coalizione: Pd e Forza Italia insieme.

Veltroni ha dichiarato (e non ce n'era neppure bisogno) che il Partito democratico non è disponibile a questa soluzione. Ma chi lavora per un proporzionale puro vuole in realtà arrivare a questo risultato. I numeri gli danno pienamente ragione.

Per il poco che possa valere, penso che Veltroni abbia scelto la posizione più adatta a risolvere i problemi della governabilità e penso anche che essa potrà passare soltanto se ci sarà l'accordo con Forza Italia e con Rifondazione, più tutti gli altri che vorranno uscire dal pantano attuale.

* * *

Per portare a termine questo primo blocco di riforme elettorali e costituzionali, comprensive del Senato federale e della riduzione del numero dei parlamentari nella prossima legislatura, Veltroni pensa ragionevolmente che ci voglia un anno di tempo. E la prosecuzione fattiva del governo attuale con l'obiettivo di ridare fiato ai ceti economicamente più deboli, insidiati sempre più dall'aumento dell'inflazione e da un probabile rallentamento nella crescita dei redditi.

In realtà in Usa si parla ormai esplicitamente di recessione. Molti economisti affermano che è già in atto da almeno tre mesi, accompagnata da un'inflazione che ha rialzato la testa e da un netto aumento della disoccupazione.

Pensare che l'Europa e l'Italia non risentano di quanto sta avvenendo nell'economia americana è pura illusione. Alla crisi devastante dell'industria e della finanza immobiliaristica si aggiunge ormai il ribasso di Wall Street e di tutte le Borse mondiali, l'indebolimento dei consumi, l'aumento dei tassi sui mutui e una liquidità più severa.

In queste condizioni il bilancio italiano si trova, una volta tanto, in migliori condizioni per quanto riguarda l'andamento delle entrate e la diminuzione del fabbisogno.

Ma abbiamo pur sempre la palla al piede del debito pubblico che ci mangia ogni anno 70 miliardi di interessi.

Per ridare fiato ai cittadini e ai lavoratori ci vorranno più o meno 8-10 miliardi di euro. In teoria la copertura c'è e non è esatto dire che il ministro dell'Economia si opponga a questa manovra che dovrebbe prender l'avvio tra il marzo e il giugno prossimi.

L'obiezione di Padoa-Schioppa non è tanto sui numeri ma sui modi. Probabilmente sarebbe d'accordo se quelle cifre fossero erogate con provvedimenti "una tantum" in attesa di vedere che cosa avverrà nel mondo e in Europa nel corso di un anno così incerto come questo. Se il buon tempo tornerà, nel 2009 e negli anni successivi i provvedimenti "una tantum" potranno diventare strutturali ed essere ulteriormente migliorati.

Queste diverse impostazioni saranno comunque l'oggetto della nuova concertazione tra governo e parti sociali, insieme al tema dei contratti di lavoro da chiudere.

La "stagflation" dev'essere tenuta ben presente perché configura l'imposta più iniqua sul potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Una rincorsa tra salari nominali e costo della vita dev'essere dunque il primo argomento da esaminare tra le parti concertanti, insieme a quello della produttività.

* * *

Mi resta da parlare dell'aborto, sul quale tuttavia non c'è da dire se non ciò che è stato già detto da me domenica scorsa e da altri man mano che l'offensiva clericale si articolava con i vari interventi della "gerarchia".

I laici - credenti e non credenti che siano - sono favorevoli alla libera manifestazione di tutte le opinioni e a tutti quegli interventi legislativi, amministrativi e giurisdizionali che tutelino i diritti di libertà quando non ledano diritti altrui. Per quanto riguarda la legge sull'aborto i laici ritengono che essa tuteli la maternità consapevole e la libertà di scelta delle donne. Sono anche favorevoli ad aumentare il flusso di informazioni che debbono essere fornite alle donne sui possibili effetti dell'interruzione di gravidanza nonché sulla fecondazione assistita.

Tutto il resto, a cominciare dalla cosiddetta moratoria, è del tutto aberrante. E' un puro strumento propagandistico equiparare l'interruzione di gravidanza, consentita solo in determinati tempi e circostanze, alla pena di morte.

Si tratta in realtà di un'operazione mediatica con due precisi obiettivi. Uno, di carattere culturale, per stringere i laici alla difensiva e per preparare l'affondo vero e proprio contro la legge vigente. L'altro, temporalistico, di rilanciare la potestà della gerarchia ecclesiastica come unica e sacrale depositaria del pensiero e della dottrina della Chiesa, confiscando sempre di più al laicato cattolico la sua attiva partecipazione all'elaborazione della dottrina relegandolo in un ruolo di platea passivamente e silenziosamente consenziente, cinghia di trasmissione dei voleri dell'episcopato e del Vaticano fin nelle aule comunali, regionali e parlamentari. Proprio per questo suo contenuto temporalistico ho usato prima l'aggettivo "clericale": i chierici all'offensiva contro il laici. Di questo si tratta. A questo bisogna reagire. E' auspicabile che il Partito democratico non sottovaluti la questione. Penso e scrivo da molto tempo che libertà e laicità sono sinonimi vedo con piacere che la Bonino concorda su questa sinonimia, del resto non ne dubitavo.

Laicità e democrazia senza aggettivi. Non ne hanno alcun bisogno.

(6 gennaio 2008)

25/12/07

Nobel per la Pace a Gino Strada Petition

Nobel per la Pace a Gino Strada Petition

23/12/07

L'Italia non è triste, è solo schifata



di EUGENIO SCALFARI

La discussione sulla legge elettorale non è molto popolare. Le tv quasi non ne parlano salvo che in qualche salotto televisivo riservato ai pochi appassionati del politichese. I giornali e gli editorialisti si accostano all'argomento con toni sopraccigliosi (con l'eccezione di Giovanni Sartori che è uno specialista in chiarezza sulla materia). Il Paese ha bisogno di ben altro, scrivono, e giù l'elenco dei bisogni insoddisfatti e delle speranze tradite, che sono tanti e anche tanto antichi. Lo stesso presidente della Repubblica - che pure ha fatto della riforma delle legge elettorale uno dei temi principali della sua predicazione democratica - l'altro giorno ha manifestato il suo malcontento nei confronti del governo per i troppi voti di fiducia ai quali è stato costretto a ricorrere, del resto nel solco aperto dal governo che l'ha preceduto e che peraltro disponeva nelle due Camere di maggioranze numericamente imponenti. Ma il presidente della Repubblica sa benissimo che il voto di fiducia più volte reiterato al Senato, non è altro che la risposta necessaria all'avvelenamento dei pozzi operato dalla legge-porcata, il "porcellum" proposto dal leghista Calderoli sullo scorcio della passata legislatura e approvato da tutto il centrodestra, Casini in prima fila. I due voti, anzi ormai uno soltanto, di maggioranza al netto dei senatori a vita, non consentono la sopravvivenza del governo senza il ricorso alla fiducia. Perciò è inutile prendersela col termometro, bisogna invece curare la febbre, i sintomi e soprattutto le cause. È sicuramente vero che il Paese ha bisogno di ben altro, ma è altrettanto vero che una buona legge elettorale costituisce la premessa necessaria e indispensabile affinché quel "ben altro" abbia almeno un inizio. Se c'è bisogno di acqua serve un secchio per trasportarla, ma se il secchio è sfondato bisogna anzitutto ripararlo. Come si vede, la discussione sulla legge elettorale è tutt'altro che oziosa. Allo stato dei fatti è anzi la questione da risolvere se si vuole che la democrazia italiana possa ancora sopravvivere alla crisi che la sta squassando. * * * Una riforma dunque. Ma poi bisogna anche dire quale riforma e perché. Non sono uno specialista, ma la sostanza delle cose è abbastanza semplice da spiegare e da capire. Non abbiamo in Italia due soli partiti che si contendano il potere di governare. Il Partito democratico di due ne ha fatto uno, ma ne restano ancora troppi, a sinistra come a destra. A sinistra ce ne sono a dir poco sei (senza contare Dini e alcuni "cani sciolti"). A destra quattro (senza contare Storace). Forse ne dimentico qualcuno ma il quadro in sostanza è questo. Gli elettori sono stufi di questa polverizzazione che accentua il distacco crescente tra l'opinione pubblica e le istituzioni. Sono stufi dei poteri di veto diffusi, delle risse continue, della continua ricerca di visibilità. Un accorpamento è quindi necessario ed è questo l'obiettivo principale della riforma elettorale. Si può raggiungere in vari modi. Con una legge proporzionale con soglia di sbarramento di almeno il 5 per cento. Chi resta sotto a quella soglia è fuori dal Parlamento. Oppure con il doppio turno e i collegi uninominali. Oppure con una proporzionale con piccole correzioni che premino i partiti di maggiori dimensioni. Il risultato comune a tutti questi diversi meccanismi è comunque di ridurre i partiti a non più di sei: a destra Berlusconi, Fini, Casini e Bossi; a sinistra il Pd e la sinistra radicale. Più alcune minoranze "linguistiche" come gli altoatesini. Sarebbe già un buon risultato. Il proporzionale fotograferebbe i consensi ricevuti da ciascuno. Il proporzionale corretto in senso maggioritario darebbe un premio aggiuntivo ai partiti maggiori: quello di Berlusconi da un lato, quello di Veltroni dall'altro. Rendendo tuttavia necessarie le alleanze dopo il voto poiché nessuno dei due da solo potrà raggiungere il 51 per cento dei seggi parlamentari. Quali alleanze? Problema difficile da risolvere prima di conoscere dove andranno i voti degli elettori. Se i partiti maggiori supereranno ciascuno il 40 per cento dei voti sarà più facile comporre il "puzzle". Se si attesteranno intorno al 30-35 si rischia l'ingovernabilità. Ecco la ragione che suggerisce un proporzionale con qualche elemento correttivo in senso maggioritario, visto che bisogna pure che un governo ci sia ed abbia la forza di governare e la capacità necessaria per affrontare pochi ma essenziali temi. L'interesse del Paese richiede qualche sacrificio alle varie "ditte" partitiche. Gli elettori hanno comunque il potere di concentrare i voti se la governabilità è l'obiettivo per riparare il secchio sfondato. Lo usino, quale che sia il meccanismo della legge. Se non saranno capaci di usarlo non si lamentino poi di ciò che accadrà. Per un giorno almeno il potere sarà nelle loro mani. * * * Quando arriverà quel giorno? Molti danno per conclusa l'esperienza del governo Prodi. La previsione è che entro gennaio ci sarà la crisi. Provocata da un voto di sfiducia cui basterebbe la diserzione di Dini e gli altri senatori "extra-vagantes". È possibile che ciò avvenga anche se non è affatto certo. Prodi si accinge a varare un pacchetto di iniziative in campo sociale che dovrebbe far aumentare in misura consistente il potere d'acquisto dei lavoratori e dei redditi più bassi. Non sembri strano, ma la copertura finanziaria di queste misure c'è ed è anche abbondante. La spesa pubblica infatti negli ultimi mesi ha rallentato il suo flusso. Il deficit è diminuito dal previsto 2,4 sul Pil niente meno che all'1,5. Nove punti in meno. Basterebbe darne un paio all'ulteriore rafforzamento dei parametri europei attestandoci sul 2,2; resterebbero comunque 7 punti per sostenere i salari e i redditi bassi. Se il governo affronterà questo tema, reclamato perfino dal governatore della Banca d'Italia e dal presidente della Confindustria oltre che dai sindacati confederali, sarà difficile licenziarlo su due piedi. Tecnicamente può accadere, i cespugli del Senato sono in grado di farlo, ma senza alcuna apprezzabile motivazione di fronte al Paese. Tanto più che la permanenza in carica del governo non impedisce (anzi) il negoziato sulla riforma elettorale. Neppure la pronuncia della Corte costituzionale sul referendum la impedisce. Fino a marzo il Parlamento è in grado di approvare la riforma quale che sia e bloccare il referendum. Ci sono perciò tutte le condizioni affinché il governo resti in carica e governi. Un consiglio al presidente Prodi (da uno che è stato tra i pochi a ravvisare più i suoi meriti che i suoi difetti): non si occupi della legge elettorale. È un tema che riguarda il Parlamento e non il governo. Pensi a governare, ce n'è già abbastanza per occupare il suo tempo e quello dei suoi ministri, nessuno escluso a cominciare dai vice-presidenti del Consiglio. "Lasci il mestiere a chi tocca, Vostra Signoria" disse il padre provinciale dei cappuccini al conte zio che reclamava il trasferimento di fra Cristoforo e suggeriva una sede molto lontana da Milano. Il mestiere in questo caso è dei partiti. I ministri facciano i ministri. * * * È chiaro che comunque resta il tema del disagio del Paese e del suo distacco profondo dalle istituzioni. Dalla sfera pubblica. Il suo chiudersi nel privato. Le sue incertezze, le sue paure. La sua indifferenza. Non è vero che gli italiani siano improvvisamente diventati pigri e tristi. Non è vero che solo piccole minoranze siano ancora animate dalla voglia di intraprendere e di farsi largo nel mondo. Questa è una rappresentazione distorta della realtà, affidata alle rozze domande di rozzi sondaggi. Gli italiani di provincia e di città hanno voglia di fare e anche di ridere e divertirsi. Di pensare con la propria testa e di non farsi imbonire. Ce ne sono anche disposti ad essere manipolati, a ricevere passivamente gli slogan, le ideologie, perfino i lazzi dei tanti Dulcamara e dei tanti buffoni di corte che li attorniano. Ma quegli italiani, loro sì, sono minoranza. Tre, quattro, cinque milioni tra manipolati, furbetti, furboni. "Clientes". Non è questa la maggioranza del Paese. Ma un punto resta fermo: la maggioranza del Paese ha rigetto per gli spettacoli che gli vengono inflitti da chi, maggioranza od opposizione, dovrebbe rappresentarli. Un rigetto crescente, che sta superando i limiti di guardia. Una magistratura che ricama sgorbi sulle sue toghe aggrappandosi al cavillo della norma senza capacità né voglia di coglierne la sostanza. Magistratura pubblicitaria, così dovrebbe chiamarsi la parte ormai largamente diffusa che insegue la propria visibilità non meno dei Diliberto e dei Mastella. La vicenda Forleo è il sintomo palese di questa devastazione pubblicitaria che sta sconvolgendo l'Ordine giudiziario e, con esso, il corretto esercizio della giurisdizione. Ho grande rispetto per Franco Cordero, nostro esimio collaboratore, e capisco anche le motivazioni giuridiche che l'hanno indotto a difendere il Gip milanese. Secondo me quel Gip andrebbe censurato dal Csm non per la procedura che ha seguito ma per l'esibizione di volta in volta vittimistica e sguaiata, con la quale ha invaso teleschermi e giornali. Disdicevole. Aberrante per un magistrato. Falcone, tanto per dire, non ha mai usato quel metodo né lo usarono il magistrato Alessandrini, l'avvocato Giorgio Ambrosoli e tutti coloro che del mondo della giustizia caddero sotto il piombo del terrorismo o della mafia. Ma la maggioranza degli italiani è anche schifata per la vergognosa commedia che si continua a recitare alla Rai, tra il capo di Mediaset e i suoi servi inseriti in servizio permanente nell'azienda pubblica. Ha scritto ieri Giovanni Valentini su queste pagine commentando la telefonata tra Berlusconi e Agostino Saccà: "Così la Rai, già greppia e alcova di Stato, viene ridotta al rango d'una filiale di Mediaset, una società controllata, una "dependance" e un "pied a' terre" del Biscione". Bisogna averla ascoltata oltre che letta quella telefonata, quelle due voci, la voce del padrone di volta in volta annoiata e imperativa, e quella del servo, omaggiante, inginocchiato, pronto ad anticipare i voleri del padrone cercando di riceverne qualche briciola e qualche osso per andarselo a rosicchiare in cucina. Disdicevole. Anzi stomachevole. Ma i politici, tutti senza quasi eccezione, hanno avuto come reazione quella di accelerare il decreto che bloccherà le intercettazioni e la loro pubblicazione. Sul merito, sui contenuti, hanno sorvolato come se fosse ininfluente che il pubblico li conoscesse. Solo Prodi, voglio dargliene atto, ha frenato lo zelo assai mal riposto del Guardasigilli. Non parlerò del Tar del Lazio. Le sue pronunce parlano da sole. In una doppietta di sentenze ha stabilito nella prima il principio che l'azionista della Rai, che ha il diritto di nominare un solo membro del consiglio d'amministrazione dell'azienda su nove, non può revocarlo dopo averne messo alla prova per un anno intero l'obiettività o la partigianeria. E, secondo colpo della doppietta, aver stabilito l'altro incredibile principio che il ministro che ha la responsabilità politica della Guardia di Finanza non può revocarne il Comandante quando il rapporto fiduciario sia venuto meno per scorrettezze gravi e fondati elementi di negativo giudizio a carico del Comandante in questione. Come si deve valutare un Tribunale che è una delle più importanti istituzioni giudiziarie e che sentenzia in modo anti-istituzionale? L'opinione pubblica che riceve questo tipo di esempi dai presidi dello Stato, come può riconoscersi nello Stato? No, colleghi del "New York Times" il nostro non è un Paese né triste né inerte. Semmai è un Paese indignato che non si sente rappresentato oggi come ieri come l'altro ieri e più indietro ancora, fino ai Viceré di triste memoria. L'hanno fatto diventare un Paese anarcoide e allo stesso tempo pronto a farsi cavalcare dai potenti di turno. Ma ci sono ancora - e sono tanti - che rifiutano questi attributi e si aspettano un cambio di marcia e nuove speranze. Noi siamo tra questi.

21/12/07

Saccà e Berlusconi: il "feccia a feccia"


...proponiamoli per il Premio Nobel per la cultura 2008...

I sette minuti del padrone - di CURZIO MALTESE - Repubblica

Per capire cos'è stata la politica ai tempi di Berlusconi un saggio serve meno di una telefonata di sette minuti fra il "Presidente" e "Agostino" che chiunque può scaricare dal sito di Repubblica e L'Espresso. Ancora una volta un'intercettazione disvela per caso il vero volto del potere in Italia. Ancora una volta gli intercettati, Berlusconi in testa, reagiscono lamentando la violazione della privacy, senza mai entrare nel merito dei contenuti. Devastanti.




Andiamo alla scena. Protagonisti il presidente, naturalmente Berlusconi, e Agostino Saccà, direttore della fiction Rai, l'uomo più potente della prima azienda culturale italiana, in teoria il capo della concorrenza a Mediaset. I rapporti sono chiari dal "pronto". Saccà dà del "lei" a Berlusconi e lo chiama sempre "presidente". Berlusconi risponde con il "tu" a Saccà, lo chiama "Agostino" e lo tratta come i servi ai tempi di Swift.

Nei sette irresistibili minuti di conversazione, dai quali forse un giorno una Rai libera trarrà finalmente una bella fiction, si mescolano generi teatrali, perlopiù comici, e argomenti. Si parla di televisioni, attrici raccomandate e politica. Senza soluzione di continuità perché sono la stessa cosa.

"Agostino" declama dall'ingresso in scena la sua natura di servo contento. Batte le mani al padrone, che fa il ritroso, lo gratifica di "uomo più amato d'Italia" ("lei colma un vuoto nel Paese, anche emotivamente"), usa il "noi" di parte per vantare la sua fedeltà. "Abbiamo mantenuto la maggioranza nel consiglio d'amministrazione Rai". Quindi, sempre in posizione genuflessa, il servo Agostino porta idealmente la bocca dalla scarpina rialzata del signore all'orecchio per sussurrargli i nomi dei traditori. Non quello "stronzo" di Urbani, come pensa il signore ma "i nostri alleati", An e Lega, "che hanno spaccato la maggioranza per un piatto di lenticchie". Lo implora di "richiamarli all'ordine".

Il Presidente prende nota e passa alle comande di giornata. Ha bisogno che vada avanti la fiction sul Barbarossa ("Bossi mi fa una testa tanta..."). Il fido Agostino acconsente con entusiasmo, ma segnala che il regista Renzo Martinelli ha creato problemi vantandosi troppo con la Padania. Il Martinelli è uno di quegli intellettuali molto di sinistra con eccellenti rapporti a destra e con Mediaset, eppure sempre liberi e alternativi e "contro", checché ne dicano alcuni moralisti borghesi di merda. Nella sintesi di Saccà, a tratti acuta, "un vero cretino". Comunque non c'è problema, assicura il boss Rai. La fiction s'ha da fare "perché poi Barbarossa è Barbarossa, Legnano è Legnano". Argomenti inoppugnabili. Senza contare l'autocitazione. Saccà è infatti il geniale inventore dello slogan "perché Sanremo è Sanremo". D'altra parte, insiste il servitore, il padrone è così modesto, così liberale, gli chiede sempre tanto poco che è un piacere contentarlo.
"Per la verità, ogni tanto ti chiedo di donne", lo corregge Berlusconi, introducendo la seconda comanda. Si tratta di piazzare la solita Elena Russo e una certa Evelina Manna, per conto di un senatore della maggioranza di centrosinistra col quale Berlusconi tratta la caduta di Prodi. "Io la chiamo operazione libertà" chiarisce Berlusconi, che quando non racconta barzellette, rivela un involontario ma formidabile sense of humour.

Esaudito il terzo desiderio, il genio Saccà, invece di rientrare nella lampada, come nella tradizione, continua a profondersi in inchini e profferte di servigi. Tanto che perfino Berlusconi si stufa e lo liquida.

L'intercettazione è allegata all'inchiesta per cui Berlusconi è indagato con l'accusa di corruzione per la Rai e per il mercato dei voti, come ha rivelato Giuseppe D'Avanzo su Repubblica. In Italia, per effetto del combinato disposto di riforme di giustizia promosse da destra e da sinistra, si sa che i processi a imputati eccellenti finiscono tutti in prescrizione. In assenza di una verità processuale, le intercettazioni servono dunque nella pratica a farsi un'idea del Paese: e l'ascolto, fornisce anche un'idea sulle persone. Il Paese degli Agostini e dei Berlusconi è una nazione dove la politica non governa nulla, tranne la televisione. Al singolare, perché la telefonata tra il leader della destra e Saccà rivela come il sistema berlusconiano sia una vera "struttura delta" che controlla l'universo Tv. Per necessità, il padrone della televisione è diventato il padrone della politica. Usa l'una per fare l'altra e viceversa.

Ci sarebbe un sistema semplice per interrompere questa perenne fonte di corruzione. Prendere un canestro, ficcarvi dentro in bussolotti una ventina di leggi europee sui sistemi televisivi, quindi estrarne a sorte una. Questo sistema, che rispecchia più o meno la logica seguita per discutere la riforma elettorale, non è mai stato preso in considerazione. Per quanto la riforma televisiva figurasse nei programmi del centrosinistra, prima e seconda versione.

I leader del centrosinistra, comunque si chiamino, alla fine s'innamorano dell'idea di poter trattare con Berlusconi, portatore di un conflitto d'interessi così gigantesco e pervasivo, accordi istituzionali "nell'interesse della collettività". Ora, l'interesse di Berlusconi per la collettività è ben illustrato dal suo dialogo con il boss della tv pubblica. Non si tratta di demonizzare i patti fra destra e sinistra. Se per esempio la sinistra e una parte di destra si trovassero finalmente ad approvare una decente e sempre più urgente riforma della Rai e dei monopoli televisivi, saremmo in prima fila a festeggiare il valore "bipartisan" dell'accordo. Ma allora si rischierebbe davvero di voltar pagina, di cambiare una politica che così com'è farà schifo ma garantisce a tutti un posto al sole, una fiction, una quota raccomandati e fidanzati, il proprio Saccà pronto ad esaudire i desideri.

...avevo promesso di piantarla lì con la storia di questi due "stronzi della democrazia" (in senso metaforico, si capisce...). Poi mi è capitata fra le mani questa irresistibile, ripugnante descrizione del grande Curzio Maltese, e non ho resistito alla tentazione. Chiedo venia...

20/12/07

La porcilaia RaiSet/1: Alì Saccà e i 40 ladroni

Espresso

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Il tifo per il Cavaliere. La scalata ai vertici Rai. Gli amici eccellenti. Ma ora l'inchiesta di Napoli pone fine al potere del manager. (di Emiliano Fittipaldi e Peter Gomez)

Agostino_saccOra che il lungo regno di Alì Saccà pare davvero al tramonto, nel corridoio di Raifiction c'è chi ricorda le sue ultime parole famose: "Sai, in fondo a me dei soldi non me n'è mai fregato niente. Vivo come un francescano, abito in un appartamento di 65 metri quadri, mi accontento di un tozzo di pane e una fetta di formaggio". E, mentre i giornali parlano delle indagini a suo carico per corruzione e di fondi neri su conti svizzeri per 275 mila euro, l'unica meraviglia è per la cifra: "Ma come, solo 275 mila?". La storia di Agostino Saccà da Taurianova è un misto di leggenda e realtà. Dove però la realtà supera la leggenda e la peggiora.

I primi passi don Agostino li muove da giornalista socialista, prima al 'Giornale di Calabria' poi a 'Panorama'. Nel 1976 approda alla Rai. Tre anni al Gr. Poi al Tg3: un garofano a Telekabul. Nell'87 passa a RaiDue, vice del direttore craxiano Luigi Locatelli. Nel '94 trasloca in Forza Italia, giusto in tempo per la prima abbuffata berlusconiana in viale Mazzini: assistente della presidente Letizia Moratti, poi capo della comunicazione. Nel '96 l'Ulivo vince le elezioni. Lui, previdente, ha già fatto amicizia col responsabile informazione del Pds, il turbodalemiano Claudio Velardi. La Rai però tocca ai veltroniani e, nell'era di Enzo Siciliano e Franco Iseppi, don Agostino finisce nel cono d'ombra almeno finché, nell'ottobre '98, D'Alema non espugna palazzo Chigi e viale Mazzini in un colpo solo. Il nuovo dg Pierluigi Celli gli regala RaiUno, dove comincia a imperversare Bruno Vespa. Saccà mette in piedi un triumvirato col dalemiano Marcello Del Bosco e un'altra ex craxiana folgorata sulla via di Arcore: Giuliana Del Bufalo.

Ma il governo-ombra a tre punte dura poco. Nel 2000 D'Alema cade e Saccà pure. Lo parcheggiano al Marketing strategico. Ma il Rieccolo di viale Mazzini, come l'avrebbe chiamato Montanelli, sa che presto tornerà. Intanto cura ufficiosamente l'immagine di Berlusconi nell'accidentata campagna elettorale 2001. Michele Santoro propone un faccia a faccia tra i due candidati a Palazzo Chigi. Rutelli accetta, il Cavaliere no: meglio interviste separate. Santoro propone una cinquina di intervistatori: Lerner del 'Corriere', Pirani di Santoro_michele 'Repubblica', Riotta della 'Stampa', Graldi del 'Messaggero', Rossella di 'Panorama'. Saccà chiama Santoro e lo invita al bar "per un aperitivo e un consiglio da amico". Questo: "Michele, Berlusconi non gradisce i giornalisti che hai proposto e vuol sapere le domande prima. Ti conviene accettare. Sappi che ti stai giocando il tuo futuro in Rai". Santoro potrà fingere un'intervista aggressiva, ma Berlusconi, conoscendo le domande in anticipo, farà un figurone. Una sceneggiata per salvare la faccia a entrambi. Santoro rifiuta. La pagherà cara.

Saccà invece va all'incasso: appena l'amico Silvio torna al governo, rieccolo direttore di RaiUno. E nel marzo 2002, sotto la presidenza di Antonio Baldassarre, diventa financo direttore generale, previa intervista al 'Corriere' in cui rivela che "io e tutta la mia famiglia votiamo Forza Italia". Enzo Biagi lo fulmina: "Penso commosso alle nonne e alle zie". Sono i giorni del diktat bulgaro, di cui don Agostino è l'esecutore materiale. Via 'Il fatto' di Biagi e 'Sciuscià' di Santoro. Dopo un'estate di finte e controfinte ("Biagi non si tocca"), è proprio lui a licenziare il grande giornalista con 'raccomandata ricevuta di ritorno'.

In compenso arrivano in Rai i Mediaset Boys: Alessio Gorla ai Palinsesti e Deborah Bergamini al Marketing. Gli ascolti sono disastrosi, almeno per la Rai, che dal 2002 al 2003 perde per la prima volta la sfida del prime time, precipitando dal 47,6 al 43,6 per cento di share (Mediaset sale dal 43 al 46,4). Un crollo di 4 punti, oltre le più rosee aspettative del partito Mediaset. Nel marzo 2003 arriva un nuovo Cda, con Lucia Annunziata "presidente di garanzia". Fini chiede la testa di Saccà, Bossi pure. Berlusconi è costretto a scaricarlo: si nega persino al telefono. Don Agostino gioca il tutto per tutto: manda avanti il suo assistente, Carmelo Messina, perché convinca l'amico Tony Renis a chiamare Arcore. Messina, manager parastatale di lungo corso, è l'uomo che ha presentato a Saccà l'avvenente Michelle Bonev, Bonev_baudo sedicente "modella, pittrice, scrittrice, attrice, esperta di moda e consulente internazionale di vip", subito promossa 'opinionista' al Festival di Sanremo. Non sa che Renis ha il telefono intercettato dalla Procura di Potenza. Il 24 marzo lo chiama e gli illustra la questione: "Senti, gioia, perché non provi a chiamare l'amico tuo ad Arcore? Digli: 'Silvio, corriamo il rischio di rimanere con una mano davanti e una di dietro'.". Tony_renis Si parla di sostituire Saccà con un manager esterno: "Tu digli così: 'Guarda che Fini lo vuol sentire da te che vuoi quello (Saccà, ndr). Non puoi pensare che esce dal cilindro della divina provvidenza il nome di Saccà. perché questo ha fatto per te tutto quel che doveva fare. Santoro ecc. Se lasci che venga un esterno in Rai, la rovini, perché gli interni sono all'80 per cento di centrosinistra e non gli faranno toccar palla. L'unico in grado di imbrigliarli è Saccà'". Ma la missione fallisce. Poco dopo Tony richiama 'zio Carmelo' con la ferale notizia: "Ho chiamato Silvio e gli ho detto: 'Tu non puoi mollare, devi difendere Saccà fino alla fine'. Ma Silvio: 'Tony, faccio tutto quello che posso, ma Fini e Bossi non lo vogliono.'. Ho capito che domani lo fanno fuori". E Carmelo, affranto: "È fesso. Agostino gli ha dato troppe cose senza chiedere in cambio nulla.".

Al suo posto arriva Flavio Cattaneo, che recupererà qualche punto di ascolto. Saccà è candidato a Rai Fiction, ma dichiara sdegnoso: "In una casa dove si è stati padroni, non si può tornare da maggiordomi". Poi prende al volo Raifiction, un posticino da 2-300 milioni di euro di investimenti l'anno, tutti appalti esterni. Alì Saccà lo trasforma in un sultanato ad personam, anzi ad personas, contando anche gli amici degli amici. A parte alcuni marchi collaudati, come la Lux dei Bernabei, Angelo Rizzoli, Endemol, Grundy e Palomar (quella di Montalbano), spuntano come funghi case di produzione vicine ai politici. La coerenza editoriale è un optional, ciò che importa è accontentare tutti, e pazienza se si passa dai santi di Bernabei che garbano al Vaticano, al Barbarossa che piace tanto a Bossi. Insieme a Del Noce, Saccà blocca per mesi due capolavori come 'De Gasperi' di Liliana Cavani e 'La meglio gioventù' di Marco Tullio Giordana, sgraditi al centrodestra. In compenso spalanca le porte alla Titania di Ida Di Benedetto, fidanzata del forzista Giuliano Urbani; alla Goodtime di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino (An); alla Cosmoproduction di Elide Melli, moglie del craxian-finiano Massimo Pini. Ma pure alla neonata Paypermoon di Claudio Velardi che, senza alcuna esperienza, si aggiudica l'appalto per la mega-fiction di 26 puntate 'Raccontami', per la modica cifra di 12 milioni di euro (con l'anticipo di 790 mila euro Velardi trasforma la sua scatola vuota in una società vera). Poi ci sono le predilette, 'le saccarine', spesso peraltro segnalate da terzi. Come le quattro 'attrici' Giuliano_urbani raccomandate da Silvio "per risollevare il morale del capo". O le protette di un altro esperto del ramo, Salvo Sottile, portavoce di Fini. Nelle intercettazioni di Potenza, Saccà gli promette: "Sto lavorando per andare sull'obiettivo", che poi sarebbe la "protagonista femminile del 'Sangue dei vinti'".

Nel 2005, dopo epici scontri, Cattaneo fa approvare dal cda una delibera che di fatto commissaria Raifiction. Ma a luglio deve fare le valige all'arrivo del duo Petruccioli-Meocci. Alì Saccà è in una botte di ferro: Petruccioli non muove passo senza consultarsi con Del Bosco, vecchio amico di entrambi. A scanso di equivoci, don Agostino riallaccia i rapporti col centrosinistra, in vista delle elezioni 2006. "In fondo", ripete ad alta voce, "sono un vecchio socialista". Un giorno irrompe alla presentazione di un libro di Celli, con cui non parla dal 2000, e lo bacia davanti a tutti. Un altro invita a pranzo Stefano Munafò, uomo del centrosinistra che ha inventato Raifiction e lui ha pensionato senza nemmeno un grazie. E non perde una festa del 'Riformista'. Così il ritorno dell'Unione non lo coglie impreparato. Confermato a Raifiction, sogna un comodo scivolo per una serena vecchiaia: una cittadella della fiction nella sua Calabria. Intanto i pm di Napoli lo sorprendono a contattare, per conto di Silvio, il senatore calabrese Pietro Fuda per l'auspicato ribaltone. L'accusa è grave: corruzione. Proprio ora che le larghe intese sembrano a un passo. E lui le aveva anticipate dieci anni fa. Le larghe intese nella stessa persona. La sua
20 dicembre 2007 - Continua

18/12/07

Generale Speciale: un soldato sleale




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di GIUSEPPE D'AVANZO
Che il generale Roberto Speciale fosse un soldato sleale, s'era avuto già modo di apprezzarlo. Che un militare che giura fedeltà alla Repubblica e all'osservanza della Costituzione potesse spingersi fino a un gesto eversivo di insubordinazione allo Stato democratico, anche il più severo dei suoi critici non avrebbe potuto immaginarlo. Invece, è accaduto, accade - ed è la vera questione da affrontare - nell'indifferenza di istituzioni distratte o intimidite, nel silenzio di una politica incapace di guardare oltre la propria mediocre convenienza del momento. Come se in questa storia non fossero in gioco le ragioni prime di una democrazia: la legittimità di un governo eletto dal Parlamento; le sue prerogative di organo costituzionale chiamato ad assolvere il compito di direzione politica del Paese. E' questa legittimità costituzionale che il generale Speciale, con la sua grottesca lettera di dimissioni, nega, rifiuta, disprezza, umilia. E' alquanto minimalista - quasi gregario - definire soltanto "irrituale" quella lettera, come capita a Romano Prodi. Assai poco convenzionale è per il Quirinale dichiarare - nei fatti - ricevibile quella missiva offensiva per il governo, per poi trasmetterla a Palazzo Chigi. L'iniziativa di Speciale è davvero soltanto irrituale e il destinatario della lettera può essere correttamente il capo dello Stato? E' difficile sostenerlo e pare grave accettarlo senza batter ciglio. Il generale infedele sostiene di avere conquistato "il diritto" ad essere comandante della Guardia di Finanza: "gli spetta", dice. E' un diritto che nessuno gli ha riconosciuto. Non glielo riconoscono a parole nemmeno i suoi avvocati, figurarsi se poteva riconoscerglielo con una sentenza la magistratura amministrativa. Non è, infatti, nella disponibilità di un tribunale amministrativo il rapporto fiduciario del governo, di cui il capo di un corpo militare deve godere. Questa fiducia, al di là delle leggerezze amministrative commesse dallo staff di Tommaso Padoa-Schioppa, Roberto Speciale non ce l'ha, l'ha irrimediabilmente perduta. Tanto basta per dire che mai il generale sarebbe ritornato al comando della Finanza, come conferma anche il ministro dell'Economia. Al contrario, autoproclamatosi "di diritto" comandante - manco fossimo in una Repubblica delle Banane - il generale, bontà sua, decide di dimettersi. La grammatica istituzionale, nelle sue mosse, degrada a boutade. Prendiamolo sul serio soltanto per un momento. Ritiene di essere ancora il comandante generale della Guardia di Finanza. Vuole abbandonare, offeso nella sua dignità di soldato. Nelle mani di chi deve farlo, di chi ha il dovere di farlo? La legge è lì per essere rispettata. Articolo 1 della legge 23 aprile 1959, n. 159: "Il Corpo della Guardia di Finanza dipende direttamente e a tutti gli effetti dal ministro della Finanze". Un principio ordinamentale così netto ed esplicito (inconsueto in un sistema giuridico che ama l'indeterminatezza) avrebbe dovuto imporre al generale Speciale di rimettere il mandato - che si è caricaturalmente assegnato - nelle mani del ministro dell'Economia. Non lo fa perché "non vuole collaborare con questo governo", scrive. Poco male, il governo potrà soltanto guadagnarci. La faccenda si potrebbe liquidare così soltanto se non fosse assai sinistro che un generale, al comando di 59.874 militari in armi, non accetta di essere alle "dirette dipendenze" di un governo che gode della piena fiducia del Parlamento. Roberto Speciale non ne riconosce il potere, la legittimità, il dovere costituzionale di decidere dell'indirizzo politico e amministrativo del Paese e quindi anche di scegliere chi deve essere o non deve essere alla guida di un corpo, "parte integrante delle Forze Armate dello Stato e della forza pubblica". Scrive al presidente della Repubblica, perché "è al di sopra di tutto, anche della politica, anche del governo". E' uno schiaffo all'Esecutivo, che non sorprende in un soldato infedele. Stupisce che il Quirinale accetti di ricevere la lettera del generale. Che, implicitamente, acconsenta che Speciale possa dimettersi da una responsabilità che non ha più e che nessuno - tanto meno il governo - gli ha riconosciuto. Meraviglia che il presidente della Repubblica acconsenta che un generale non si dimetta nelle mani dell'autorità politica a cui è sottordinato, di cui è dipendente. Confonde che il capo dello Stato accetti di svolgere il ruolo del tutto improprio di destinatario di una lettera che abusivamente gli è stata consegnata, chiudendo gli occhi sul disprezzo che il generale assegna al governo per di più prendendo per buono un presunto "spirito di servizio verso le istituzioni". E' un pericoloso, e inedito, precedente nella storia della Repubblica. Dovremo presto attenderci che il capo della polizia rifiuti di dimettersi nelle mani del ministro dell'Interno o che il capo di Stato maggiore della Difesa non consegni il suo addio al ministro della Difesa, tanto del governo si può fare a meno? La sensazione è che questo "caso Speciale", nato dalla debolezza del governo e dalla volontà di compromesso con un minaccioso network spionistico e illegale, di cui il generale è stato attore di prima fila, moltiplicherà le sue muffe, se non affrontato con energia. Di compromesso in compromesso, di timidezza in timidezza, siamo arrivati alla delegittimazione dei poteri del governo. Considerare quel soldato sleale e infedele, come pare fare oggi la maggioranza, soltanto un dissipatore di risorse pubbliche per qualche viaggio a sbafo in elicottero non è una buona strada. Meglio sarebbe ricordare la proposta del generale "tutto d'un pezzo" di violare i segreti d'ufficio avanzata al vice-ministro Visco (e rifiutata). O tenere a mente quando, con il governo di centro-destra, i segreti della Guardia di Finanza diventavano pubblici per essere utilizzati, in piena campagna elettorale, da Silvio Berlusconi con denunce alla magistratura. Pensare di lisciare il pelo a quel soldato e ai soldati come lui, è peggio di una cattiva idea. E' un errore politico e istituzionale.

12/12/07

Banana's Republic - "Televisione e mercato dei senatori: Berlusconi indagato per corruzione"

L'inchiesta di Napoli su sospette tangenti agli amministratori Rai - Randazzo racconta: mi è stato offerto di fare il vice ministro

...l'articolo-inchiesta che segue, pubblicato su Repubblica.it di oggi, merita di essere ripreso per intero. In fondo, se proprio dobbiamo trattare con qualcuno per "rifare l'Italia, è meglio sapere con chi lo stiamo facendo...
di GIUSEPPE D'AVANZO

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Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e - seconda ipotesi di reato - per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati". Una storia che corre - circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere - sul filo di un telefono (intercettato) dell'alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E' una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un'evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all'estero di fondi neri.

La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o "fette di torta" che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse. Al centro dell'attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai).(...Agostino Saccà. figura storica della RAI peggiore, è colui che all'epoca del Governo Berlusconi diventa Direttore Generale della Rai, fra mille polemiche, solo dopo aver rassicurato il Cavaliere che ckui e tutta la sua famigghia hanno sempre votato Forza Italia, fin dalla nascita del partito. NdR)

Agostino_sacc Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un'inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell'ascolto telefonico. Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un'iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale.

Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d'amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in "Pegasus" bisogna far spazio a "un uomo di Berlusconi". Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare. E' a questo punto dell'indagine che emerge l'intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest'anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l'allontanamento dal consiglio d'amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni.

Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere "le dinamiche positive". Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono "i suoi consiglieri". Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" The_buyer cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo "Presidente". A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: "Sai, Bossi non fa che parlarmene...". Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. "E allora - dice Berlusconi - dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso". Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? "Socialmente - dice Berlusconi - mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero... e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare...". Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché "la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo". Promette Berlusconi a Saccà: saprò ricompensarla quando lei sarà un libero imprenditore come mi auguro avvenga presto...

Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l'esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell'interesse del "Capo". In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell'esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: "Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento". Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l'abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell'eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l'incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi.

Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l'arrivo di Pilello all'aeroporto di Roma; l'auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l'ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l'Oceania (al senatore Randazzo_ninoEdoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L'elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l'intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.

Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d'incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L'uomo lo apostrofa così: "Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro". Randazzo rifiuta l'avance. L'altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: "Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto...". Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l'interrogatorio: "E' vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza". Al Senato un'assenza, con l'esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. "Una piccola assenza" è sufficiente perché, dice Berlusconi, "ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all'estero". Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E' un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un'altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero).

DegregorioDurante l'investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell'impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E' l'accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l'associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.
(12 dicembre 2007)

...questo articolo - inchiesta è un "senza data"; non scade, come la mozzarella. Andrebbe letto e commentato in tutte le scuole della Repubblica, per spiegare ai futuri cittadini - elettori come NON dovrebbe essere fatta la politica... Tafanus

11/12/07

Liberation: Condamnation sévère pour les prisons françaises




Détention. Rapport accablant du Comité européen pour la prévention de la torture.
ONDINE MILLOT

«Traitement inhumain et dégradant.» La formule, pensée et choisie comme un radical signal d’alerte, vient d’être à nouveau utilisée, à plusieurs reprises, par un rapport du Comité européen pour la prévention de la torture (CPT) rendu public hier. Employés pour la première fois en 2003 pour qualifier la situation de plusieurs détenus dans les prisons françaises, ces mots qui sous-entendent de graves manquements aux droits de l’homme avaient créé un choc.


«Entraves». Aujourd’hui, même s’il reconnaît certaines «améliorations», le CPT réitère sa condamnation. Lors de leur visite en France, du 27 septembre au 9 octobre 2006, les membres de cet organe de contrôle indépendant rattaché au Conseil de l’Europe ont été notamment frappés par le sort des détenus particulièrement surveillés (DPS). A l’unité d’hospitalisation sécurisée du centre hospitalier de Moulins-Yzeure (Allier), la délégation du CPT a constaté que «les détenus étaient systématiquement attachés à leur lit, sans interruption, le plus souvent avec des entraves aux chevilles et avec une main menottée au cadre du lit». Les demandes formulées par le personnel médical pour les enlever, «afin de permettre les soins dans des conditions médicalement acceptables, étaient systématiquement refusées par les surveillants et les policiers accompagnants».

A la maison d’arrêt de Fresnes (Val-de-Marne), le CPT a constaté que des détenus faisant l’objet d’une demande d’hospitalisation psychiatrique d’office devaient attendre deux à sept jours, voire plus, au service médico-psychologique, avant de pouvoir rejoindre un établissement. Pendant cette attente, «les patients présentant des états de souffrance aiguë étaient placés dans l’une des cellules d’isolement […], obligés de rester nus en cellule, soumis à un contrôle visuel régulier du personnel pénitentiaire».

Outre ces cas les plus graves, le rapport du CPT s’alarme des «abus de placement» des détenus à l’isolement. «La durée maximale d’une mesure de placement à l’isolement sur décision administrative est, en principe, de trois mois. Les constatations ont montré que, dans plusieurs établissements visités, l’isolement est fréquemment une mesure de longue - voire très longue - durée.» A la maison d’arrêt de Fresnes, les membres de la délégation du CPT ont rencontré un détenu à l’isolement depuis dix-neuf ans. Frappé par «l’état dramatique dans lequel se trouve la psychiatrie pénitentiaire en France», le comité s’alarme du manque de personnel médical, et notamment de psychiatres, alors même que le nombre de détenus atteints de troubles mentaux ne cesse d’augmenter.

La lecture du rapport montre que le CPT établit clairement un lien entre cette dégradation des conditions de détention, les dérives sécuritaires et le problème de la surpopulation. «La stratégie de l’administration pénitentiaire pour faire face au surpeuplement a été, à titre principal, de prévoir une augmentation de la capacité carcérale, qui devrait atteindre les 60 000 places en 2010. Des efforts ont certes été déployés pour développer des alternatives à l’emprisonnement. Cela étant, le CPT est d’avis que les résultats globaux de ces efforts ont été, dans l’ensemble, de faible envergure.»

Surnombre. En France, le nombre de personnes aujourd’hui sous écrou est d’environ 64 400, soit près de 12 600 détenus en surnombre. «L’augmentation de la population carcérale est aggravée par le nombre croissant de peines toujours plus lourdes prononcées», insiste le CPT.

28/11/07

Nobel per la Pace a Gino Strada Petition

Nobel per la Pace a Gino Strada Petition

20/11/07

E Silvio Berlusconi incorona Michela Brambilla Autoreggenti

Repubblica


"Questo è il partito che volevo"
di CONCITA DE GREGORIO

Brambilla_berlusconi GLI ELETTORI "sono più avanti degli eletti" e naturalmente Silvio Berlusconi è già lì, più avanti di chi è avanti, più avanti di tutti a guidare le folle. Con acrobatico surfismo sull'onda dell'antipolitica, un numero atletico buono anche a dimostrare che l'età cosa volete che sia, passa in testa agli alleati e fonda il grillismo istituzionale di destra, lascia Fini e Casini a riva a guardarlo a bocca aperta.

E pazienza se la politica fino a ieri è stata lui, presidente del Consiglio e mercante di voti nel tempio: la memoria collettiva si sa che è cortissima, da oggi ci sono i gazebo, il partito del popolo. "C'è il palazzo è c'è la gente. Io sto con la gente". Delete, cancellate quel che è stato finora. Guardate questo film, piuttosto, e mandatelo a mente: Silvio che entra a braccetto con Michela Vittoria Brambilla, l'eroina dei circoli quella che più svelta di tutti, mesi fa, ha depositato il nome del partito che d'incanto esce oggi fuori dal cilindro.

In prima fila le altre donne di Forza Italia - Prestigiacomo, Carfagna, Gardini, Santelli - li guardano mute. Loro sono il pubblico, Berlusconi e Brambilla i protagonisti. Fuori dalla sala i politici, quasi tutti almeno. Poi, per cortesia, certo che entrano i più anziani, Selva, i più fedeli, Bondi e Cicchitto, gli istituzionali a cui non si poteva dir di no, Vito e Schifani.

Gli altri fuori: questo è il partito della gente e la nomenclatura disturba, tra l'altro chiudere le porte alla politica ha il vantaggio di non mostrare in pubblico chi c'è e chi manca: la conta non si fa. Conferenza stampa solo per giornalisti, all'americana. Berlusconi sul palchetto Brambilla seduta davanti alla sua destra, alle spalle il nuovo simbolo del partito: "Partito della libertà come volevo io o Popolo della libertà come ci hanno suggerito gli elettori, saranno loro a decidere".

Certo, loro. D'ora in avanti si procede così, a colpi di gazebo. Veltroni ha avuto tre milioni e mezzo, quattro milioni di persone? Lui almeno il doppio. "Otto milioni ai gazebo nello scorso week end, due milioni di firme nei circoli". Ecco, dieci milioni: facciamo il triplo. "I gazebo resteranno allestiti anche nel prossimo fine settimana: raccoglieranno le firme per il nuovo partito. Noi non faremo una fusione a freddo come il Pd". Il Pd, lo spettro.

Quel che succede oggi, avvisa Berlusconi, "cambierà la storia di questo paese per decenni". Allora riepiloghiamo quel che succede, effettivamente, nei dieci minuti in cui l'ex leader della Casa delle libertà liquida con un colpo di spugna la sua traiettoria politica dell'ultimo decennio e ne disegna una nuova.

Primo: il bipolarismo è finito, "è d'accordo anche Giuliano Ferrara che ho sentito per telefono". Secondo: Veltroni è un antagonista degno, anzi diciamo pure che la faccenda dei gazebo e dell'elezione diretta del segretario ha suscitato una certa ammirazione perciò perché non fare la stessa cosa. I sondaggi "ci dicono che il partito della libertà (o del popolo, vedremo) da solo può arrivare al 30 per cento". Dunque tanto vale mettersi sullo stesso piano di Veltroni, meglio se un po' più in alto, e discutere con lui. "Sono disposto ad incontrarlo subito per discutere di riforma elettorale".

Terzo, gli alleati hanno stancato. In specie Fini con i suoi smarcamenti recenti. Vogliono la guerra? E allora guerra. Fini dice che questa iniziativa del partito nuovo è "plebiscitaria e confusa"? "Non rispondo alle provocazioni, parlo direttamente agli elettori del mio e di altri partiti, non solo alleati". La Casa delle libertà finisce qui, stasera. Muore col bipolarismo, sepolta insieme. "Ci avevo creduto ma ho capito che in questo paese non si può". Meglio un nuovo sistema elettorale proporzionale con sbarramento dei piccoli che crei "un partito grande di qua, uno di là".

Lui e Veltroni, è questo lo scenario che immagina. La Lega di Bossi alleata, Storace e Santanché a destra e poi la gente, ovvio: la gente stanca dei "parrucconi", "dei litigi delle ripicche della politica politicante, dei giochetti dei veti e dei compromessi". "E' un anno e mezzo che non convoco i vertici della Cdl per timore che qualcuno non venga", non si può andare avanti così, francamente, i segnali sono chiari "e io sono uno che si vanta di saper riconoscere gli umori del popolo".

Il popolo vuole un leader e quel leader è lui. Fuori, in Piazza di Pietra, gli elettori di una certa età la borghesia romana in pelliccia e giaccone da caccia alla volpe, batte i piedi dal freddo e guarda il maxischermo. Bravo, dicono anche se perplessi di esser stati questa volta chiusi fuori. Quanto al passato: non è mica che ora Silvio punti al plebiscito perché non gli è riuscita la spallata, anzi, "io la spallata al governo non la volevo dare è stata una superfetazione giornalistica".

(Dal dizionario De Mauro:su|per|fe|ta|zió|ne
s.f.
1 TS biol., produzione e sviluppo di un secondo feto dopo che nell’utero è già iniziato lo sviluppo di un primo feto
2 TS bot., fecondazione di un ovulo a opera di pollini di tipo diverso
3 CO fig., aggiunta inutile, ripetizione superflua
4 TS arch., corpo di costruzione aggiunto a un edificio dopo il suo completamento, tale da guastare la linea costruttiva originaria)

Tra il pubblico stupore per il linguaggio e per il senso. Ma ecco che "io non ho né rimorsi né rimpianti. Guardo avanti. Se dobbiamo credere alle parole di Bordon e di Dini questo governo non ha più una maggioranza. Cadrà al prossimo voto importante. Allora bisognerà andare alle elezioni ma le riforme le può fare anche questo governo".

Circolodellaliberta FMichela_delpopolo_brambillauori in piazza sono rimasti in pochissimi. Palloncini azzurri, cartelloni dei giovani di Forza Italia che dicono "C'è un solo presidente". Quando esce si ferma ad arringare anche a loro, qualcuno stappa una bottiglia di champagne qualcun altro prova a prenderlo in spalla ma non esageriamo. Angelino Alfano guarda con ammirata meraviglia e discetta dell'"ennesimo colpo di genio. Andrà così: accordo sulla legge elettorale, legge in tempi record poi crisi di governo. Due mesi di gestione degli affari correnti e a marzo si vota". Michela Vittoria Brambilla è l'unica intervistata dalle tv, gli altri sono spariti tutti. E' un giorno storico, ripete Berlusconi dal palco della piazza. Gianni Letta non è venuto ma di certo seguiva dall'ufficio. State certi che nel Partito del Popolo - o della Libertà, vedremo - ci sarà anche lui.

N.B.: Ogni eventuale rassomiglianza fra il simbolo del "Circolo della Libertà" e quello del "Popolo della Libertà" è puramente casuale. La Pescivendola ha infatti sempre furiosamente sostenuto che lei col Berlusca non aveva niente a che spartire...

12/11/07

Calcio e violenze: La catena degli errori

Repubblica
di GIUSEPPE D'AVANZO


L'AGENTE della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell'area di servizio di Badia al Pino lungo l'A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L'agente - se sono buone le fonti di Repubblica - è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall'altra parte della carreggiata. C'è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d'aria.
Gabriele_sandriHa sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un'auto che velocemente - o così gli è parso - si allontanava dall'area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L'auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso. Raccontata così dal suo incipit, questa domenica crudele e brutale in cui è precipitata l'Italia, da Bergamo a Roma, poteva non avere come canovaccio principale la violenza che affligge il mondo del calcio ma, più coerentemente, il caso, la probabilità, l'errore. Il caso che incrocia l'auto della polizia stradale con il convoglio di tifosi.
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La probabilità che il proiettile raggiunga, da settanta metri, il collo di "Gabbo" Sandri che dormiva. L'errore, il doppio errore "tecnico" del poliziotto che non comprende che cosa è accaduto dall'altra parte della strada e, convinto di essere alle prese con un delitto ben più grave di una scazzottata, troppo emotivamente, troppo affrettatamente spara. Per lunghe ore, questa ricostruzione - che non allevia la tragicità dell'insensata morte di Gabriele Sandri - non è saltata fuori. In un imbarazzato silenzio, è stata eclissata.
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20071112Chi doveva svelarla - la questura di Arezzo, il Viminale - ha taciuto e - tacendo - ha gonfiato l'attesa, la rabbia, la frustrazione delle migliaia di ultras che si preparavano a raggiungere in quelle ore gli stadi, sciogliendola poi con una cosmesi dei fatti che si è rivelata un abbaglio grossolano che, a sua volta, ne ha provocato un altro ancor più doloroso. E' stato detto che l'agente della polizia stradale è intervenuto per sedare una rissa tra i tifosi e, nel farlo, ha sparato in aria un colpo di pistola ("introvabile l'ogiva") che "accidentalmente", "forse per un rimbalzo", ha ucciso Sandri.
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Consapevole che non di calcio si trattava, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un'autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l'ennesimo passo falso di un'infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dalle dirette televisive, dalle radio degli ultras, dai blog delle tifoserie, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell'ordine e l'area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte dell'ispettore Filippo Raciti a Catania.
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L'illogica catena di errori, malintesi, confusione, silenzio e furbe manipolazioni - non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina - ha trasformato la morte di Sandri in altro. L'ha declinata come morte "di calcio", morte "per il calcio". E' diventata una "chiamata" per l'orgoglio tribale degli "ultras" che, incapaci di esaurire la loro identità nell'appartenenza a una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno soltanto bisogno di odiare, di posare a "guerrieri", di mimare la partita come protesta e come battaglia.
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GuerrigliaHanno bisogno di dividere il mondo in "amico" e "nemico" e devono avere - tutti insieme, amici e nemici - come nemico assoluto "le guardie". Sono non più di settantamila in tutto il Paese e ieri, per la gran parte si sono presi, in un modo o in un altro, gli stadi. Li hanno "governati" o distrutti, come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto come accadde dopo la morte di Filippo Raciti. Come se Raciti e Sandri fossero i "caduti" su fronti opposti di una allucinata "guerra", dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica [...]
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Forse non è sbagliato pensare a vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso. E' di tutta evidenza che bande di "guerrieri" che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra con la voglia matta di aggredire il "nemico" non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di non militarizzare una volta la settimana autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. E' un divieto che mortifica il Paese. E' una sconfitta utile a evitarne di peggiori. In questa sventurata domenica non c'è chi non abbia già perso. Gabriele Sandri ha perso la vita. Il Viminale la faccia. Il mondo del calcio, per una decina di migliaia di fanatici, ancora una volta la credibilità.

04/11/07

Nobel per la Pace a Gino Strada Petition

Nobel per la Pace a Gino Strada Petition

28/10/07

L'editoriale di Eugenio Scalfari - 28 Ottobre 2007

Faceva senso assistere ieri all'assemblea costituente del Partito democratico avendo ancora negli occhi l'aula del Senato riunita per dodici ore di seguito e scossa da un piccolo ma continuo maremoto di voti e controvoti. Faceva senso la nascita d'un partito fondato da 3 milioni e mezzo di persone - fatto mai accaduto nella storia europea - rispetto alle pervicaci rissosità di partiti-mosca che stanno devastando la maggioranza parlamentare e che, tutti insieme (sono poco meno d'una dozzina) rappresentano il 5 per cento dei consensi elettorali.

All'assemblea costituente di Milano (quasi metà dei suoi delegati erano donne) aleggiava una richiesta di unità, onestà, competenza, innovazione. Si è parlato di passato e di presente ma soprattutto di futuro. Prodi e Veltroni, in concordia tra loro, hanno confermato che con la legge elettorale vigente è impossibile andare a votare; riecheggiando le parole e il giudizio più volte ripetuto dal Capo dello Stato hanno detto che votare con la "legge-porcata" di Calderoli sarebbe una beffa per gli elettori e renderebbe per la seconda volta il Paese ingovernabile.

In Senato si votava il decreto fiscale ma i pensieri dei guastatori erano altrove. Vedevano quel voto come l'occasione per regolare i conti tra loro e nello stesso tempo lavorare "al corpo" Prodi e lo stesso Partito Democratico la cui nascita è vista come minaccia all'esistenza dei micro-partiti e dei loro grotteschi apparati. Gran parte dei "media" l'altro ieri hanno titolato sulla sconfitta parlamentare del governo, messo in minoranza per sette volte dal voto variamente congiunto dell'opposizione e dei senatori "nomadi" o "apolidi" che dir si voglia. Almeno in apparenza avevano ragione di aprire con quella notizia.

Avrebbero tuttavia dovuto valutare che l'esito parlamentare della giornata non era quello. Il decreto fiscale è stato convertito in legge senza alcuna variante rispetto al testo governativo, dopo 350 votazioni in 12 ore che l'hanno interamente confermato. Le sette votazioni incriminate sono avvenute su emendamenti marginali presentati durante il dibattito in commissione e approdati in aula, su cinque dei quali il governo si era rimesso all'assemblea per la loro irrilevanza. Nel voto finale sulla conversione in legge la maggioranza ha vinto con i soliti due voti di scarto.

Sono pochissimi e a rischio continuo di incidenti di percorso, ma questi sono appunto gli effetti nefasti della legge - porcata approvata nello scorcio della precedente legislatura dalla maggioranza di allora, ivi compresa l'Udc di Casini che oggi giustamente reclama una legge diversa. Faccia almeno le sue scuse agli elettori l'Udc di Casini e dichiari d'aver sbagliato e di essersi pentita. Invece no, si dichiara vittima della legge che ha voluto e si dice pronta a votarne un'altra migliore ma solo se prima Prodi si sia dimesso. Dove stia la coerenza non si capisce, ma sono tante le cose di Casini che non si capiscono.
* * *
Sul voto in Senato di giovedì scorso si è per l'ennesima volta innestata la polemica contro i senatori a vita e in particolare contro la novantottenne Levi-Montalcini, bersaglio di insulti definiti giustamente indegni dal Presidente della Repubblica. Indegni perché scagliati contro una donna, contro una scienziata insignita di altissime onorificenze al merito e contro un membro del Senato che ha gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri componenti di quel ramo del Parlamento.

Credo che la migliore definizione di questo problema inventato dal centrodestra l'abbia data Oscar Luigi Scalfaro nell'intervista di ieri al nostro giornale: il voto dei senatori a vita non appartiene ad alcuno schieramento ma agli interessi generali del Paese e alla salvaguardia della Costituzione. Sta dunque a ciascuno di loro giudicare quali siano i temi che richiedono la loro presenza in aula e determinano il loro voto. Ha perfettamente ragione Scalfaro. I senatori a vita Andreotti, Colombo, Levi-Montalcini ritengono evidentemente che l'approvazione della Finanziaria e dei suoi collegati sia un esito conforme all'interesse generale e per questo partecipano a sedute snervanti. Penso che così debbano fare anche gli ex Presidenti della Repubblica che siedono a vita in Senato a meno di eccezionali motivi di impedimento. Dovrebbero farlo anche per solidarizzare con la senatrice Levi-Montalcini; affiancarla nel voto è la maniera più efficace per manifestarle solidarietà. Mi auguro perciò che non deluderanno le nostre attese; dopo tutto è in gioco una legge fondamentale per l'economia del Paese; la sua caduta produrrebbe danni assai gravi all'economia italiana e al credito di cui per fortuna ancora godiamo in Europa e nel mondo [...]

Debbo, per finire, dedicare l'attenzione che merita al discorso pronunciato venerdì dal Governatore della Banca d'Italia all'Università di Torino; un discorso sull'economia italiana pieno di dati e di riflessioni.
I resoconti giornalistici e i primi commenti si sono concentrati su alcuni punti salienti di quel discorso: crescita frenata e insufficiente dei consumi negli ultimi quindici anni; salari ai lavoratori dipendenti troppo bassi rispetto ai livelli salariali di Francia, Germania, Gran Bretagna; troppa bassa produttività; disparità salariali tra vecchi e giovani; troppo lunga permanenza dei figli nelle case paterne; cattiva istruzione nelle scuole superiori; necessità di investire nel "capitale umano"; età pensionabile troppo bassa; maggiore flessibilità nel mercato del lavoro.

Su alcuni di questi punti c'è stata una convergenza molto ampia, su altri i sindacati hanno eccepito. Montezemolo ha plaudito su tutto, compreso il punto sui bassi salari e sui loro effetti negativi nella crescita del Paese. Una sola osservazione sull'importante adesione di Montezemolo al Draghi-pensiero: il presidente della Fiat poteva risparmiarsi di portare come esempio ai governi la vittoria della Ferrari. Anche Berlusconi si avvale spesso delle Coppe vinte dal Milan come strumento di pressione politica. Speravamo che Luca Montezemolo fosse consapevole che usare lo sport come asset politico è populismo allo stato puro [...]

19/10/07

Poche idee ma ben confuse

"E' confermata la data delle elezioni politiche il 9 aprile e lo scioglimento delle Camere per il 29 gennaio" (Silvio Berlusconi, Ansa, 23 dicembre 2005).

"Mi sembra che, come confermato dal ministro dell'Interno, le elezioni politiche si dovrebbero tenere il nove aprile, e le amministrative entro maggio. Non credo sia positivo mettere insieme le politiche e le amministrative. Questo perché le elezioni nazionali sono troppo importanti: il cittadino dovrà scegliere tra centrodestra o centrosinistra. Sarà una vera e propria scelta di campo. Troppi candidati locali potrebbero costituire una distrazione rispetto al voto nazionale, i voti sarebbero intrisi di significati locali" (Silvio Berlusconi, Ansa, 18 ottobre 2005).

"Spero che la legislatura duri qualche giorno in più, perché abbiamo ancora delle leggi da approvare in Parlamento" (Silvio Berlusconi, Ansa, 20 gennaio 2006).

"Silvio Berlusconi conferma che è intenzione del governo far svolgere le elezioni politiche il 9 aprile, così come previsto da tempo" (Ansa, 23 gennaio 2006, ore 9.49).

"Se non si ritenesse di dare le due settimane che abbiamo richiesto, potremmo arrivare a dire di spostare la data del 9 aprile, visto che nessuno ci obbliga, e arrivare alla scadenza naturale delle Camere" (Silvio Berlusconi a Paolo Bonolis durante la registrazione de "Il senso della vita" su Canale 5, Ansa, 23 gennaio 2006, ore 18.53).

Tratto da: La Rassegna Stanca del 24.01.06

30/09/07

La casta dei politici e la razza padrona

di EUGENIO SCALFARI - Repubblica.it

Si è avviato un bel dibattito che ha come tema gli italiani e la politica. Il merito occasionale va diviso in parti eguali tra Rizzo e Stella da un lato e Beppe Grillo dall'altro. Dico occasionale perché in realtà è un dibattito che dura da un secolo e mezzo, cioè dalla fondazione dello Stato unitario nel 1861. Pensate un po'!

Alcuni ne hanno esaminato le cause, altri ne hanno cavalcato e radicalizzato gli effetti. In questo dibattito, da oltre cinquant'anni, ci sono dentro anch'io e quindi ho qualche titolo per intervenirvi di nuovo. Ma prima è d'obbligo spendere qualche parola sulla legge finanziaria, finalmente licenziata dal Consiglio dei ministri insieme a un decreto che avrà effetti immediati, approvato all'unanimità la sera di venerdì.

Il decreto muove risorse per 7 miliardi e mezzo; la Finanziaria 2008 contiene una manovra di 10.700 milioni. Senza una lira di tassa in più. Anzi con un abbattimento di imposte rilevante: 5 punti in meno di Ires, 4 decimali di punto in meno di Irap; una tassa unica del 20 per cento per le micro-imprese che assorbe forfettariamente Iva, Ires e Irap con i connessi adempimenti burocratici.

Se ai benefici destinati alle imprese si aggiungono i tre punti di cuneo fiscale già in opera, si vede che le risorse mobilitate per la crescita economica e la competitività sono almeno eguali se non addirittura superiori alle provvidenze realizzate dal cancelliere tedesco Angela Merkel a favore dell'industria del suo Paese. Quei provvedimenti sono stati lodati da tutti gli osservatori e dalle autorità internazionali; ci sarebbe da attendersi analoghe lodi per quanto deciso dal governo italiano, ma in casa nostra la setta (o la casta) degli economisti è molto più avara e quindi non ne parlerà se non a bocca storta per opposte ragioni alla bocca storta di Diliberto, il Pierino della sinistra radicale.

Ma una parte notevole della manovra è anche destinata alle fasce deboli dei redditi, alle famiglie, ai giovani, alle infrastrutture; il taglio di alcune spese sugli acquisti della pubblica amministrazione, sull'organico dei pubblici dipendenti e sui costi degli enti locali vincolati da un patto di stabilità stipulato dalla conferenza Stato-Regioni, completa un menu che agisce su due pedali: quello produttivo e quello sociale, facendo sperare su un aumento della domanda globale sia dal lato degli investimenti sia da quello dei consumi.
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Prodi e i ministri economici si erano impegnati a realizzare una Finanziaria impostata su questa duplice strategia e la promessa è stata mantenuta. Vedo che si insiste molto sulla "leggerezza" della manovra, quasi che le risorse mobilitate configurino soltanto ritocchi di poca importanza. Non mi pare che le cose stiano così. Diciotto miliardi tra decreto e Finanziaria (36 mila miliardi di vecchie lire) indirizzate ad alleggerire oneri fiscali e a rifinanziare i cantieri delle aziende pubbliche che lavorano per le infrastrutture, costituiscono una vigorosa azione di sostegno della domanda, della competitività e dei redditi quale da tempo non si verificava, a parità di pressione fiscale. L'avanzo primario è aumentato da zero a 2 punti, il deficit corrisponde agli impegni presi con l'Europa.

Certo non è stato affrontato il grande tema della spesa della pubblica amministrazione. Sarkozy, tanto ammirato in Italia, si cimenterà con questo problema nei prossimi giorni. Il taglio da lui preannunciato è nell'ordine di 9 miliardi di euro. Di più non può fare ancorché il debito pubblico francese sia metà del nostro. Ma il nostro gettito tributario è aumentato molto di più di quello del fisco parigino. Sarkozy spera in una ripresa dell'economia che tuttavia tarda a venire. Questo rende alquanto dubbio il successo della sua manovra. Anche lui ha i suoi guai. Finora è stato più bravo a nasconderli, ma ora i nodi stanno venendo anche al suo pettine.

Non dico affatto che il male comune sia un mezzo gaudio: noi abbiamo quanto mai bisogno che l'economia europea sia tonica. Segnalo soltanto che il ciclo economico occidentale non attraversa un periodo di vacche grasse, tutt'altro. Qualche errore di fondo è certamente avvenuto da qualche parte. La ricerca di quell'errore dovrebbe essere occupazione condivisa da imprenditori, banchieri, sindacati, Banche centrali e governi. Tutti infatti sono chiamati in causa e il gioco dello scaricabarile è diventato a questo punto manifestamente impossibile.
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Dunque pace nel governo e nella coalizione che lo sostiene? Non direi. Direi tregua, sperando che lo sfarinamento dei partiti non produca l'incidente al Senato su cui Berlusconi (e Casini insieme a lui) sta puntando con rinnovato vigore. Ma quand'anche la Finanziaria riuscisse a passare indenne nella cruna dell'ago senatoriale - come ci si deve augurare per il bene non del centrosinistra ma del Paese - è inutile pensare che alle prossime elezioni l'Unione si possa ripresentare nella stessa composizione attuale. Prodi lo vorrebbe ma Bertinotti - a quanto mi risulta - è perfettamente consapevole che non sarà possibile.

Bertinotti aveva immaginato che il suo partito avrebbe capito e condiviso la sua strategia di lotta e di governo.
Ma ci si è messo di mezzo un profondo sussulto identitario (al quale il "grillismo" ha dato una robusta mano). Il presidente della Camera sa che il gioco gli ha preso la mano; la partita non è più sotto il suo controllo. Sarà difficilissimo se non addirittura impossibile restare nello schema di lotta e di governo per il semplice motivo che gli elettori, tutti gli elettori, pretendono a questo punto coalizioni coese. Le risse interne non sono più accettate né tollerabili. Perciò, quale che sia la legge elettorale con la quale si andrà a votare, nel centrosinistra i riformisti e la sinistra radicale affronteranno divisi il confronto elettorale. Con programmi più semplici e più incisivi. Di venti pagine e non di trecento.

Se il voto avverrà nel 2008 Berlusconi vincerà. Se sarà spostato in avanti la partita è aperta e il Partito democratico potrà giocare le sue carte. Casini e Fini saranno abbracciati e digeriti dal Cavaliere di Arcore. Bossi è costola sua e non gli creerà problemi. Ma in un Paese che vive di emozioni rapide ad emergere e anche a capovolgersi nel senso contrario, il governo potrebbe risalire nei consensi e Veltroni potrebbe puntare ad un risultato del 35-40 per cento per il Partito democratico. Questi sono a mio avviso gli elementi della partita. E qui si ripropone il dibattito sulla "casta". E sulle "caste".
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Non parlerò di Grillo, ma invece di interlocutori di maggior spessore: Gian Antonio Stella e Pierluigi Battista (sul "Corriere della Sera" del 28 e del 29), di Luca Ricolfi (sulla "Stampa" del 28) e di noi di "Repubblica", a cominciare da Ezio Mauro, direttore del nostro giornale. Mauro ha fatto una diagnosi secondo me esaustiva del "malessere" italiano che da almeno vent'anni debilita la fibra democratica e la morale pubblica del nostro paese. Nella classe politica e non soltanto, ma nell'"establishment" nella sua interezza. Nel capitalismo all'italiana, nel sindacalismo all'italiana, nella Chiesa in salsa italiana. E anche nel giornalismo all'italiana. Ha espresso la speranza che ciascuno, per quanto gli compete, rifletta sulle responsabilità proprie e cerchi di correggerne le cause e gli effetti. Sia questo il contributo al risanamento che ciascuno deve portare alla democrazia repubblicana.

Stella ha esordito con una citazione a sorpresa: "A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro, di avere la sapienza infusa nel vasto cervello. Non mantengono le promesse, impediscono il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fanno perdere agli industriali quei mercati che erano riusciti a conquistare.
Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi. Troppo a lungo li abbiamo sopportati".

Non sono parole di Beppe Grillo - chiosa Stella - né di Guglielmo Giannini né del Bossi della prima maniera, ma nientemeno che di Luigi Einaudi che le scrisse sul "Corriere" del primo febbraio 1919. Vedete dunque...! Bella sorpresa per chi non conosce o ha dimenticato l'Einaudi del 1919. Ma, purtroppo per Stella e anche per noi italiani la citazione è un vero boomerang per la tesi di chi pensa d'avere scoperto la casta politica a far data dal governo Prodi o tutt'al più dal Berlusconi del 2001 fino ai giorni nostri. La casta politica - la citazione lo prova - esisteva già nel 1919 e veniva bollata con parole come si vede roventi.

Ma in realtà esisteva da molto prima. Se Stella avrà la pazienza di leggere i discorsi politici di Marco Minghetti, quelli di Silvio Spaventa, quelli di Ruggero Bonghi, troverà le stesse accuse risalenti agli anni Ottanta del secolo XIX. Più tardi le ritroverà nel D'Annunzio della marcia sul fiume e nel Mussolini della marcia su Roma e nel pitale scagliato su Montecitorio dal dannunziano e futurista Keller. Troverà lo scandalo della Banca Romana, il coinvolgimento delittuoso di Francesco Crispi e della stessa Monarchia, la cacciata e l'esilio di Giolitti. E giù giù per li rami arriverà fino al Craxi di Tangentopoli e infine ai giorni nostri.

Bisogna, caro Stella, retrodatare tutto di un secolo e mezzo. Ma questo non vuol certo dire che gli attuali reggitori della cosa pubblica siano indenni da colpe, da errori, da omissioni. Vuol dire però che il male è molto antico. Se si è perpetuato malgrado le denunce vigorosissime per un tempo così lungo la vostra diagnosi è dunque sbagliata ed è sbagliata anche quella di Einaudi che parla di un piccolo gruppo di padreterni da cacciare a pedate. Qualcuno, tre anni dopo, li cacciò e venne una dittatura durata vent'anni. E' questo il rimedio?

Mi sorge un dubbio: forse i diagnostici della casta hanno un'idea infantile della politica. Parlando al Tv 7 dell'altro ieri, interrogato da Gianni Riotta, Stella ha detto: io so poco di economia e quindi non mi sento in grado di mettere in piazza le supposte malefatte dei capitalisti italiani. Ma i politici sono sicuramente peggio perché hanno tutto il potere e lo ostentano. I politici hanno tutto il potere? Caro Stella, non so in quale paese, ma che dico, in quale mondo tu pensi di vivere. La frazione di potere dei politici (non solo in Italia) è minima rispetto al potere dei detentori del capitale. I quali tra l'altro sono inamovibili perché il loro fondamento è la natura proprietaria di quel potere. Mi scuso per la citazione, ma io scrissi "Razza padrona" nel 1974. Forse non l'hai letta ma ti sarebbe stata utile per portare avanti le tue meritorie battaglie.

"Le banche hanno acquisito un potere economico e politico che potrà diventare un pericolo se gli uomini che vi presiedono non avranno piena coscienza della terribile responsabilità che loro incombe nello svolgimento della vita nazionale. Dietro la presenza delle società anonime e al di sopra della inerte massa dei piccoli risparmiatori sta la ristretta brigata dei pochi grandi finanzieri e dei pochi grandi industriali i quali tengono di fatto il potere e direttamente o attraverso delegati controllano l'immensa schiera delle società industriali, mercantili, marittime che costituiscono la clientela delle banche e ad esse si connettono... Indarno si faceva appello alla grande maggioranza degli industriali, per nove decimi sani e onesti con grandi benemerenze di lavoro, di iniziative, di costruttività. La maggioranza laboriosa ma passiva e ignara lasciava che i facinorosi e i furbi andassero all'arrembaggio della nave che portava le fortune dello Stato".

Sorpresa, collega Stella: queste parole non sono di Grillo (che peraltro ne ha dette di simili quando denunciava la Cirio, la Parmalat, la Telecom). Non sono neppure mie né tue che non t'intendi di economia; non sono di Montezemolo né di Draghi. Sono - udite udite - di Luigi Einaudi e stanno nel volume "La condotta economica e gli effetti sociali della guerra". Anche queste le scrisse nel 1919 in occasione della crisi dell'Ilva, dell'Ansaldo e della Banca di sconto ma poi, nelle "Lezioni di politica sociale" del 1944 le riprese e le aggiornò. Bisogna leggerlo tutto, Luigi Einaudi, magari insieme a De Viti De Marco, a Gaetano Salvemini e ad Ernesto Rossi, che non erano moderati ma radicali e liberali di sinistra.
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Oggi il capitalismo è diverso. Conosce (o finge di conoscere) le regole che debbono disciplinare il mercato ma che in Italia sono ancora fragilissime se hanno consentito e consentono che il leader del maggior partito, già tre volte presidente del Consiglio e in vena di ritornarci per la quarta volta, sia il proprietario di metà del duopolio televisivo ed abbia - quando s'insedia a Palazzo Chigi, influenza determinante sull'altra metà pubblica.

Mi sarebbe piaciuto leggerne almeno qualche riga nel libro sulla casta, ma non mi pare d'averla trovata. Se mi è sfuggita, sarei grato mi venisse segnalata. Ho letto però, sempre sul "Corriere della Sera", uno scritto del professor Giavazzi che si dichiarava insoddisfatto e turbato perché il ministro dell'Economia aveva nominato come suo rappresentante nel consiglio della Rai (come la legge gli prescrive) persona certamente esperta nella materia specifica ma anziana di età e notoriamente di convinzioni politiche vicine all'attuale maggioranza.

Mi sarebbe piaciuto leggere un Giavazzi di annata ai tempi in cui Baldassarre presiedeva il consiglio d'amministrazione della Rai. Forse mi è sfuggito? Anche qui, per favore, segnalatemelo e farò debita ammenda. Scordavo Pierluigi Battista e Luca Ricolfi, ma quanto ho scritto fin qui vale anche per loro.
30 Settembre 2007

09/09/07

Vaffanculo Day: ho sbagliato, ma "solo" al 99%

Vaffanculo_grillo La giornata di ieri, nata da Internet, anche un colpo all'idea di onnipotenza della tivù - La piazza di Grillo tra politica e populismo - Ma da qui in poi per lui e il suo movimento comincia il difficile - Altri sono finiti in niente dopo aver riempito le piazze
di MICHELE SERRA - Repubblica - Le foto: Bologna, da Repubblica; Torino, da Candido Volteri

Piazza Maggiore a Bologna dove ieri si sono radunate 50 mila persone per il V-day di Grillo. LA COSA peggiore del "Vaffanculo Day" era il titolo, che dietro l'ammicco "comico" contiene tutta la colpevole vaghezza del populismo. (Vaffanculo, satiricamente parlando, è roba da Bagaglino, non da Beppe Grillo). Ma fermarsi alla crosta greve (e facile) non serve a capire, non aiuta a riflettere. Bisognerà, per esempio, ragionare un po' meglio sul concetto di "antipolitica", alla luce del successo politico del raduno nazionale convocato dal cittadino Giuseppe Grillo in arte Beppe.

Piazza Maggiore gremita per il comizio del leader, decine di altre piazze italiane con la gente in coda per firmare una proposta di legge di iniziativa popolare fatta da tre punti secchi secchi: no alla presenza di condannati in Parlamento, ineleggibilità dopo due legislature, elezione diretta di tutti i candidati. A cominciare dalla piazza piena, luogo simbolico per eccellenza di tutte le cause politiche, sbocco tradizionale di tutti gli umori che da individuali vogliono farsi pubblici, la giornata particolare di Beppe Grillo e dei suoi tanti compagni di avventura è difficilmente inquadrabile, nel male e nel bene, se non dentro il difficile momento politico e civile del Paese.

Il manifesto di convocazione, nella sua indubitabile rozzezza (dire che "dal '43 a oggi in Italia non è cambiato niente" è, per dirla con Grillo, una notevole belinata), era di contenuto squisitamente politico. Almeno due dei tre punti in oggetto (negare ai condannati il diritto di rappresentare il popolo, impedire alle segreterie dei partiti di nominare di straforo i candidati senza passare attraverso il vaglio degli elettori) sono molto difficilmente liquidabili come "qualunquisti". Esprimono, al contrario, un'insofferenza per larga parte condivisibile e condivisa da milioni di italiani, molti dei quali (senza bisogno di vaffanculo) hanno appena fatto la coda per il referendum Segni contro questa indecorosa legge elettorale proprio perché non sopportano più il piglio castale e l'autoreferenzialità malata delle varie leadership di partito. E chiedono la partecipazione diretta dei cittadini alla scelta della propria classe dirigente.

Più controverso il terzo punto, perché non è detto che congedare un ottimo politico dopo due sole legislature coincida con il miglioramento della qualità professionale della classe politica (anzi). Ma quello che lascia il segno, vedendo decine di migliaia di cittadini mobilitarsi attorno a Grillo, alle sue drastiche parole d'ordine, al suo ringhio esasperato, perfino alla sua presunzione di Unto dalla Rete, è constatare, piaccia o non piaccia, che un uomo famoso ma isolato, popolare ma ex televisivo, antimediatico suo malgrado o fors'anche per sua scelta, sia in grado di mobilitare una folla che molti dei piccoli partiti, pur radicatissimi nei telegiornali e sui giornali, neanche si sognano.

La rappresentanza di Grillo e del suo blog, dopo la giornata di ieri, esce dal discusso limbo del virtuale e diventa così reale da riuscire a contendere spazio (anche nei telegiornali) alla poderosa, inamidata routine dell'informazione istituzionale. Va ricordato che ieri, mediaticamente parlando, non era una giornata facile per un outsider sbucato dal suo blog. C'erano i funerali di Pavarotti, moltissimo sport di sicuro impatto (Monza, il rugby, il calcio, il basket), e bucare la copertura mediatica, ritagliarsi uno spazio importante, irrompere nel dibattito non era facile. Grillo c'è riuscito facendo leva solo su Internet, sulla piazza virtuale nella quale ha da tempo installato il suo podio di artista e di polemista. E' come se una pura ipotesi numerica si fosse materializzata di prepotenza, come se la qualità sfuggente di un'assemblea virtuale fosse diventata quantità evidente.

Questo costringe chi dubita della forza politica e culturale di Internet (compreso chi scrive) a rifare un po' di conti, perché la giornata di ieri, e questo Grillo lo sa, è soprattutto un colpo all'idea di onnipotenza della televisione, una breccia nel muro, un indizio non decisivo ma importante a favore del peso che la rete ha via via acquisito nel determinare orientamenti e scelte di massa.

Di qui in poi, naturalmente, comincia il difficile, per Grillo e per il "suo" movimento. E' proprio la natura rudemente politica delle richieste messe in campo che non consente comode ritirate nel mugugno o nello sberleffo. Si può essere genericamente riottosi o anche furibondi nella critica, ma una volta che l'umore raggrumato attorno a un leader popolare si fa piazza, si fa raccolta di firme, si fa manifestazione da titolo di telegiornale, muta la natura stessa della mobilitazione. Una proposta di legge non è una pasquinata, non è un gesto dell'ombrello contro il Palazzo, è un passo avanti dentro l'agorà, una pubblica assunzione di responsabilità.

Vaffanculo_torino_candidovolteri_2 Qui si misureranno il peso e il calibro di Grillo e del grillismo da un lato, e del "popolo dei blog" dall'altro: l'organizzazione del dissenso, la sua trasformazione in elemento di rottura e di rinnovamento, sono questioni che impegnano allo spasimo, dalla notte dei tempi, qualunque leader o partito o movimento, compresi molti di quei "professionisti della politica" che, per quanto casta o lobby o Palazzo, negli anni hanno via via dato voce a qualcosa di più che ai propri meri interessi personali. (Ed è proprio questa la debolezza di Grillo: l'indeterminato mugugno contro un "sistema" che contiene al suo interno diseguali responsabilità e diseguali idee rispetto agli assetti sociali, culturali, politici e istituzionali).

In altre parole, la rappresentanza della politica tradizionale è in crisi, ma sostituirla con altra politica è il solo metodo accertato di "cambiare lo stato delle cose", come già sapevano e dicevano i vecchi rivoluzionari. Amici e detrattori di Grillo, da oggi, seguiranno con mutata attenzione le sue mosse. Già altri movimenti impetuosi (da quello pro-giudici ai tempi di Mani Pulite ai girotondi a infiniti e ricorrenti subbugli studenteschi) sono finiti in niente dopo avere riempito piazze e giornali e telegiornali. E' mancata, in quei casi, la capacità di trasformare in peso politico l'investitura popolare. Anche in questo caso non resta che aspettare. Cominciando, intanto, a prendere atto di una giornata non consueta, non facilmente incasellabile.

...come tutti sanno, in questi giorni non sono stato fra i più entusiastici sostenitori del V-Day, per alcune ragioni che posso così riassumere:

  1. Non condivido la storia, peraltro imprecisata, delle due legislature (ho personalmente citato l'esempio di Bassanini, e vedo che Serra, sia pure senza far nomi, è sulla stessa linea)
  2. La scelta degli eletti da parte degli elettori è parte dei più ampi meccanismi della legge elettorale complessiva, e quindi la proposta del V-Day avrebbe avuto un suo valore se avesse presentato una legge elettorale popolare. Così non è stato, e questa legge popolare, anche se fosse votata ed approvata il parlamento, non sposterebbe di un centimetro i meccanismi attuali. Non si può votare con una legge che dice "gli eletti sono scelti dagli elettori", ma con una legge che parla dettaglatamente di collegi, sistemi, criteri e regole di formazione delle liste, e via annoiando.
  3. Infine, ho detto (e qui anche Serra non si è accorto), che la legge "fuori i condannati in secondo grado dal Parlamento", andrebbe condita con piccole, noiose ma indispensabili appendici appendici quali le necessarie (e preliminari) modifiche della legge costituzionale

Detto questo, non ho difficoltà ad ammettere di essermi sbagliato sulle previsioni di partecipazione all'evento, così come molti si sono sbagliati sulla critica al mancato "rebound" mediatico dell'evento stesso. Ieri i giornali sono stati abbastanza silenti (stritolati fra altri avvenimenti mediatici, e la paura di sponsorizzare la causa di un outsider); oggi, davanti all'indubbia portata dei numeri, hanno scelto di dare ampio spazio all'evento.

Oggi ho scelto di pubblicare, per intero e senza cambiare una virgola, l'articolo di Serra su Repubblica, perchè, fra quelli che ho letto, è quello che maggiormente rispecchia il mio pensiero. Nei giorni scorsi, un tale che si firma Goldrake (?) mi ha scritto che "...la tua è tutta invidia da blogger fallito..."; si tranquillizzi, questo goldrake. Fra me e Grillo non c'è, e non potrebbe esserci, alcuna lotta a chi ce l'ha più grosso. Sarebbe una lotta ridicola, fra una formica ed un rinoceronte. Però sappia il mio amico goldrake che che non mi reputo un "blogger fallito". Come ho sempre detto, io non provo neanche a confrontarmi con Repubblica, col Washington Post o con Beppe Grillo. Io mi confronto con chi è partito dai miei stessi livelli di notorietà (0,00)) e dalle mie stesse strutture (0,01).

Detta in altro modo: non stiamo facendo, per quanto a questo genio ciò possa suonare strano, alcuna guerra di celodurismo e/o di celolunghismo. Non ci sono i presupposti. Stiamo facendo una discussione civile fra idee e metodi. Sul blog di Grillo col Maestro (maiuscolo) che parla, e coi discepoli che ascoltano, e al massimo è loro consentito di scazzarsi, ma solo fra di loro su tutto, su tutti e senza freni. Sul Tafanus, col "vigile poco urbano" (minuscolo) che dirige il traffico, e coi partecipanti che discutono civilmente dell'argomento; e col "vigile urbano" che talvolta si degna persino di scendere dall'empireo e di dire la sua, uguale fra uguali.

La scossa data da Grillo sarà salutare per smuovere dal coma profondo i politici? Lo spero, ma sono animato dal pessimismo della ragione. Ma sul piano pratico (quello legislativo) queste proposte di legge di iniziativa popolare sono così generiche, così mal formulate, così impregnate di pura demagogia, che passeranno senza lasciare traccia. Accetto scommesse "a termine" (ci ritroviamo l'8 Settembre 2008?).

A meno che non siano riprese dalla politica di professione. Ma voi ce la vedete Forza Italia che accetta una legge ordinaria ed una costituzionale che tolga di mezzo i condannati? e cioè 20 persone della Casa delle Libertà Vigilate, incluso il padrone di casa? o un parlamento nel quale, avendo quasi tutti fatto due legislature, si autolicenzino? O i partiti maggiori che rinunciano ai propri poteri di autoconservazione?

Credimi, amico (?) Goldrake, qui "l'invidia del pene", non 'c'entra un cazzo. Stiamo solo cercando di far funzionare al meglio ciò che ci resta di cervello, anche se non ti sembra molto...

Tafanus

03/09/07

Georgedabliu Bush, The Crocodile

...e George W. Bush confessò: "Ho pianto tanto"

Biografia-intervista di Bush: "Dopo la Casa Bianca? Farò discorsi a pagamento" - Il presidente Usa si prepara all'addio raccontando i retroscena delle grandi decisioni

di VITTORIO ZUCCONI - Reppubblica.it

Bush_coccodrillo WASHINGTON - Dice di avere "pianto sulla spalla di Dio" nei momenti di debolezza e di paura, e in attesa di conferme dall'alto dobbiamo credergli e provare un po' di pietà per il Presidente lacrimoso. Confessa di "avere pianto più di quanto un Presidente di solito pianga", mentre fingeva di fare il duro e il sicuro con noi, in un mondo che gli stava crollando addosso, e la moglie gli ricordava asciutta, come fanno le mogli serie, "guarda te lo sei cercato tu, questo lavoro".

Il George Bush piangente, ma non pentito, che si autoracconta nella biografia intervista che il New York Times ha potuto anticipare, è una figura che abbiamo visto molte volte, nella storia americana, il re costituzionale deposto sulla soglia dell'esilio, il Napoleone che si imbarca verso la Sant'Elena di una vecchiaia spogliata dalle insegne del potere imperiale. Finalmente, ma non sempre felicemente, solo con la propria vita [...]

Soltai_usa_morti "Mi posso già vedere ogni giorno lasciare la nostra bella casa di Dallas, prendere la macchina guidare fino al ranch di Crawford e annoiarmi a morte", dice al giornalista naturalmente texano e naturalmente amico di famiglia, Richard Draper (nel clan dei Bush, come in quello dei Kennedy, o sei amico di famiglia o non sei niente). "Farò discorsi pubblici, per rimpinguare le vecchie casseforti" che tanto esauste non sono, visto che la fortuna dichiarata di George e Laura ammonta a 21 milioni di dollari. Ma il "circuito del pollo di gomma", il giro dei discorsi pagati dopo atroci pranzi, è tutto quello che rimane ai pensionati della fine del mondo. "Mio padre prende 50 mila dollari a discorso, Clinton molto di più", calcola. E qui si rivela una puntina di invidia.

Per chi si lascia alle spalle ferite aperte o purulente, come sarà l'Iraq per lui o come fu il Vietnam scaricato da Lyndon Johnson a Richard Nixon, le lacrime e i magoni sono anche più grossi, pur se Bush dice di non rimpiangere niente e di avere deciso sempre tutto lui da solo, un'ultima menzogna tanto per non smentire il personaggio [...]

Iraq_civili_mortiCaro Georgedabliu, lasci perdere; lei ha pianto sulla spalla di Dio? e Dio non si è ritratto, schifato? Perchè vede, lei ha a che fare con Dio quanto io abbia a che fare con la fisica delle particelle: ZERO. Lei ha pianto. OK, prendiamo atto, ma non ce ne frega nulla. Meglio tardi che mai. I suoi genitori avrebbero dovuto piangere alla prima visita dallo psicologo dell'età evolutiva, o quando si ubbriacava o, peggio, quando ad un uomo delle sue qualità è stata assegnata la guida degli USA.

Pensi, georgedabliu, alle 4.000 vedove di quelli che lei ha mandato a morire ammazzati in Iraq, un paese che il 99% degli americani non riuscirebbe ad indicare col ditino su un mappamondo. Quelle non avranno nessuna spalla sulla quale piangere. Non quella dei mariti morti ammazzati. Non quella di Dio, col quale non hanno gli stretti rapporti che ha lei.

Pensi anche, se può, alle centinaia di vittime di Madrid, alle decine di morti italiani immolati a lei da Berlusconi, alle centinaia di morti di altre nazioni. Poi si faccia un bel pianto anche sui 1.250 morti ammazzati di New Orleans, e sui 2.500 desaparecidos (sempre di New Orleans). Non dimentichi neanche quelli che ha ammazzato da Governatore con la piccola iniezione letale...

Poi, se fra un pianto e l'altro trova un minuto di tempo, vada su questo link e, se le dovesse riuscire, si faccia un altro pianto sui 71.000/78.000 morti civili iracheni, sui milioni di nuovi poveri che le sue politiche hanno generato negli USA, sulle decine di milioni di americani emarginati che lei ha privato della benchè minima forma di assistenza sanitaria.

Poi, sommessamente, con discrezione, se ne vada affanculo. Ricordi, uscendo, di spegnere la luce e di chiudere il gas.

28/08/07

Cosa devo a Bruno Trentin

di Furio Colombo - L'Unità

Trentin_ingrao Questo non è un ricordo e non è un addio. Questa è la testimonianza di una presenza che resta nella vita e nella cultura italiana persino in un tempo barbaro che vede futuro e modernità nello smantellamento, nel vandalismo, nel rimuovere e negare come segno di presenza e di afona egemonia. Bruno Trentin era di quegli italiani che pensavano di essere in debito con il proprio Paese, un Paese che era stato fascista, razzista, e distruttivo. Intendevano restituire a quel Paese dignità e rispetto. Pensava di essere in debito verso chi, isolato e privo di risorse e di diritti, poteva diventare la parte spezzata, il peso morto e vendicativo di un Paese che non sarebbe mai diventato moderno.

Bruno Trentin aveva, come immagine della modernità, una eguaglianza solida di diritti garantiti e di accessi possibili. Credeva in un mondo in cui ha senso parlare di mercato solo se rendi forte, orgogliosa e rispettata la parte debole e la metti al sicuro dall’essere folla e dall’essere massa. Spesso, parlando di lui, e persino apprezzandone le straordinarie doti di leader, si è trascurato un dato formativo essenziale.

Ossia quegli studi americani che lo hanno guidato a farsi protagonista di un impegno sindacale in cui vedeva diritti individuali, vite, destini, persone anche quando aveva di fronte piazze e cortei.In giorni di lutto e rimpianto, in cui si è pensato a questo evento più come a una morte d’estate che a una dolorosa amputazione di un mondo già tanto precario e in pericolo, ci sono ragioni che mi importa molto di ricordare.

Bruno_trentin Per esempio, una serie di conversazioni che abbiamo avuto, accanto alla sua scrivania, messa per traverso nella sua stanza di Segretario generale della Cgil. Avevi l’impressione di essere nel cuore di un mondo di conoscenza, non nel punto di comando di una organizzazione sindacale. Era come la conversazione con un docente di uno strano campus universitario, qualcuno che ha da passare e condividere cultura nuova. Stavo lavorando per la Rai Tre di Angelo Guglielmi a un documentario che non era sull’Italia ma sull’America, non sul presente ma sul futuro, non sul lavoro ma sulla vita.

L’intervista, durata quasi un’ora nella sua versione televisiva, ma molto più lunga nella realtà, nella mia memoria, nel materiale di lavoro, ha contato immensamente per due libri che negli anni Ottanta mi sono importati molto e che qualcuno fra coloro che erano giovani allora qualche volta mi ricorda ancora: Cosa farò da grande e Carriera vale una vita.

Si tenga presente che li ho scritti nel cuore della mia esperienza americana e mentre ero presidente della Fiat Usa. La voce, lo sguardo, l'intelligente frugare nel futuro di Bruno Trentin e «il lato americano» della sua vita, che ci è servito da punto di incontro, hanno profondamente contato in questi due libri, e questo è un grazie. Un grazie in più oltre a quello che gli deve ogni italiano che ha condiviso in quegli anni, e fino a poco fa, un sogno civile fatto di offerta, di un dare di più al proprio Paese, alla propria cultura, al periodo storico che ci accade di attraversare, invece di scardinare passaggi, rimuovere pezzi, appropriarsi di beni comuni e sbandierare egoismi e reclami privati.

Per fortuna - e questo è il senso della storia - la vita e il lavoro di una persona come Bruno Trentin non vanno via con la morte. Restano le orme di un percorso nobile che a mano a mano altri scopriranno e seguiranno. È un percorso che si chiama civiltà e che, anche a distanza di anni, aiuta a distinguere, a capire, a rifiutare il peggio, a fare un po’ meglio.

colombo_f@posta.senato.it

26/08/07

Il Senatur ri-rirettifa: ora, come un pistola, parla di fucili

"Lotta di liberazione, il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquente" - "Potremmo tirare fuori i fucili"

PASSO SAN MARCO (Bergamo) - Umberto Bossi, Senatur, dai duemila metri del Passo San Marco in provincia di Bergamo, rilancia la battaglia sulle imposte. E lo fa usando toni minacciosi e frasi sopra le righe, nel corso della manifestazione che avvia la raccolta di firme per la protesta fiscale: "A loro interessano solo i nostri soldi - attacca, riferendosi al governo - i lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c'è sempre la prima volta". Parole che, come prevedibile, suscitano una bufera nel mondo politico, con reazioni indignate del centrosinistra.

Le parole di Bossi. "Andremo in fondo - dice il numero uno leghista - non ci fermeremo a metà, costi quel che costi. La rivolta e la protesta fiscale sono parte della lotta di liberazione in atto perché il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquenziale". E ancora: "Davanti alla rapina delinquenziale dell'estate che toglie la libertà, sappiamo come reagire ed arrivare al bersaglio. La protesta fiscale non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà". E infine: "Se la Lombardia chiude i rubinetti l'Italia muore in cinque giorni perché vivono con i soldi dei lombardi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c'è sempre la prima volta [...]

Segue l'abituale pisciatina fuori dal vaso dello statista Maurizio Gasparri

Maurizio Gasparri di An: "I fucili di Bossi sono verbali, con Prodi invece sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere nelle file del terrorismo; e nel suo schieramento ci sono consigliori come chi ha ordinato l'esecuzione di Calabresi. Per non dimenticare le esecuzioni politiche, come quella del generale Speciale decisa da Visco".

Le parole di Gasparri sono incommentabili (e quindi non le commento). Quelle del Senatur, che evidentemente deve aver subito qualche trauma irreparabile, mi tranquillizzano. Mentre infatti anni orsono voleva scendere a Roma coi "trecentomila" valligiani armati di mitra, adesso si accontenta di semplici fucili. Ancora due esternazioni e passeremo prima alle fionde, e finalmente alle scorregge, che forse sono più letali dei fucili di cui sopra.

Quanto allo statista della Garbatella, farebbe bene a ricordare di quando il suo fedele alleato patano straparlava di andare a stanare i fascisti uno per uno, dalle porcilaie. Ma il pensiero fisso dello Statista qual'è? la vittima Speciale. Un consiglio: perchè questa macchietta, se sa qualcosa di reati compiuti da Visco nei confronti di Speciale o di altri, anzichè ammorbare mezzo mondo, non corre alla più vicina Procura? Oltretutto, sarebbe un suo preciso dovere civico.

24/08/07

In morte di Bruno Trentin. Professione: galantuomo

Bruno_trentim Avremo tempo e modo di discutere, a riflettori spenti, se e quali corresponsabilità abbia Trentin in faccende controverse come la contingenza, o come la contrattualistica del lavoro in generale. Oggi è il giorno del ricordo, del rimpianto, del dolore. Bruno Trentin è una di quelle rare persone che ti fanno sposare un partito, che per decenni non riesci ad abbandonare per nessuna ragione al mondo.

Se proprio dovessi fare un parallelo con qualcuno, in termini di "empatia", mi verrebbe in mente un nome solo: Enrico Berlinguer, anche se erano molto diversi nel cursus della vita: uomo di apparato Enrico, uomo dalle mille esperienze pre-politiche e professionali Trentin.

Quello che ai miei occhi li rendeva quasi fratelli gemelli era la serietà, la credibilità, quel saper parlare pochissimo e a bassa voce, quasi schivando le loro stesse parole. Quella capacità di ascoltare le opinioni degli altri, a volte molto al di sopra del loro merito.

Bruno era, come Enrico, un uomo che non ho mai visto ridere, ed ho visto raramente sorridere. Le rare volte in cui lo faceva, sorrideva con una certa pudicizia, quasi vergognandosene. Molti, per la innata incapacità di Bruno di stare "sopra le righe", non hanno mai neanche sospettato il Trentin che studiava ad Harward (ma come, un comunista!), o quello che dal '43 al '46 (e cioè fra i 17 ed i 20 anni), ha combattuto contro le "repubbliche sbagliate": contro Vichy in Francia, contro Salò in Italia. Ha militato nei gruppi di "Giustizia e Libertà", nei quali ha avuto anche il comando di una sua brigata.

Bruno ha vissuto il periodo di massima visibilità (quello da segretario della CGIL) schivando, nei limiti del possibile, riflettori e telecamere. Ha vissuto gli anni successivi (dal '94 alla morte) in un cono d'ombra. E' stato un uomo che ha dato a noi più di quanto non abbia ricevuto in cambio. Noi tutti, e la sinistra ufficiale in primo luogo, abbiamo lasciato che quest'uomo si spegnesse con un grosso carico di crediti nei nostri confronti. E questi crediti non li possiamo regolare soltanto dicendo "Bruno, ti abbiamo voluto bene", ma lo diciamo lo stesso. Bruno ti abbiamo voluto bene.

Abbiamo tratto la breve biografia pubblicata di seguito dall'Unità, che è stato il giornale più tempestivo a mettere la notizia in prima pagina, e perchè è stato per anni il giornale del suo partito.

Bruno_trentin_1 Trentin si è spento per una polmonite resistente alla terapia antibiotica e per una febbre intrattabile, aggravata da una carenza immunitaria legata al grave trauma cranico subito un anno fa. Trentin è morto nel pomeriggio di oggi all'ospedale Gemelli. Ne danno notizia «con immenso dolore» la famiglia, la Cgil e i Democratici di sinistra.

Bruno Trentin, morto oggi a Roma all'età di 81 anni, era nato a Pavie (Francia), il 9 dicembre 1926. Laureato in giurisprudenza a Pavia (Italia), ha studiato anche presso la Harvard University, per poi tornare in Francia nel 1941, dove ha combattuto la Repubblica di Vichy. Dal 1943 al 1946 ha preso parte alla Resistenza, sia in Francia che in Italia, dove ha militato nelle formazioni partigiane